Un altro Leone, un altro Attila. Un papa cerca di fermare un invasore spietato, assetato di potere, mentre una popolazione paga con il sangue l’ambizione forsennata dell’aggressore. La storia offre il precedente; la cronaca continua a negarci il lieto fine. Nell’estate del 452 dC Leone I, detto Magno, incontrò Attila sulle rive del Mincio, nel Mantovano. Il re degli Unni aveva devastato i Balcani e imposto tributi umilianti all’Impero romano d’Oriente. In Gallia, l’anno prima, Ezio e i suoi alleati ne avevano contenuto l’avanzata ai Campi Catalaunici. Nondimeno, Attila conservava un esercito capace di invadere l’Italia: Aquileia fu espugnata e devastata, altre città saccheggiate. Roma aveva ragioni concrete per tremare. L’appellativo di «flagello di Dio», consolidatosi nella tradizione successiva, avrebbe trasformato quelle sciagure in una punizione celeste.
Leone Magno affrontò l’aggressore con l’autorevolezza di un pontefice esperto di diplomazia. Dopo il colloquio Attila lasciò l’Italia. Quanto pesarono le parole del papa? La fame, le malattie e le minacce militari ai suoi domini suggerivano prudenza. L’uomo che aveva seminato tanto orrore seppe valutare il limite oltre il quale insistere sarebbe diventato rovinoso. La leggenda aggiunse Pietro e Paolo, apparsi con le spade per intimorirlo. Raffaello dipinse la scena; Verdi ne accolse la suggestione nel suo Attila, facendo risuonare l’ammonimento di Leone: «T’arretra! Or chiuso è il varco». Le arti potevano concedersi la certezza che la storia ci nega.
Oggi un diverso Leone si rivolge a un Attila peggiore, Vladimir Putin. La richiesta di una tregua per i civili di Oleshky ha qualcosa di umanamente elementare: permettere a persone stremate di ricevere cibo e medicine, di uscire dal pericolo. Mangiare, curarsi, sopravvivere dovrebbero essere argomenti sufficienti per “orecchie capaci d’intendere”. Nel calcolo di questa marionetta di Caesar, invece, anche il dolore sembra acquistare valore soltanto quando può servire alla conquista. Dover rivolgere un simile appello da parte del pontefice al capo di una cosiddetta grande potenza rivela quanto possa essere abusivo questo aggettivo.
La grandezza di un Paese si misura dalla vita che rende possibile, dalla libertà che custodisce, dal futuro che offre ai propri cittadini. L’autorevolezza nasce anche dalla capacità di riconoscere l’esistenza e i diritti degli altri. Un arsenale assicura la facoltà di distruggere; la civiltà richiede la coscienza del limite. La Russia di Putin tradisce ancora una volta il proprio genio culturale quando pretende di sostituire alla dignità dell’uomo la miseria del possesso di nuove terre trasformate in vasti cimiteri, distese di sangue versato senza un fremito di misericordia.
Quest’Attila dei tempi nostri, flagello di popoli che incede fra portali d’oro o siede su un trono di ossa, è un volto senza sguardo ma dispone di artigli: missili, droni, ordigni nucleari. Nelle sue mani la tecnica serve una volontà predatrice: case di gente inerme distrutte, ospedali e persino camposanti devastati dalla follia di una mente cieca, prigionieri torturati, bambini deportati, civili assassinati, donne stuprate. Chi esce per cercare pane o soccorrere un ferito può diventare il bersaglio di una caccia deliberata. È terrorismo esercitato sugli innocenti. Considero questa combinazione di ambizione imperiale, cinismo e ricatto atomico la minaccia più atroce alla pace del nostro tempo. L’Attila antico seppe almeno fermarsi; questo di oggi è una macchina di tenebra.
Leggo in lui la pochezza di chi cerca nella soggezione altrui una conferma della propria statura. L’ostentazione della forza convive con il timore di perdere il rango di superpotenza; il mondo oltre le frontiere, desiderato e detestato, diventa un affronto quando mostra che il benessere può accompagnarsi alla libertà. In questa rivalsa riconosco la frustrazione di una supremazia che presenta ogni limite come un’umiliazione e ogni vicino indipendente come una minaccia. Il ricorso all’incubo nucleare porta quel risentimento alle sue conseguenze estreme: se il mondo rifiuta di ammirarti, puoi sempre costringerlo ad avere paura.
Putin evoca le conquiste di Pietro il Grande e parla di terre da «restituire» alla Russia. È un verbo provvidenziale: permette di occupare la casa del vicino con l’aria di rientrare nella propria.
Uno Stato (c’è bisogno di ricordarlo?) è una comunità di persone. L’Ucraina ha abitanti, volontà, diritti e memoria: nessuna ambizione imperiale costituisce un titolo di proprietà. Putin vorrebbe il proprio nome inciso nel marmo della storia. Ci riuscirà; sulla dedica avrebbe ragione di preoccuparsi. Il mandato d’arresto della Corte penale internazionale per la presunta responsabilità nella deportazione e nel trasferimento illegali di bambini ucraini è già una scomoda premessa a qualsiasi monumento.
Papa Leone XIV interviene con coraggio, chiedendo al suo interlocutore una tregua che permetta di soccorrere i civili e portarli al sicuro. Ma per ottenere da Putin una rinuncia, occorrerebbe chiedere al miracolo qualcosa di più arduo del ritiro di un esercito: che, cioè, da una mente ottenebrata emergesse una coscienza capace di riconoscere nell’altro un essere umano. Narciso, chinato sull’acqua, continua a vedere soltanto se stesso. Sarebbe vano sperare che possa riconoscervi un volto diverso dal proprio.
Pascal paragonava l’uomo a una canna fragile, esposta al vento, la cui dignità consiste nel pensare
(L’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature; mais c’est un roseau pensant). Per chi misura la propria statura sulle rovine che lascia dietro di sé, riconoscere un limite e rispettare la vita altrui sarebbe forse il primo pensiero veramente grande.
È difficile, dunque, confidare nel successo del generoso tentativo di questo nuovo Leone. Il suo appello alla coscienza rischia di infrangersi contro un uomo gemello solo della sua ombra, per il quale i pii della Terra reclamano la mannaia più affilata della storia e sul quale il dolore degli innocenti non riesce a imprimere un segno. Il ruggito del Leone, questa volta, potrebbe perdersi nel silenzio di chi non ha quelle famose “orecchie per intendere”.
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Bibliografia e fonti
1. CAVALCANTI, Elena. «Leone I, santo». Enciclopedia dei Papi, Treccani, 2000.
2. TRECCANI. «Attila»; «Campi Catalaunici, battaglia dei». Enciclopedia on line, s.d. Per le campagne, l’esito della battaglia e le ragioni del ritiro.
3. TRECCANI. «Flagello». Enciclopedia Dantesca, 1970. Per la formazione successiva dell’appellativo «flagello di Dio».
4. MUSEI VATICANI. «Incontro di Leone Magno con Attila». Stanza di Eliodoro, s.d. Per l’affresco di Raffaello e la leggenda degli apostoli.
5. VERDI, Giuseppe. Attila. Libretto di Temistocle Solera, con l’intervento di Francesco Maria Piave.
6. CERNUZIO, Salvatore. «Il Papa al telefono con Putin chiede tregua umanitaria nella regione di Kherson». Vatican News, 16 ottobre 2026.
7. PASCAL, Blaise. «Pensieri», Dizionario di filosofia, Treccani, 2009.
