Provate a indignarvi per uno scaffale vuoto soltanto dopo esservi chiesti chi lo riempie. Dategli un volto, prima di pretendere che torni al suo posto. Pensate a quanto poco sapete dell’uomo che attraversa l’Italia perché voi possiate trovare il latte, la frutta, il necessario. Poi arrabbiatevi pure. Ma almeno saprete con chi. La protesta degli autotrasportatori ci obbliga a questo incontro scomodo. Finché il camion viaggia, vediamo la merce. Quando si ferma, scopriamo il lavoratore. E spesso il primo sentimento che gli riserviamo è il fastidio. In questi giorni di ottobre, presidi e fermi hanno attraversato diverse regioni del Mezzogiorno. Il caro gasolio, gli aiuti attesi, la difficoltà di sostenere i costi hanno portato la protesta lungo le strade da cui passa la nostra normalità. Le conseguenze raggiungono supermercati, attività, famiglie. Il conflitto entra nelle case attraverso quello che manca. È qui che viene in mente Orwell. Precisamente un cavallo. Nella Fattoria degli animali, Boxer — Gondrano in molte traduzioni italiane — mette la propria forza al servizio di una promessa collettiva. Lavora, trascina, ricomincia. Quando qualcosa va male, cerca dentro di sé altro lavoro da offrire. La sua fiducia ha una concretezza terribile: crede con il corpo. Ogni sforzo gli consuma un pezzo di vita, ma lui continua a pensare che la soluzione sia sforzarsi ancora. Poi crolla. E la fattoria per cui si è speso lo consegna al macello, mentre ai compagni viene raccontato che andrà a curarsi. Il dolore di quella pagina viene dalla sproporzione tra ciò che Boxer ha dato e la facilità con cui può essere eliminato. Ha costruito qualcosa dentro cui, alla fine, non c’è posto per lui. Leggere oggi quel passaggio significa domandarsi quanto della nostra idea di lavoro continui a dipendere dalla disponibilità di qualcuno a consumarsi. Quanto ci rassicuri chiamare sacrificio ciò che, se toccasse a noi, chiameremmo ingiustizia. Al Sud questa domanda trova un terreno familiare. La parola «resistere» viene pronunciata con orgoglio, tramandata quasi fosse un mestiere. Si resiste alle distanze, alle attese, a un pagamento che serve ad affrontarne un altro. Si impara a far bastare. E a forza di ammirare chi riesce a farcela con poco, finiamo per domandargli sempre meno quanto gli sia costato. Il piccolo autotrasportatore può essere insieme chi possiede il mezzo e chi lo guida. La separazione rassicurante fra padrone e lavoratore, in quella cabina, può sparire. Restano i conti. Il carburante da acquistare prima di incassare il viaggio. La manutenzione che non conosce indulgenza. Il rischio che aumentare il lavoro significhi soltanto aumentare il denaro da anticipare. Per questo fermarsi contiene una contraddizione feroce: rinunciare a lavorare per difendere la possibilità di continuare. Il 20 ottobre il confronto con Matteo Salvini ha prodotto l’annuncio di risorse disponibili e dello sblocco dei pagamenti. Le associazioni hanno accolto positivamente gli impegni, chiedendo tempi certi e provvedimenti concretamente esigibili. In Sicilia è stata annunciata la revoca del fermo; in Campania la prosecuzione della mobilitazione. La distanza fra queste decisioni racconta anche quanto sia difficile ricomporre la fiducia con un solo incontro. Sarebbe scorretto cancellare gli interventi annunciati. Sarebbe altrettanto comodo confondere l’annuncio con il momento in cui un’impresa riesce finalmente a pagare. Anche sulle accise il governo Meloni ha richiamato il meccanismo che utilizza il maggiore gettito Iva per ridurre il prelievo sui carburanti. Ma chi devefare rifornimento misura l’efficacia di una risposta davanti alla pompa. Le spiegazioni hanno bisogno di arrivare fin lì. La politica dovrebbe conoscere questa distanza: fra una misura illustrata e una scadenza affrontata. È nello spazio fra le due che una persona può perdere il sonno, indebitarsi, chiudere. Da lontano sembrerà sempre che abbia ceduto all’improvviso. Intanto il blocco colpisce anche chi ha poco. La merce deperisce, una consegna salta, un’attività subisce una perdita. Non basta stare dalla parte di chi protesta per rendere innocente ogni conseguenza. Proprio questa sofferenza che ricade su altra sofferenza dovrebbe impedire al governo di considerare risolta la questione appena riprende la circolazione. Al termine della Fattoria degli animali, gli animali rimasti fuori guardano attraverso una finestra e non riescono più a distinguere i maiali dagli uomini. Dentro, il potere ha imparato a stare a tavola. Fuori, qualcuno deve ancora occuparsi del raccolto. Forse è da quella finestra che dovremmo guardare anche noi, prima di augurarci che tutto torni come prima. Perché quel «prima», che a noi garantiva gli scaffali pieni, a qualcun altro non permetteva più di arrivare alla fine del mese. I camion ripartiranno. Torneremo a superarli in autostrada, infastiditi dalla lentezza con cui procedono. Dal finestrino scorgeremo per un istante un uomo al volante, poi saremo già lontani. Lui avrà ancora ore di strada….E noi avremo già deciso che è tutto finito.

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