Ogni epoca ha bisogno di parole per essere interpretata. Le reti di significati che le nostre parole tessono, ci aiutano a condividere un senso comune o, come sempre auspico, una pluralità di opinioni e punti di vista, il cui ventaglio di possibilità è un’idea stessa di realtà senza fermarci a granitiche affermazioni. Siamo umani, infatti, quando scopriamo di essere artigiani del senso e di dover parlare di noi stessi e del mondo, perché solo così possiamo provare a comprenderne le ragioni. Talvolta, siamo orfani e medicanti di parole e di significati e questo ci rende ancor più vulnerabili ed esposti come siamo a parole e a significati prefabbricati come comandi. La libertà, prima che essere un esercizio del fare, vive del presupposto del dire, in cui l’inevitabile chiasso delle opinioni può spezzare le catene del pensiero a reti unificate. D’altra parte, la ruota della Storia sembra muoversi tra esaltazione e rassegnazione, in alcune curvature senza trovare le parole sufficienti della denuncia e la forza di invertirne insieme il verso.

È quello che ci consegna come un mandato per le future generazioni, una delle figure emblematiche dei suoi tempi, ovvero Albert Camus (1913-1960) – scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese – che in un pubblico discorso così si pronunciò sul suo tempo:

 “Ogni generazione, senza dubbio, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse ancora più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada in pezzi. Erede di una storia corrotta in cui rivoluzioni fallite, tecnologia dilagante, dei morti e ideologie esaurite si intrecciano, dove poteri mediocri possono ora distruggere tutto ma non sanno più come convincere, dove l’intelligenza è sprofondata al punto da diventare serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto, dentro di sé e intorno a sé, recuperare, dalle proprie negazioni, un po’ di ciò che costituisce la dignità del vivere e del morire. Di fronte a un mondo minacciato dalla disintegrazione, dove i nostri grandi inquisitori rischiano di instaurare per sempre i regni della morte, sa di dover, in una sorta di frenetica corsa contro il tempo, ristabilire una pace tra le nazioni che non sia una pace di servitù, riconciliare ancora una volta lavoro e cultura e ricostruire con tutta l’umanità un’arca dell’alleanza”.

L’occasione era solenne, poiché la citazione è parte del discorso che Albert Camus pronunciò al banchetto del Premio Nobel presso il Municipio di Stoccolma il 10 dicembre 1957, ma potrebbe essere adottata per descrivere lo spaesamento odierno. Questa sovrapposizione del racconto nasce senza dubbio dalla visione lungimirante di chi guardava oltre la cronaca dei giorni, ma probabilmente anche dalla temperie delle tragedie mondiali del ‘900, i cui feticci e le cui drammatiche ombre si allungano sino ad oggi riemergendo ancora come parole d’ordine e di comando. In fondo, siamo sempre troppo dentro i tempi che ci generano, per assumere quella giusta distanza tanto da condividere parole sensate sui tempi che viviamo. 

In questo gioco della narrazione per abitare la contemporaneità, ho letto in questi giorni con interesse le pagine che Franco Marcoaldi – poeta e scrittore – dedica alla ricerca di parole per riassumere un sentimento per il nostro tempo. La lettura è allo stesso tempo profonda e piacevole con parole ispirate da quel libero stato d’animo che aveva già descritto come una sorta di autobiografia in movimento e dedicandola ai “cani sciolti” come lui. È questa la condizione sociale di chi prova a tirarsi fuori dai canoni del politicamente corretto e dell’opinione in prestito e alla moda, possibilmente scevri da servilismi e ansie da prestazioni, ma con coraggio accomunati dal privilegio della solitudine di tenersi possibilmente immuni “dalle verità di gregge, dagli slogan, dall’indistinto ammasso”. D’altra parte – come ci invita alla riflessione – sono “innumerevoli i sentieri offerti all’esserci umano”! 

In questa sua indagine sull’umano vi aggiunge un interrogativo, che apparentemente le cronache dei nostri tempi e il mondo giovanile sembra accreditare per la percezione di sentirsi orfani di qualsiasi possibile speranza. La crisi delle grandi utopie filosofiche e politiche del ‘900 ha certamente aperto un vuoto di destinazione, per chi invece voglia trovare nella militanza di un gruppo la protezione del senso abbreviato da una maggioranza di consensi. La diffusione della ricerca senza tregua delle migliori condizioni di benessere economico individuale ha grattato il fondo di ogni riserva morale, trovando come monito vecchie e nuove parole d’ordine. Le stesse predicazioni religiose sembrano non trasmettere parole autentiche e autorevoli per un equilibrio tra il pragmatismo del tempo penultimo del “qui ed ora” e l’attesa di un tempo ultimo del compimento e della salvezza. È nei coni d’ombra di questi tempi, con il tramonto di ogni “sol dell’avvenire”, che la banalità dei discorsi comprensibili a tutti non ha il respiro della visione e si nutre unicamente della retorica del fare come criterio di mercato. Da quando la logica spasmodica dell’esibizionismo del fare ha ispirato le parole sulla scuola, sui presidi sanitari, sulla vita sociale e politica del nostro Paese, mi sono sempre più interrogato sull’ambiguità di queste parole di propaganda, poiché l’azione del fare non è la necessaria garanzia di un buon esito: come spesso avviene, si può far bene o si può fare anche male! Come questa lunga calura estiva non rende più necessaria un’opposizione argomentata a chi l’ha sempre esclusa come l’esito di una bufala ecologista, allo stesso modo, dalla pandemia alle guerre, la parola sulla/della crisi potrebbe tristemente essere l’unica pronunciabile e da tutti condivisa senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Questo sguardo critico sull’inceppamento dell’ora presente è una sola cosa con l’imperativo del marketing del “now” e del fare, di cui, in realtà, non ne è la soluzione, ma solo la denuncia che ci siamo persi il futuro e abbiamo deciso di agitarci secondo una permanente condizione d’emergenza. Il pragmatismo del tutto e subito non cerca l’originalità creativa di una risposta, ma solo lo smanettamento di una soluzione generata dal feedback di un’intelligenza artificiale. Da questo punto di vista, la strettoia della crisi e il pragmatismo dell’evo digitale hanno una comune matrice ed appartenenza. D’altra parte, ogni parola di speranza sembra apparire troppo grande per i punti di leva di questi tempi, come un inutile rinvio ed un esercizio dell’attesa che non serve, perché i tempi si sono abbreviati e tanto vale non sperare in un mondo migliore. In contrapposizione ad ogni resa alla retorica della disperazione come pericoloso contrappunto, resta il monito della disperanza – come pronuncia Franco Marcoaldi – che non ne è affato il sinonimo, ma piuttosto una precauzione affinché non avvenga. 

Secondo un interessante viaggio letterario, in cui non a caso la palestra delle parole ridà valore al linguaggio e ai suoi significati, Franco Marcoaldi ci guida nel suo viaggio errante, da accogliere come un ulteriore rinvio alla lettura e alla conoscenza di fonti di prima mano. È il caso, a.es., delle” Storie della disperanza” dello scrittore e poeta colombiano Álvaro Mutis (1923-2013), che Gabriel García Márquez ha definito «uno dei più grandi scrittori della nostra epoca». Come lo stesso Mutis ebbe modo di chiarire, il richiamo alla disperanza nella sua brusca durezza suona come un radicale richiamo ad un pensare la finitudine come un orizzonte di limite e in tal senso come una domanda di responsabilità: “a guardar bene, il figlio della disperanza è alla fine uno che ha digerito serenamente l propria morte, che ha adempiuto al rilkeano precetto di sceglier e modellare la propria fine. Il figlio della disperanza non rifiuta la morte; anzi, ne rileva i primi segni e li ordina all’interno di una particolare sequenza che conviene a quell’armonia che egli conosce da sempre e che soltanto a lui è dato percepire e ricreare continuamente”. In fondo, così osservo, è proprio dall’inadeguatezza degli uomini che non sanno che cosa fare dinanzi alla paura della morte che nasce l’invenzione della guerra e con questa vi giocano. L’omicidio dell’altro, come opzione individuale o come sistematico modello di soluzione delle contese, è un modo per esorcizzare in modo onnipotente la paura del proprio morire, in cui l’ergersi eretto e vivo può avvenire solo dinanzi al cadavere inerme della vittima. L’impulso al dominio e alla sopravvivenza va smascherato dai sogni illusori di speranze, che, a vario titolo, rinviano a una resa dei conti. Questa etica della finitudine non è un elogio della disperazione, ma solo un atto di lucida consapevolezza come pur la disperanza richiede, poiché non è affatto cupa, fosca o inerte: “al contrario, nella sua felice ambiguità, rappresenta il volano ideale di molteplici aspetti liberatori per l’individuo capace di farla propria”. Senza consegnarsi alla disperazione cinica di chi fa della sopraffazione la militanza rassicurante rispetto ad ogni -ismo di maniera, la disperanza è l’etica del viandante, poiché non va alla ricerca di una soddisfazione e di una ricompensa, ma trova la sua gioia e letizia in un’appagata condizione priva di paura e prosciugata da onnivore ambizioni. 

A suo modo, ce ne offre una chiara testimonianza un antico testo, apparentemente incomprensibile, da quel Santo di Assisi invocato come Patrono e il primo degli italiani (sic!). In un antico testo al capitolo 8 dei suoi Fioretti, mentre sono viandanti tra Perugia e la piana di Santa Maria deli Angeli “a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava”, Francesco chiamò a sé il suo confratello Leone e alla domanda sulla vera e perfetta letizia, così poté con autenticità condividere: “”Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.

Questo spazio attraversato e lasciato aperto dal cammino del viandante traccia un sentiero e una possibilità di liberarsi dalla violenta pretesa di costruire contro gli altri un Nuovo Mondo, in cui così continuare a suddividere e a contare salvati e eterni dannati, neri camerati e inermi da concentrare, rossi compagni e nemici del popolo. Una laica di-speranza, come sentimento in un tempo incerto, è un elogio dell’impegno individuale e un invito alla responsabilità rispetto alle confuse parole su questi tempi

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* L’immagine qui riprodotta è dedicata alle Nuove aurore (2019) ed è firmata dal M. Claudio Mario Feruglio.

1.  https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1957/camus/25232-banquet-speech-french/

2. Franco Marcoaldi, La disperanza. Un sentimento del nostro tempo, Einaudi, Torino 2026

3.  Franco Marcoaldi, I cani sciolti. Comunità di solitari, Einaudi, Torino 2024.

4. Álvaro Mutis, Storie della disperanza, Einaudi, Torino 2003.