- Se stanotte sogneremo il Sud…
«Stanotte, se sogneremo il Sud, può darsi che capiteremo su un’isola… Anche queste pagine sono un’isola. Il tempo per leggerle è un’isola, un piccolo arcipelago rubato, ora dopo ora, a giorni distratti e affollati» (Antonella Cilento, La fabbricante di isole. Viaggio dentro l’immaginario del Sud, Bottega Errante Edizioni, Udine 2026, pp. 270, qui p. 231).
Un’isola sognata non soltanto dall’Autrice, ma che può oggi esserlo da parte di chiunque si ritenga «solo un sogno di questo azzurro pianeta» (Ibidem). Un Sud e delle isole, sognabili da chi decida di andare a visitare tutti i luoghi del Mediterraneo meridionale, quasi fabbricandone da capo i luoghi, le atmosfere, le presenze, gli arcipelaghi e le isole del mare che sta di mezzo. Un mare che, agli occhi di una scrittrice che – come abbiamo letto dalle colonne di Repubblica/Napoli, ora finalmente collazionate insieme – riesce davvero a fabbricare davanti ai nostri occhi, con le sue parole affascinanti, delle isole, dei luoghi, degli scrittori e dei personaggi… Anche in un mare di mezzo, talvolta, appare improvvisamente come il cimitero di una sirena.
L’Odissea, la Biblioteca di Apollodoro, le Argonautiche di Apollonio Rodio e le Metamorfosi di Ovidio raccontano delle sirene. Una sirena di nome Partenope è quella che un mito meridionale vorrebbe spiaggiata dalle parti di san Giovanni Maggiore, dove, un tempo, arrivava il mare che bagna ancora Napoli, come già ci ricordò, nel 1953, Anna Maria Ortese. Qui, nella stupenda basilica a quattro passi da santa Maria la nova, sopra il vano della porta che conduce all’Oratorio della Confraternita, si nota un’epigrafe del IX-X secolo. Una scritta con caratteri latini sopra, sotto e ai lati di una croce, che un tempo era rivestita di piombo e divideva delle parole con segni di abbreviazione: Scs [Sanctus] e Ian [Iohannes, oppure Ianuarius] -. Sopra, la famosa linea di scrittura: «Omnigenum Rex Aitor» [forse: Re che aiuta cose di ogni tipo, o di ogni genere]. Sotto, invece, come un’invocazione: «Partenopem tege fauste» [copri/nascondi/custodisci/preserva, benevolo, Partenope]. Se l’invocazione a favore della sirena Partenope – spiaggiata, secondo il mito, proprio sulle rive del golfo di Napoli -, era rivolta a san Giovanni Battista, l’epigrafista già conoscerebbe/riconoscerebbe la potenza taumaturgica del precursore di Gesù di Nazaret: del resto, in suo onore e nel giorno della festa, a Genova la processione al porto viene avviata con il saluto delle sirene delle navi. Se invece l’epigrafista conosceva il prodigio del sangue di san Gennaro, ne scolpirebbe il nome abbreviato certamente in epoca moderna, nella quale è ormai ben attestato il sangue ribollente del martire Gennaro, come, tra i tanti, ricordava Camillo Tutini nel 1681 (Memorie della vita, miracoli, e culto di san Gianuario martire: vescovo di Beneuento e principal protettore della città di Napoli).
Anche per questo, una seconda epigrafe di san Giovanni maggiore, sottoposta alla menzione della protezione/copertura di Partenope – scolpita nel 1689 -, cercherà di spiegare il significato di quel non immediatamente chiaro testo, sollecitando il passante a superare/oltrepassare un’antica superstizione pre-cristiana: “Se l’antica pietra, che tu stai guardando, non fu una pietra sepolcrale, non diede il via a Partenope, bensì a una superstizione pre-cristiana: cacciàti via gli inutili dèi, il maestro Costantino e la figlia Costanza, riprendendo quanto iniziato da Silvestro, su quella pietra eressero un tempio destinato ai riti cristiani…”.
Il nome Partenope (che è anche un sinonimo della nostra Napoli) evoca, in ogni caso, il primo stanziamento di coloni greci, dediti, tra l’altro, al culto della sirena intorno al IX secolo, sul promontorio di Monterone. Già nel 1580, nella visita pastorale del cardinale di Capua si fa menzione dell’epigrafe della sirena in san Giovanni maggiore, unitamente all’antico Crocefisso romanico; perciò l’umanista Giovanni Pontano ritenne plausibile che si trattasse di un frammento dell’antica tomba della sirena Partenope. A proposito del Parthenopem tege fauste, a sua volta, Celano scriveva: «Dicono alcuni dei nostri scrittori che questo segno stava sulla sepoltura di Partenope, e si fondano su di quelle parole: Parthenopem tege fauste; e vogliono che vi sia stato posto dai nostri primi Cristiani. Io non so con che ragione sia stato scritto, perché non so come potevano invocare il Creatore del tutto a difendere e conservare l’ossa di una gentile, quale era Partenope […]. Diciamo dunque colla più probabile opinione, che questo fosse stato il segno della consecrazione della Chiesa fatta dal Sommo Pontefice Silvestro, come si ha per antichissima tradizione, e che il nome di Partenope era della Città nostra che si raccomandava alla protezione di S. Giovanni».
Un continuo, ricorrente, studio delle sirene lungo le isole e i mari del Sud, va insomma fatto e rifatto, a partire da Partenope…, spostandosi proprio tra le isole di quello che, oggi, rischia di essere un mare che copre cadaveri, come ha ricordato il 3 ottobre scorso Vatican news: «Nel corso del 2026 gli arrivi via mare si sono dimezzati rispetto all’anno precedente, ma il rischio di morire durante la traversata è aumentato sensibilmente. Dall’inizio dell’anno alla fine di settembre sono stati registrati circa mille morti e dispersi lungo la rotta del Mediterraneo centrale: quasi quattro vittime ogni giorno. Se nello stesso periodo del 2025 veniva registrato un decesso ogni 60 persone arrivate, quest’anno il rapporto stimato è salito a una vittima ogni 23 arrivi. Una diminuzione delle partenze e degli sbarchi, dunque, che non ha comportato una riduzione proporzionale delle tragedie in mare».
- Il cimitero delle sirene: il Sud Italia e i Sud del mondo
Un giorno, poi, ci si può trovare a studiare le sirene e i luoghi in cui si crede esse siano morte: mezzo Mediterraneo è pieno di sirene morte, ma l’Italia meridionale è il cimitero delle sirene. Nel libro di Antonella Cilento, è Marina – una ragazza del liceo classico che svolge il compito di tradurre le particelle eufoniche del greco antico, come mèn e dè (che chiude queste godibilissime pagine) – a trovarsi alle prese con una “cosa” uscita da un uovo: un ragno? Una lucertola? Alieni? È una cosa che dice Mè, come se si trattasse di una proclitica greca. È, questo, l’Epilogo, aperto a nuove soprese, di una genuina e piacevole scrittura creativa di Antonella Cilento – non fa mai le cose a caso Cilento: lei non solo è documentatissima, bensì trasforma la stessa Bibliografia conclusiva (pp. 233-261), in un vero e proprio rimando a un arcipelago di isole, «in un infinito ramificarsi di informazioni incrociate. Questa è l’Isola bibliografica, estremo Sud del libro» (p. 233). Un Sud che, dall’unità d’Italia in poi, ha smesso di essere un regno o un viceregno, per diventare, appunto, una Questione, ovvero un’unificazione politica che, per il Sud, ha spesso il sapore di una conquista ennesima. Ma soprattutto un Sud mediterraneo, pronto a diventare, grazie alle tantissime letture, suggerite per circa trenta pagine da Cilento, una vera e propria «filosofia del mondo» (p. 234).
Colmo di carceri galleggianti e di terre d’esilio, questo Mediterraneo, con le sue isole e i suoi promontori, non vuole soltanto custodire sirene spiaggiate, o le migliaia di vittime del mito dell’approdo in terre migliori. È un mare che attende un certo tipo di nuovi costruttori: costruttori di isole, appunto, ovvero creatori di metafore, storie e racconti che riguardano Napoli, il Sud d’Italia e del mondo: un Sud poroso, che assorbe paesaggi e tragedie, uomini e donne («una questione meridionale che esuli dalla questione femminile non può esistere»: p. 243; sapendo che «il modello delle donne al potere non è affatto migliore di quello maschile»: p. 244).
Un mare, però, che non ingoia mai del tutto, né li digerisce, i luoghi e le persone. Li affida, piuttosto, anche alle pagine di un libro di carta (di quanti ne suggerisce la ristampa e le prossime, urgenti riedizioni, la nostra scrittrice!). Un libro che ora chiede di essere letto, proprio da noi. Davvero dobbiamo, con Cilento, dire grazie, anche noi come fa lei, alle insistenze dell’editore, Mauro Daltin – che nell’interno di copertina ha disegnato le due mappe del Mediterraneo del sud e del Meridione d’Italia – e che ha finalmente convinto l’Autrice ad accettare l’invito di evocare il/i Sud, con i suoi territori e le sue isole. Ecco il prodotto davanti agli occhi della nostra mente: «Se non sarà un’oleografia fra tante, una fake news, sarà forse poesia» (p. 10).
Cilento è questa fabbricante di isole, ben consapevole che «le fabbricanti di isole, alla cui specie dunque appartengo, benché degradate da un tempo meccanico, mercantile, virtuale, sono una specie ingannevole: abituate a intrappolare l’eternità e a rivenderla agli eroi, veri o falsi che siano, custodiscono il tempo, schiudono o richiudono l’ingresso agli inferi» (p. 13). Certo, talvolta le isole sono isole di dèi morti, come quella di san Michele a Venezia, dove dimora un’amica carissima della scrittrice di questo libro: oppure come la Napoli-isola, dove dimora il papà dell’Autrice, «sognatore, narratore di chiese e palazzi, marinaio della storia di Napoli» (p. 15). Un papà impiegato di concetto, bancario, che alla fine ricompare insieme con il nonno materno Espedito (capitano di lungo corso), proprio nell’isola delle sirene (ovvero su quello scoglio maledetto, che potrebbe anche essere l’avamposto degli uomini perduti (cfr. p. 218).
- Isole del nuovo Sud
«Tra le molte isole da cui è composto il nuovo Sud (città, paesi, metropoli, porti, ospedali) non vanno dimenticati i parchi privati» (p. 65). Quelli di Napoli, Palermo, Taranto, Bari, Lecce, Potenza… Quelli colti attraverso gli scatti di fotografi, alcuni andati già via, che sono e restano dei maestri dello scatto. Maestri, come Salvatore Di Vilio, in grado, oltre che di narrare Napoli, di raccontarne la provincia, la terra della canapa, o anche di raccontare l’hinterland: Succivo, Orta di Atella, Sant’Arpino. Insomma, Napoli e il suo hinterland non bastano a chi sta fabbricando delle isole reali-letterarie. L’Autrice, ma anche «Piera Taglialatela… responsabile dello studio grafico che cura l’immagine della scuola di scrittura e delle manifestazioni» (p. 84) dirette da Cilento, guardano sempre di nuovo ad altri Sud della nostra Penisola.
Si comincia dalla Puglia, dove si vedono i luoghi-simbolo del sacco del Mezzogiorno, iniziato con l’unità d’Italia, proseguito nel secondo dopoguerra, trasformato dalla speculazione edilizia, messo in scena dallo Stato e dalle mafie: un arcipelago questo delle mafie, che oggi, anche negli atti della Commissione parlamentare, si dicono al plurale: mafie, non mafia!). Un Sud dove tutto è brand: «un mare così, una cucina così, una musica così, una felicità breve ma a portata di mano così…» (p. 85).
Si può passare, poi, all’Irpinia, terra dell’abbandono; attraversare lo Stretto verso la Sicilia, dove «ci sono luoghi dove mi è indispensabile tornare, dove la fabbricante d’isole che sono sarebbe felice di abitare» (p. 149). Sì, forse la Sicilia è quel tappeto volante sfuggito alle narrazioni de Le mille e una notte: «Questo triangolo di tessuto caduto in mare […] questo tappeto sommerso di cui parti emerse sono il Sud dell’Italia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, la Palestina, il Libano, la Tunisia, il Marocco, la Francia meridionale, la Spagna» (p. 174).
E poi, andando avanti e indietro in questo territorio lambito dal mare che sta in mezzo, ecco la Calabria, che spesso la scrittrice Cilento (la quale, nelle sue visite, ne ha come un’impressione sacra, selvaggia, violentata) percorre con Mauro Francesco Minervino, antropologo calabrese, il quale ha accostato le autostrade calabresi al senso stesso della vita (cfr. p. 177). Metafora emblematica di un tempo franato, l’isola calabra si staglia in un tempo in cui tutto coesiste e di cui è pressoché impossibile disegnare una mappa coerente. Questa terra avanza «come si vede anche in questo libro, disorganica, per isole, per apparizioni» (p. 184). È uno dei luoghi/non luoghi, «dove Geolier… canta in un napoletano che non sa scrivere, il tuffatore di Paestum per sempre in attesa di toccare l’acqua, Madonna che si fa un resort multimiliardario a Borgo Egnazia» (p. 179).
Insieme con l’Autrice, «non possiamo dimenticare che noi, al Sud, siamo la via dalla notte dei tempi, via su cui si tracciano altre vie, infinita riscrittura del mondo, mentre altrove le strade stanno ancora costruendo un’identità, a volte la prima» (p. 182). Cilento ha, perciò, come un debole per il Sud calabrese, per il suo cielo che comincia dal basso, come si legge in un libro di Sonia Serazzi e che Cilento rimemora ogni volta, quando va in Calabria (cfr. p. 191).
E poi dal Sud fisico e geografico, si può ben passare a un’idea di Sud, come quella che si è sciolta in musica (mòseca!), con la convinzione che «se c’è un luogo ideale dove il Sud resiste e si rinnova è proprio la musica» (p. 193). Un Sud che è, insieme avamposto del disastro e laboratorio di futuro, da dove esce la famiglia da cui, a sua volta, «esce la fabbricante di isole che sono, poiché come dice Eraclito, il destino è il nostro carattere e per alcuni il destino diventa atto, per altri no. Senza contare un’altra divinità meridionale, la sorte, che si gioca ai dadi, o si accanisce sui mortali, e che dipende da noi, dai marosi, dagli incontri, dai treni che passano, dalla fiducia e dalla paura» (pp. 204-205).
- L’esercizio di “scrivere con la mano sinistra”
Cilento ci racconta alla fine che, con i suoi allievi, fa l’esercizio di scrivere con la mano sinistra: un esercizio che riporta tutti all’infanzia e fa ri-emergere «il ragazzino che riaffiora dal corpo invecchiato» (p. 223). Come il corpo del padre, a cui bisogna gonfiare il materasso anti-decubito, così come lui, da piccoli, gonfiava per noi il materassino da mare. Un esercizio, questo di scrivere con la mano del cuore, che ci fa volar via danzando, senza «diventare un’isola su un divano o sopra un letto, un’isola davvero senza mare, affaticati, accartocciati, arrabbiati di dar fastidio e stare male» (p. 223).
Ed ecco davanti a noi uno che, mentre se ne va, ci ri-appare come se stesse dormendo e, prima o poi, si dovesse scetare: «Gennaro Cilento, Gennarino, Genna’, Papacchio, Sciupafemmene, Capembrèlla, Babbo Babbo» (p. 224). Non è morto, ma dorme, ripete, forse con qualche reminiscenza evangelica, l’Autrice. Sì, si sceta, pronto a sorprenderci ancora. Come le caramelle «che piovevano da dietro al Gesù Bambino sotto la campana di vetro, quando tu e i tuoi fratelli eravate piccoli, e che ora è rimasto tutto solo qui, a casa, con noi» (pp. 224-225). È una statua antica, quasi perenne, quella del Bambinello sotto la campana di vetro della devozione popolare, nelle nostre isole domestiche. Emblema di un Sud che, benché «superato dai tempi, continua a resistere» (p. 225).
C’è sempre un prima e un dopo, ricorda questo libro, che non piange e non si/ci commisera di fronte all’inferno che, spesso vivido, sta ancora continuando a bruciare. Un testo, quello di Cilento, che invita a cambiare: nonostante le fiamme infernali della perdita del potere di acquisto, della carenza cronica di carburante e il deperimento delle forniture per i supermercati; nonostante i ragazzini di Parigi o di Milano che, senza un’apparente regia, da poter perseguire con l’ennesimo decreto-sicurezza, stanno correndo di qua e di là nelle isole dell’arcipelago del consumismo, gestito da un’intelligenza-artificio (che, però, non è ragione!). Di fronte al trauma, di fronte a ogni trauma, chi, come noi, tiene il Sud dentro, si ri-alza sempre, conservando quello che fu e, quindi, sarà: «Occorre scendere in strada e avere a che fare con la realtà. Ma dentro di noi conservare quella spiaggia dove gioca e lava i panni Nausicaa» (p. 230).
