1. Papi tra terra e cielo…

Tra il 1964 e il 1970, Papa Paolo VI, figlio di giornalista e grande lettore di quotidiani cartacei, volò – come c’informa il sito ufficiale della santa Sede aggiornato al 16.3.2001 – verso Giordania e Israele, Beirut (Libano) e India, New York (Stati Uniti) e ONU, Fátima (Portogallo), Turchia, Colombia e Bermude (Gran Bretagna I), Ginevra (Svizzera), Uganda, Iran, Pakistan, Filippine, Samoa, Australia, Indonesia, Hong Kong (Gran Bretagna II), Sri Lanka. Era iniziata l’epoca dei lunghi viaggi apostolici dei Papi del mondo contemporaneo. Tuttavia, a quel tempo a i rapporti con i giornalisti accreditati si limitavano a qualche saluto e una benedizione. 

Di ritorno del primo viaggio, nel corso del quale aveva potuto visitare i luoghi santi – a quel tempo non ancora chiusi o vietati per guerra -, papa Montini disse coi piedi a terra, appena sbarcato (era il giorno dell’Epifania): «Abbiam voluto che il Nostro viaggio in Palestina assumesse il significato di un incontro particolare, fervoroso, ardente con Cristo, un proclamare alto davanti al mondo la sublime realtà e universalità della Redenzione, che il Salvatore Divino continua a operare per mezzo della sua Chiesa; e, posando ora nuovamente il piede sul suolo d’ Italia, ove approdò un giorno Pietro, con la sua nobile e rigeneratrice missione, possiamo dire di aver tenuto fede al Nostro impegno». E ancora, di ritorno dall’India il 5 dicembre 1964, il medesimo Papa aveva esclamato: «Ci hanno permesso di conoscere più da vicino quella Nazione, di apprezzare i suoi tesori di arte e di cultura, le sue testimonianze di profonda religiosità e distinzione, e il suo valore morale». Viaggio, visita, vicinanza a popoli e luoghi, insomma, in analogia con i grandi viaggiatori e diffusori del cristianesimo originario. Concretezza coi piedi a terra, senza voli pindarici indotti dall’alta quota.

Altri tempi quelli, allorché un Papa parlava con i giornalisti solo sulla terra, non durante un volo. Poi venne la stagione del Papa polacco che, proprio in volo e tra le nuvole, decise di avvicinarsi alla stampa accreditata nel settore dedicato dell’aereo, che lo stava portando a Santo Domingo. Benché il protocollo tradizionale vietasse di porre domande, Giovanni Paolo II rispose a una precisa richiesta di un giornalista USA. Lo sappiamo da altre fonti, non ancora dal sito della santa Sede, che oggi pubblica anche le parole in volo del papa, come si dice, “regnante” (nel ri-disegnato sito informatico della santa Sede, subito sotto il pulsante Magisterium). Quello di Giovanni Paolo II, ora Santo del calendario cattolico, era il tempo del primo viaggio all’estero, dopo l’intervento chirurgico al colon subito nel luglio 1992. Piccolo strappo alla regola, parole in volo che consentivano di affrontare dall’alto i temi di quaggiù. Tuttavia, quel Pontefice non mancò, da santo Domingo, di inviare, il 13 ottobre 1992, un concreto e realistico Messaggio agli afro-americani: «Mi ricordo di quelle parole di Simon Bolivar che affermano che “l’America è il risultato dell’unione dell’Europa e dell’Africa con elementi aborigeni. Perciò, in essa non vi possono essere pregiudizi razziali e, se vi nascessero, l’America ritornerebbe al caos primordiale”. È nota la gravissima ingiustizia commessa contro quelle popolazioni nere del continente africano, che furono sradicate con violenza dai loro territori, dalla loro cultura e dalle loro tradizioni, e portate schiave in America. Nel mio recente viaggio apostolico in Senegal non ho voluto tralasciare di visitare l’isola di Gorea, dove si sviluppò parte di quell’ignobile commercio, e ho voluto sottolineare il deciso rifiuto della Chiesa».

Ma è Benedetto XVI che, in cielo ed in volo, risponde tranquillamente alle domande dei suoi compagni di viaggio. In un volume sono state raccolte le interviste che Benedetto XVI tenne con i giornalisti durante i suoi viaggi internazionali (Sull’aereo di papa Benedetto. Conversazioni con i giornalisti, Libreria Editrice Vaticana). La giornalista autrice descriveva le risposte papali su argomenti molto terreni e di grande impatto mediatico: crisi economica, abusi sessuali, pedofilia, immigrazione, nuova evangelizzazione, libertà religiosa… Benché consegnate al Pontefice qualche giorno prima della partenza, lo stile della conversazione, era sempre di tipo diretto e sincero. Proprio durante il volo verso Malta del 17 aprile 2010, mentre una nuvola oscura stava sopra parte dell’Europa, il Papa non dimenticò, perciò, di ricordare tragiche questioni terrene di morale sociale, affermando: «Malta è il punto dove le correnti dei profughi arrivano dall’Africa e bussano alla porta dell’Europa. Questo è un grande problema del nostro tempo, e, naturalmente, non può essere risolto dall’isola di Malta. Noi tutti dobbiamo rispondere a questa sfida, lavorare perché tutti possano, nella loro terra, vivere una vita dignitosa e dall’altra parte fare il possibile perché questi profughi trovino qui dove arrivano, trovino, in ogni caso, uno spazio di vita dignitosa». E ancora, nel volo verso il Regno Unito del 16 settembre 2010, non omettendo di rispondere a un tema assai terreno e carnale, il medesimo Papa affrontò lo spinoso tema degli abusi sessuali di membri del clero e della vita religiosa. A quell’epoca, egli dichiarò senza mezzi termini che erano stati per lui uno choc. Mantenendo come dall’alto, la debita distanza critica, papa Ratzinger parlò di penitenza e di umiltà ri-educativa per gli abusanti, non senza enunciare la sua “ricetta” per le vittime, che devono comunque stare al primo posto, anzi sono il primo interesse, sia per il Papa che per la Chiesa: «Primo interesse sono le vittime, come possiamo riparare, che cosa possiamo fare per aiutare queste persone a superare questo trauma, a ritrovare la vita, a ritrovare anche la fiducia nel messaggio di Cristo […]. Secondo, è il problema delle persone colpevoli: la giusta pena, escluderli da ogni possibilità di accesso ai giovani, perché sappiamo che questa è una malattia e la libera volontà non funziona dove c’è questa malattia […]. E il terzo punto è la prevenzione nella educazione e nella scelta dei candidati al sacerdozio».

  1. In volo si “scoperchiano” anche gli altarini etici?

Altro che testa tra le nuvole, già allora! La sfera etica, con tutte le sue eventualità e degenerazioni, merita, secondo Benedetto XVI, concretezza, molta concretezza. Poi arrivò Papa Francesco che, sempre in volo, al di là della preparazione delle domande e dell’etichetta, disse delle cose pesanti, anzi pesantissime e terrestri, e ciò proprio nel corso della conferenza stampa, che era diventata ormai consueta nel viaggio di ritorno. Di ritorno da Lesbo, il 16 aprile 2016, proprio il Papa argentino affronta, infatti, un tema etico ancor oggi spinoso – quello di dare l’eucaristia ai divorziati risposati -. Il papa in volo confessò testualmente che, a suo avviso, non si tratta di un problema più importante rispetto a tanti altri più gravi problemi: la crisi della famiglia in tutto il mondo, soprattutto rispetto ai giovani che non vogliono più sposarsi; il calo di natalità che in Europa fa piangere (così il Papa con questo colorito verbo). E poi mancanza di lavoro. Altro che testa tra le nuvole: «Questi sono i grandi problemi!», puntualizzò dal cielo, allora, il Papa.

Ormai il dado era tratto. Nel volo di ritorno dalla Grecia, nel dicembre 2021, venne a galla un modo di dire, e di reagire, alquanto sopra le righe, quasi che la testa tra le nuvole desse a un Papa il modo di guardare meglio le questioni etiche più spinose. Il tema “caldissimo” era ormai quello dell’arcivescovo di Parigi, mons. Aupetit. Il 2 dicembre 2021 Vatican news scrisse in merito a quel caso: «In particolare le accuse mediatiche si erano concentrate sulla gestione dell’arcidiocesi e su una presunta relazione sentimentale avuta con una donna nel 2012, ai tempi del suo incarico come vicario generale». Tuttavia, il vero caso era “scoppiato” nell’opinione pubblica, non solo ecclesiale, in riferimento agli anni in cui Aupetit era stato vicario generale, coprendo abusi dei membri, anche dell’alto clero. Il giornalista sull’aereo papale incalzava, senza reticenza: «Ci spiega perché, e perché con tanta fretta? La seconda domanda: attraverso il lavoro di una commissione indipendente sugli abusi sessuali, la Conferenza episcopale di Francia ha riconosciuto che la Chiesa ha una responsabilità istituzionale riguardo alle sofferenze di migliaia di vittime. Si parla anche di una dimensione sistemica di questa violenza. Che cosa pensa Lei di questa dichiarazione dei vescovi francesi? Che significato può avere per la Chiesa universale? E, ultima domanda: Lei riceverà i membri di questa commissione indipendente?». 

Un vero fuoco di fila a papa Francesco, insomma. Appellandosi al criterio ermeneutico, che consentirebbe di situare i veri casi in riferimento a un determinato contesto storico, il Papa gesuita interpreta: altro è il silenzio che copre, altro l’accertamento giusto della verità: «Per esempio, nel caso degli abusi nella Chiesa, il coprire, che è il modo che si usa – purtroppo – nelle famiglie, anche oggi, nella grande quantità delle famiglie, nei quartieri, cercare di coprire, noi diciamo “no, non va questo, dobbiamo scoprire”». Ormai si era aperta una stagione peculiare: passare dalla reticenza e dal silenzio allo “scoprire un pozzo senza fondo”, quello della piaga persistente e diffusa degli abusi nella Chiesa, sia in riferimento ai minori, sia alle persone particolarmente vulnerabili. Circa il caso specifico di mons. Aupetit, il Papa domandò a sua volta: «Sul caso Aupetit. Io mi domando: ma cosa ha fatto, Aupetit, di così grave da dover dare le dimissioni?». 

Configurato, quello specifico caso del vescovo francese come un peccato di tipo sessuale, addirittura non troppo grave, il Papa affermò, con molta concretezza (dando prova, sul punto, di non avere la testa fra le nuvole): «è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi che lui faceva: così sta l’accusa. Questo è peccato, ma non è dei peccati più gravi». Come a dire, che le dimissioni di Aupetit dal governo pastorale erano state accettate dalla santa Sede, ma haimé, in ossequio al chiacchiericcio ecclesiastico, cioè non a delle prove canoniche e giuridiche: «Ma quando il chiacchiericcio cresce e cresce e cresce e ti toglie la buona fama di una persona, quell’uomo non potrà governare, perché ha perso la fama, non per il suo peccato – che è peccato, come quello di Pietro, come il mio, come il tuo: è peccato! –, ma per il chiacchiericcio delle persone responsabili di raccontare le cose. Un uomo al quale hanno tolto la fama così, pubblicamente, non può governare. E questa è un’ingiustizia. Per questo, io ho accettato le dimissioni di Aupetit non sull’altare della verità, ma sull’altare dell’ipocrisia». 

Con la testa a mezz’aria, come il Socrate rappresentato ne Le nuvole di Aristofane, papa Francesco aveva svelato un modo di procedere a dir poco ipocrita: dimissioni accolte, e ciò nonostante l’ingiustizia. Insomma, un vescovo della Chiesa cattolica veniva sacrificato sull’altare dell’ipocrisia.

  1. Di ritorno dall’Africa

A sua volta, papa Leone XIV, sull’aereo di ritorno dall’Africa, ha dovuto affrontare un’altra scottante e terrena questione morale, agitata già sotto il predecessore: si possono benedire le coppie omosessuali? L’allusione era a Fiducia supplicans, ovvero alla Dichiarazione dell’ex sant’Uffizio sul senso pastorale delle benedizioni (pubblicata, con il permesso di papa Francesco, il 18 dicembre 2023). «Il valore di questo documento», si legge nel testo del 2023, «è quello di offrire un contributo specifico e innovativo al significato pastorale delle benedizioni, che permette di ampliarne e arricchirne la comprensione classica strettamente legata a una prospettiva liturgica». Difatti, rispondendo pubblicamente ai dubia espressi da alcuni cardinali, papa Francesco aveva allora ipotizzato la «possibilità di benedire coppie dello stesso sesso… alla luce dell’atteggiamento paterno e pastorale». Non si tratta, si disse a quel tempo, di celebrazioni sacramentali tra persone dello stesso sesso, bensì soltanto di benedizioni; e tuttavia, se «la Chiesa non ha il potere di impartire la benedizione ad unioni fra persone dello stesso sesso», «è da sottolineare che, proprio nel caso del rito del sacramento del matrimonio, non si tratta di una qualsiasi benedizione, ma del gesto riservato al ministro ordinato. In questo caso, la benedizione del ministro ordinato è direttamente connessa all’unione specifica di un uomo e di una donna che con il loro consenso stabiliscono un’alleanza esclusiva e indissolubile. Questo ci permette di evidenziare meglio il rischio di confondere una benedizione, data a qualsiasi altra unione, con il rito proprio del sacramento del matrimonio» (n. 6). La questione delle benedizioni, insomma. riguarda sia le coppie etero in situazioni irregolari che le coppie dello stesso sesso: in entrambi i casi, la forma delle benedizioni (che non viene tassativamente esclusa) «non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali, allo scopo di non produrre una confusione con la benedizione propria del sacramento del matrimonio». 

Come a dire, benedire sì, però «questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso». 

Nel volo da Malabo a Roma, papa Leone è dovuto ritornare sul delicato punto, per rispondete alla domanda posta da Verena Stefanie Shälter, Ard Rundfunk. La giornalista chiedeva a Papa Leone, in inglese, una valutazione sulla decisione del Cardinale Reinhard Marx, Arcivescovo di Monaco e Frisinga, di autorizzare la benedizione delle coppie omosessuali nella sua diocesi e, ampliando l’orizzonte alle diverse prospettive culturali e teologiche, specialmente in Africa, che pongono problemi all’unità della Chiesa universale su questa particolare questione. Il Papa agostiniani, quasi riprendendo in qualche modo le battute del predecessore circa la gravità dei peccati della sfera sessuale in relazione a tutto l’orizzonte della vita morale che potrebbe attentare all’unità della Chiesa, ha risposto in inglese: «Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di moralità, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà, credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà di religione, che avrebbero tutte la priorità rispetto a quella specifica questione». Come a dire: ci sono questioni morali ben più gravi di quelle sessuale, e aggiungeremmo noi, genitali. La santa Sede, ha continuato, con molta concretezza terrestre il Papa n volo, ha parlato col cardinale tedesco e i vescovi della Germania e ha precisato: «Non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie [the formalized blessing of couples], in questo caso delle coppie omosessuali… o delle coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto fosse specificamente, se così si può dire, consentito da Papa Francesco nell’affermare che tutte le persone ricevono la benedizione. Quando un sacerdote impartisce la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa impartisce la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, si tratta di benedizioni per tutte le persone. La ben nota espressione di Francesco “Tutti, tutti, tutti” è un’espressione della convinzione della Chiesa che tutti sono benvenuti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù, e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andando oltre l’oggi, penso che l’argomento possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna». 

Come a dire che, non è una condizione immorale nella sfera sessuale che attenta all’unità della Chiesa. E tuttavia, non bisogna smettere di approfondire quanto Cristo insegna nelle varie sfere personali eticamente rilevanti. Insomma, le benedizioni vengono date a tutti e a chiunque, ogni volta che il popolo si raduna per una preghiera o un atto di culto. E tuttavia, la comunità ecclesiale esprime un no netto a ciò che papa Leone denomina the formalized blessing of couples.