Se si volesse ridurre il poema omerico dell’Odissea solo ad una narrazione epica, ci si dovrà probabilmente ricredere almeno considerando il responso del box office dell’ultimo capolavoro cinematografico diretto da Christopher Nolan: i dati sinora disponibili indicano in oltre 1,68 miliardi di dollari l’incasso mondiale dagli Stati Uniti sino all’estremo oriente della Corea del Sud, diventando il più grande successo commerciale nella carriera del regista e il film con il maggiore incasso nella storia della Universal Pictures. In Italia, a metà agosto dopo appena un mese di programmazione, l’epico Ulisse era lì per lì per strappare il podio alla storia d’amore di Jack e Rose sulla prua del Titanic (film del 1997). Insomma, si è dinanzi ad un’ennesima mega produzione in stile hollywoodiano con un investimento complessivo di 650 mln di dollari, ma al di là degli indicatori economici certamente vi è anche dell’altro. Come avviene in questi casi, si è tanto discusso sulla trasposizione cinematografica di pagine epiche tanto antiche e sulla libertà interpretativa della sceneggiatura, ma non è trascurabile che il mito sia tale proprio per la sua capacità di originare narrazioni sempre nuove e diverse, che presentano un palinsesto – oggi diremmo un format televisivo o una sceneggiatura teatrale o uno storytelling social – di temi e di stati d’animo con cui raccontarsi. I racconti dei miti non ci riportano a dei fatti, che è, invece, la soglia del senso della storia. I miti sono degli orizzonti aperti sul vivere, in cui ognuno possa tuffarsi e trovarsi, ma, soprattutto, s-piegare a sé stesso, che è, d’altra parte, la biografia più difficile da scrivere, tanto che solitamente ci si affanna in considerazioni altrui. I classici della letteratura, ben prima che la settima arte del cinema immaginasse il movimento delle parole, ha sempre sollecitato uno sguardo interiore sul nostro vivere. Sia i classici letterari che quelli presenti nelle varie scritture religiose, costellano di riferimenti narrativi esemplari il mistero che siamo come stelle della navigazione, da accettare come una mappa delle nostre attese o piuttosto da tralasciare come un’eredità superflua, preferendogli, invece, la libera conquista di sé stessi.

In tal senso, il viaggio erudito di Gianluca Marletta e di Valentina Ferranti – dedicato alle pagine dell’ “amore che riporta in Patria” l’eroe dell’Odissea – ci sono offerte con il titolo della storia di tutte le storie. Questo bel saggio non è, infatti, solo un’analisi letteraria tematica del capolavoro di Omero, ma vuole essere in tal modo un breviario – per restare sul piano della letteratura rituale e liturgica – del viaggio stesso del vivere “oltre gli oceani del tempo e le onde del fato”. L’Odissea è una grammatica dell’esistenza, come lo sono nativamente i racconti delle scritture sacre tradizionali, in cui, tuttavia, queste sono state offerte e accreditate come pagine di divine rivelazioni. Sulla scia della lezione di Renè Guénon – filosofo, saggista ed esoterista francese che denuncia la moderna “solidificazione del mondo” – il testo omerico viene presentato e “navigato” come un poema sacro, prescindendo da questa distinzione – a mio modesto intendere – non marginale, che protegge i libri delle rivelazioni storiche sino a venerarli nella sfera del pubblico culto religioso. Per i nostri due attenti lettori, l’Odissea è un testo iniziatico (lat. in-ire – andare verso), in cui vengono presenti i simboli eminenti del Cammino, per attraversare la “danza dei veli” della realtà: “è questo Sacro Gioco, secondo le Tradizioni d’ogni tempo e luogo, che dà origine alle creature, ai mondi, alle “religioni” che altro non sono che “gli strumenti” attraverso i quali l’uomo può, seguendo un Cammino, ricongiungersi al suo Principio” (p. 12). La sacralità delle classiche pagine omeriche, più che grazie ad un atto di fede ad una Verità donata, si svelerebbe solo come una conoscenza profondamente umana di sé stessi: “volendo fare un ennesimo passo avanti nella comprensione più profonda, non è impossibile capire che gli stessi, multiformi personaggi del poema, luminosi od oscuri, magnifici o apparentemente anonimi, tremendi o magnanimi, altro non sono – almeno in una certa prospettiva – che aspetti particolari di una stessa Personalità” (p.16). 

Andando per tappe secondo una sacra geografia del vivere, in cui “esodi, terre promesse, giardini originari, montagne della rivelazione, rive di laghi e mari che si aprono alla fuga dal più forte”, qui la meta finale si ricongiunge con la sua Origine. Nel racconto dell’Odissea, infatti, “la meta finale del Sacro Viaggio è, in realtà, un ritorno: il dolore del ritorno ispiratore della nostalgia” (p.17), in cui l’Itaca che si ritrova è, in verità, la ri-scoperta di un attraversamento interiore. 

Siamo, dunque, su di un piano densamente simbolico, popolato da miti e archetipi, che in uno sguardo d’insieme unificano le varie tradizioni culturali e religiose secondo un’interpretazione corale, che è già una rotta della navigazione interiore.

Tra i vari profili del Viaggio del poema omerico alla ricerca di noi stessi, l’originalità del sentimento umano della nostalgia va certamente indagata, poiché è quella che probabilmente rende a noi ancora contemporanee le pagine nel greco classico di Omero: “in tutto il poema il pericolo che serpeggia è la dimenticanza” (p. 91). Riconoscendo la familiarità di un’emozione, tuttavia la ricerca dell’Origine identitaria e lo sbilanciamento verso il futuro si confrontano viso a viso come una profonda frattura tra epoche storiche e probabilmente questo ci fa dire che siamo in un tempo di indecisione e di crisi.  Zygmunt Bauman (1925-2017) ne fa, infatti, motivo di un’analisi critica, con un suo saggio postumo sull’odierna epidemia globale di nostalgia, che si diffonde come una ricorrente mitizzazione della storia in chiave antimoderna, che sta trasformando “il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, in sede di incubi”. 

Il dolore del ritorno – questo è il significato letterale del termine – è in realtà un termine abbastanza nuovo nella cultura europea, quando uno studente di medicina – il francese Johannes Hofer – lo utilizzò per la prima volta nel 1688, mentre era in Svizzera all’Università di Basilea per indicare una complessa sindrome psichiatrica: ovvero, il pensiero persistente di dover far ritorno in Patria. Questa profonda emozione per un tempo vissuto nel passato e che il ricordo rende persistente e attuale, solitamente è localizzata ed è il motivo per il quale Ulisse ne è la rappresentazione più congeniale, laddove tempo e luogo si tengono insieme. La memoria ci restituisce ad un ricordo profondo ed emotivamente coinvolgente, come se stesse nuovamente accadendo sotto i nostri occhi, ma quel luogo non sarà mai più lo stesso poiché il tempo lo ha irrimediabilmente mutato. Il tempo è la sottile linea su cui scorre, senza possibilità di bloccarne le lancette, la nostra stessa libertà, che è la forza che guarda al futuro. L’emozionarsi per un ricordo profondo, la nostalgia di un luogo in un tempo tengono insieme noi stessi, contribuendo a scriverne una narrazione unitaria mentre si attraversa il labirinto della vita: “l’eroe Odisseo accetta la sfida del perdersi, senza mai perdersi”.  L’effetto benefico è quindi indotto da una sorta di autoverifica della coerenza di noi con noi stessi, sfidati come siamo dai cambiamenti che ci hanno riguardato. Uno sguardo al passato può dar forza alle aspettative future in una visione stabile delle nostre identità, mentre sono perennemente in divenire e che vanno rafforzate proprio nella capacità di adattarsi ai cambiamenti occorsi.

Secondo la simbolica dell’Odissea del vivere, centrale è dunque la domanda: “cosa è quindi il ritorno? L’essenza del viaggio. L’eroe in ogni prova perderà un velo che lo separa dalla distanza simbolica della sua verità-compito per cui ha risposto ad un appello: il coraggio dell’avventura e della conoscenza” (p. 91). Rinati dalla discesa agli inferi di noi stessi, sfidati dalle Sirene dell’oblio, bisogna attraversare la Via stretta di Scilla e Cariddi, per raggiungere il centro di ciò che chiamiamo esistenza. L’eroe omerico intenta il Viaggio del ritorno a casa dopo che la guerra lo aveva stravolto come guerriero. Questa ricerca della rotta della navigazione verso la nostra profondità passa per il sacrificio supremo, anche sino a dimenticare noi stessi: “Il mio nome è Nessuno!”. Con un raffinato gioco linguistico il nulla di sé stessi (in greco antico con la parola outis) si confonde con un richiamo a quell’intelligenza pratica (in greco mètis), che è la capacità dell’intuizione di trovare soluzioni. La storia di sé stessi si riepiloga in una biografia dove l’adattabilità dell’esperienza dà un “nome” a tutte le cose. Il ritorno, dunque, all’Origine non può essere giocato come un’immobilizzazione di se stessi, poiché ogni tradizione è una consegna dinamica e creativa e solo così potrà sfidare l’oblio del tempo.

Da bambini balbettiamo, infatti, con il vocabolario dei nomi che ci vengono insegnati come corredo del nostro linguaggio di vita, ma poi la sovrapposizione dei medesimi suoni dovrà liberare quegli originali significati che solo la nostra esperienza ci avrà insegnato ad attribuirgli. Questa che è la vera astuzia della libertà, è un de-centramento fino a lambire il confine di noi stessi, poiché è solo perdendosi che ci si potrà ritrovare, rischiando e uscendo dai nostri consueti confort zone, che potremo andare a cercarci sino alla nostra Itaca.

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Bibl.

  1.  https://boxofficebiz.it/news/odissea-ora-e-il-maggiore-incasso-internazionale-di-sempre-in-corea-del-sud/ 
  2.  Gianluca Marletta, Valentina Ferranti, Odissea. la storia di tutte le storie, XPublishing, Roma 2024.
  3.  Proprio in questi giorni viene rieditata la sua Metafisica orientale, per le edizioni Adelphi, opportunamente sottotitolata come la migliore introduzione al suo pensiero, in cui è pressante la critica e l’invito a «restaurare la civiltà occidentale con l’aiuto dell’Oriente». 
  4.  Scrive a tal proposito Svetlana Boym: “Il ventesimo secolo, iniziato con un’utopia futurista, si è chiuso con la nostalgia”.
  5.  Zygmunt Bauman, Retrotopia, Editori Laterza, Bari-Roma 2017.
  6.  È un neologismo derivato dalla fusione dei termini greci nòstos ritorno e àlgos dolore.

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