1. Terra piccola, grandi domande

«Lampedusa è una piccola terra in mezzo al mare, ma da molti anni porta sulle proprie spalle domande grandi, ferite profonde e speranze gioiose che appartengono al mondo intero». Sono le battute iniziali del saluto del sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, a Papa Leone XIV – appena atterrato da Ciampino il 4 luglio mattina -. Accolto prima, in terra di Sicilia, dal presidente della Regione e dai vescovi del territorio pastorale, il Papa di origini americane ha voluto compiere un vero, seppur breve, pellegrinaggio, in esplicita continuità con la visita di papa Francesco in questo stesso lembo isolano della diocesi di Agrigento: la stessa diocesi in cui fu proclamato Beato Rosario Angelo Livatino, oggi Patrono dei Magistrati. Essenziali ed eclatanti i gesti di Leone XIV: sosta al Cimitero, con omaggio floreale sulle tombe; sosta alla cosiddetta “Porta d’Europa”; sosta al Molo Favaloro, con la benedizione della targa che intitola ora il Molo a Papa Francesco; saluto ad alcuni Migranti, tra cui un ragazzo orfano, ora adottato in Italia. Sono come le stazioni di una Via crucis reale e ideale in quello che oggi è nell’isola, come si dice in gergo ministeriale, un Hotspot: gestito come centro di accoglienza dal Ministero italiano dell’Interno dopo la Gara europea a procedura aperta per l’affidamento dell’appalto dei servizi di gestione e funzionamento. Il Dipartimento ministeriale italiano per le libertà civili e l’immigrazione ci ricorda che «l’Hotspot è un modello organizzativo preposto alla gestione di grandi arrivi di persone che può operare in qualsiasi area territoriale prescelta. In Italia attualmente sono state individuate 4 aree Hotspot (Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto) allestite per consentire le operazioni di prima assistenza, identificazione e somministrazione di informative in merito alle modalità di richiesta della protezione internazionale o di partecipazione al programma di relocation. In ciascuna area Hotspot è presente un team di esperti nazionali e di rappresentanti delle agenzie europee (EASO, Frontex, Europol), che svolgono congiuntamente le prescritte attività». 

La fredda formula ministeriale ricorre all’inglese – relocation, alla lettera ricollocazione – che, ahimé, oggi evoca un suono affine e terribile – remigration -, che dice invece soltanto respingimento, nella pretesa (impossibile) di rinviare al mittente tutti coloro che migrano. Appena il giorno prima della sua visita apostolica a Lampedusa, il coraggioso e americano papa Leone – nel ringraziare (in lingua ufficiale inglese) gli statunitensi per avergli conferito la Liberty Medal of the National Constitution Center (in occasione del 250esimo anniversario della fondazione degli USA, marcata dalla famosa Declaration of Independence on July 4, 1776) aveva voluto ricordare, senza mezzi termini, che anche la realtà americana è frutto di libertà ma, insieme, di successive ondate di migranti: «In questi ultimi duecentocinquanta anni, per tanti popoli in tutto il mondo, è stata la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei padri fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il paese apriva le sue porte a successive ondate di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione. È stato questo stesso amore per la libertà che ha ispirato gli Stati Uniti, nelle ore più buie del secolo scorso, al tempo delle due guerre mondiali, a guardare oltre se stessi e, a costo di grandi sacrifici, a difendere la causa della libertà oltre i propri confini. Come ogni americano sa, tuttavia, il percorso per costruire una società che incarni quegli alti ideali di libertà e giustizia per tutti non è sempre stato facile e, per molti aspetti, è ancora in corso. Infatti, lo sforzo per realizzare questa visione deve essere ripreso in ogni generazione e di fronte a sfide sempre nuove. Oggi, mentre guardiamo al futuro, questo anniversario storico ci offre l’opportunità di riflettere ancora una volta sui principi fondanti della nazione, nella speranza che l’America rimanga sempre fedele al sogno che le ha valso il titolo di terra dei liberi e patria dei coraggiosi».

Guardare al futuro e gestirlo oggi alla luce dei criteri di libertà e di coraggio. L’8 luglio 2013, nella sua visita nell’isola di Lampedusa, anche il compianto papa Francesco era approdato su un’isola che allora era una terra di attracco di emigranti senza regole. Al punto che dovette allora ricordare esplicitamente le traversate della speranza, che allora comportavano un elevato numero di morti in mare di viaggiatori (tanti quelli di fede islamica”) che, dalle coste africane, si affidavano, allora come ora, a mercanti e affaristi senza scrupoli, nella speranza di esser portati verso quella che, ancor oggi, è chiamata la porta dell’Europa. Così papa Francesco: «Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta… Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare».

  1. O scià’: “respiro mio”, non “respingimento”!

Oggi, ad ascoltare papa Leone XIV a Lampedusa c’era, tra gli altri, Claudio Baglioni: il misicista e cantante che, l’8 luglio 2013, pubblicò Isole del Sud, il quinto inedito del progetto ConVoi: fu un inno intenso e struggente, dalla straordinaria forza lirica, un canto popolare dedicato al tema dell’eterno migrare dell’essere umano, costretto a lasciare radici ed affetti nella speranza di un futuro più degno. Un canto dolente, ‘O scià’, ispirato dall’incontro tra il cantautore e l’isola di Lampedusa e delle Pelagie, nel corso di una lunga esperienza della rassegna di arti e musiche dedicata, appunto, al tema dell’integrazione, che porta a Lampedusa centinaia di artisti, nazionali ed internazionali, per promuovere valori fondamentali quali rispetto, tolleranza e solidarietà. Alle lettera, l’espressione ‘O scià’ significa “fiato mio” o anche “mio respiro” – saluto amichevole degli isolani -. Papa Francesco la utilizzò proprio in riferimento agli immigrati musulmani: «La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!». Oggi, nell’isola visitata da papa Leone XIV, i testi liturgici della Messa proponevano il testo di Lc 10,25-37: la parabola del buon Samaritano. Essa «descrive», ha chiosato il Papa, «una storia che continua», una vicenda che, soprattutto, chiama non al respingimento, ma alla prossimità. Infatti, ha proseguito il coraggioso Leone, «oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr v. 30). Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità». È, questo, il linguaggio del cristianesimo di fronte alle attuali forme del fenomeno migratorio.

Nel gergo ministeriale italiano, il decreto legge n. 130/2020, convertito nella legge n. 173/2020, ha ulteriormente ampliato le competenze delle Commissioni e delle Sezioni Territoriali, nel quadro di un più ampio ambito di casistiche per il riconoscimento del divieto di respingimento di cittadini stranieri (principio del “non refoulement”). Del resto, anche l’Agenzia europea per l’asilo ha definitivamente stabilito il principio di non respingimento: un principio cardine del diritto internazionale, dunque, volto a garantire che un richiedente non venga rimandato in un paese in cui rischierebbe di subire persecuzioni. Esso costituisce una salvaguardia essenziale e cruciale in tutta la procedura di asilo (compreso l’accesso alla procedura, la valutazione della domanda in prima istanza, il ricorso e il rimpatrio). Di conseguenza, gli Stati membri devono oggi rispettare questo principio di non respingimento conformemente ai loro obblighi internazionali. Esso garantisce il diritto del richiedente di rimanere nel paese ospitante durante la procedura di richiesta di protezione internazionale, anche durante la procedura di Dublino e in attesa della decisione dell’autorità competente. 

E tuttavia, il principio di prossimità, ribadito chiaramente a Lampedusa da papa Leone, è qualcosa in più del non respingimento; anzi è il vero e proprio «miracolo della compassione – «vide e ne ebbe compassione» (v. 33) -: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vitatra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri». 

Non siamo di fronte a impersonali profughi o migranti da respingere e far tornare indietro a ogni costo, bensì, alla lettera, di fronte a persone migranti. Parole come pietre: prima di tutto persone, dunque – ovvero soggetti con una dignità pressoché infinita, come quella delle Persone divine del cristianesimo -. Persone che praticano e attendono solidarietà dai propri simili. Qualcosa di più dei flussi stagionali stabiliti per decreto, come quello sulla Gazzetta Ufficiale del 15 ottobre 2025, che fissava le quote dei lavoratori stranieri che. per gli anni 2026, 2027 e 2028, potranno fare ingresso in Italia per lavorare (ammessi in Italia, per motivi di lavoro subordinato stagionale e non stagionale e di lavoro autonomo).

Il Rapporto immigrazione 2025 della Caritas italiana e Fondazione Migrantes ci ricorda che, al gennaio 2025, si stima che nel mondo i migranti internazionali siano 304 milioni, più del doppio rispetto al 1990. In termini percentuali, si è passati dal 2,9% al 3,7% della popolazione mondiale, percentuale che è rimasta invariata negli ultimi anni. Sono aumentati, invece, in maniera molto significativa i profughi e gli sfollati che, alla fine del 2024, hanno raggiunto la cifra record di 123,2 milioni. I principali Paesi di origine dei cittadini stranieri in Italia restano Romania, Marocco, Albania, Ucraina e Cina, ma negli ultimi anni si osserva una crescita significativa di nuovi arrivi dal Perù e soprattutto dal Bangladesh. 

Che fare, dunque, per la gestione dei migranti che comunque approdano, anzi devono approdare? Una delle soluzioni politiche italiane riguarda la struttura di Gjadër, che si trova in territorio albanese (ufficialmente inaugurata il 16 ottobre 2024, con l’ingresso dei primi 16 richiedenti asilo soccorsi nel Canale di Sicilia). Secondo gli accordi tra governo italiano e governo albanese, la struttura occupa una ex base militare albanese, dov’è stato installato un complesso polifunzionale che ospita al suo interno un Centro di trattenimento per richiedenti asilo (Ctra) assoggettati alla procedura d’asilo in frontiera, con una capienza di 880 posti, e un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) dalla capienza di 144 posti. Quest’ultimo, può essere utilizzato anche per il trattenimento (così il gergo politichese) di stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione già trattenuti presso uno dei Cpr situati in territorio italiano. Tutte le persone trattenute a Gjadër nel corso del 2024 (non più di 20 in tutto) sono state rilasciate e, dunque, trasferite sul territorio italiano per mancata convalida del provvedimento di trattenimento da parte del Tribunale di Roma, territorialmente competente.

Per quanto concerne Lampedusa, vi è qui, come abbiamo sentito nel corso della visita di Leone XIV, un Hotspot (centro dedicato alla gestione di grandi arrivi di persone migranti, dove vengono effettuate operazioni di prima assistenza e identificazione, di informazione sulle modalità di richiesta della protezione internazionale e di smistamento verso altri centri). Ad Agrigento-Porto Empedocle opera anche un CTRA – inaugurato il 12 agosto 2024, che ha una capienza ufficiale di 70 posti ed effettiva di 50 – destinato al trattenimento dei richiedenti asilo assoggettati alle procedure di frontiera: ubicato in contrada Caos, nei pressi del vicino Hotspot inaugurato nel febbraio 2024, dal quale è separato tramite una doppia recinzione in acciaio, il CTRA di Porto Empedocle dispone di 8 box adibiti a dormitorio e 4 box per i servizi igienici. In considerazione dell’indisponibilità della Croce Rossa, che gestisce l’adiacente Hotspot, a gestire anche la “sezione” dedicata al trattenimento dei richiedenti asilo, la Prefettura di Agrigento ha affidato la gestione a una cooperativa sociale. Attivo a partire dal mese di agosto 2024, purtroppo, come si legge in un rapporto ASGI, nel corso del 2025 due cittadini tunisini, già trattenuti nel CTRA di Porto Empedocle e rimpatriati verso la Tunisia, si sono infine suicidati una volta rientrati nel paese d’origine.

Si aggiungono, poi, a tutto questo i CPR  Centri di Permanenza per il Rimpatrio (strutture di detenzione amministrativa, destinate cioè a persone che non hanno commesso un reato penale, ma un illecito amministrativo, dove vengono rinchiusi cittadini stranieri sprovvisti di documenti di soggiorno validi, in attesa che venga eseguito un provvedimento di espulsione); nonché i Centri di accoglienza, che sono strutture con alloggio temporaneo e una prima accoglienza a richiedenti asilo e rifugiati, in attesa che le loro domande di protezione internazionale siano valutate dalle autorità competenti (CAS – Centro di Accoglienza Straordinaria) o un’accoglienza di secondo livello, che comprende anche progetti di inclusione sociale,  a persone che hanno già ottenuto lo status di rifugiato (SAI – Sistema di Accoglienza e Asilo).

  1. Una porta – chiusa? – dell’Europa

Uno dei luoghi-simbolo di Lampedusa, visitato da papa Leone, è stata la cosiddetta porta dell’Europa. Una porta aperta secondo l’artista, che invece spesso è rimasta chiusa. Realizzata nel 2008 dallo scultore Mimmo Paladino, è un monumento in ceramica refrattaria e ferro battuto situato sull’estremo promontorio di Cavallo Bianco dell’isola. Fuori programma, Leone XIV ha voluto varcare lui stesso la Porta d’Europa, appoggiando la sua mano destra su uno dei due lati e ha percorso a piedi un tratto scoglioso, inerpicandosi a tratti sugli scogli, fino a raggiungere la costa, guardare il mare, per poi tornare indietro per il non facile percorso a ritroso. Mentre guardava l’orizzonte e saliva i massi che conducevano a quella porta, il vento ha portato via la papalina, che egli ha recuperato sul capo, non senza ribadire all’omelia: «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».

Aramei erranti, ma senza costrizione: ecco il progetto accennato dal Papa. È pure il titolo del volume che, insieme con il biblista Gaetano Di Palma, abbiamo realizzato con le edizioni La Valle del Tempo di Napoli (Aramei erranti. Sulle orme religiose dei turisti delle radici, 2025). Non soltanto l’andare specifico di un popolo – come quello degli Ebrei o dei Cristiani, ma degli stessi esponenti dell’Islàm -, anzi l’esistenza umana in quanto tale appare, oggi, come una realtà in mutazione e in erranza; quindi, come un vero e proprio viaggio, che viene intrapreso da parte di persone che s’imbarcano come su una nave, per seguire una rotta sicura alla ricerca delle proprie radici. Una tal nave, se non ben governata e organizzata, rischia, tuttavia, di trasformarsi in una stultifera navis, ovvero nella nave dei folli, che si mettono sulle rotte tracciate da ancora più folli naviganti, come quelli che ancora vanno attrezzando carrette del mare che conducono verso le sponde italiane dell’Europa. Il fenomeno contemporaneo del Roots Tourism è stato studiato non soltanto dal punto di vista della specificità dei fenomeni delle migrazioni, degli spostamenti, degli itinerari, volontari, o imposti dalle circostanze. Gli spostamento delle persone verso la porta dell’Europa fa appello allo studio e all’esame delle componenti ideali, storiche e religiose di ogni viaggio, anche dei viaggi delle persone migranti. 

Quale sarà una possibile mappa da seguire, sia da parte di coloro che si mettono in navigazione per tornare ai luoghi delle proprie radici, sia da parte di coloro che ne organizzano l’accoglienza, il soggiorno e il benessere? A Lampedusa papa Leone ha voluto rimarcare la differenza tra chi viaggia per vacanza e chi, invece, viaggia come profugo, auspicando l’umanizzazione di ogni tipo di viaggio: «Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato».

  1. “Io Capitano”?

In molti ricordiamo il film sul viaggio dei ragazzi africani che cercano di raggiungere l’Europa, che Matteo Garrone realizzò per offrire una visione in controcampo rispetto a ciò che crediamo di sapere sul fenomeno migratorio. Era una narrazione epica (“un’odissea”, la denominò il regista) per gettare una luce inedita su tutto ciò che avviene prima dello sbarco sulle nostre coste. A spingere i protagonisti Seydou e Moussa (i personaggi portano gli stessi nomi degli attori) non è una guerra o la fame, ma l’innato desiderio di cambiare vita e confrontarsi con quel mondo, “Europa“, in cui si narra che i sogni possano tradursi in realtà.  Il viaggio del film riserva amare sorprese, ma Seydou ne esce vincitore perché riesce sempre a rimanere umano, fedele nell’amicizia e partecipe del dolore altrui. 

Se il fenomeno migratorio odierno non si può arrestare ma si può governare, sottraendolo almeno al lucroso business di passeurs e torturatori, a livello mondiale ci si deve muovere alla luce della Dichiarazione del 2013 sul Dialogo di alto livello su migrazione internazionale e sviluppo, nonché del Patto Globale: primo accordo intergovernativo, che cerca di coprire tutte le dimensioni della migrazione internazionale, offre alle nazioni un quadro di cooperazione non vincolante dal punto di vista giuridico, che tutela la sovranità degli Stati e i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale. Il Patto globale definisce 23 obiettivi e si fonda su dieci principi guida trasversali e interdipendenti, che sono alla base di tutti gli sforzi volti all’attuazione. Esso affronta tutte le dimensioni della migrazione internazionale, compresi gli aspetti umanitari, di sviluppo e dei diritti umani; promuove i contributi alla governance globale e rafforza il coordinamento in materia di migrazione; definisce impegni concreti, strategie di attuazione e un quadro di riferimento per il monitoraggio e la revisione tra gli Stati membri in tutte le dimensioni della migrazione, muovendosi  in linea con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e con l’Agenda di azione di Addis Abeba.

Accanto all’altare, dove ha celebrato a Lampedusa, Leone XIV aveva l’immagine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa: «Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza». In molti, vedendo quell’immagine mariano e sentendo queste parole, abbiamo ricordato alcune sottolineature del magistrato Rosario Angelo Livatino, che oggi riposa proprio in una chiesa della diocesi di Agrigento.

  1. Conclusione: scegliere è decidere

Nell’omelia di Lampedusa, commentando il brano evangelico del buon samaritano, papa Prevost ha dichiarato: «C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv. 31.32)». 

Sì, di fronte al dramma delle persone migranti bisogna davvero scegliere di decidere, come il Samaritano di fronte all’uomo, nemico, tramortito dai predoni. Lo disse già, Domenica 9 maggio 1993, san Giovanni Paolo II nella concelebrazione eucaristica nella valle dei templi di Agrigento, allorché volle ricordare le gravi situazioni di povertà, che tanta sofferenza avevano già provocato nella gente di quel territorio, costringendo un gran numero di uomini e donne a separarsi dagli affetti più cari per emigrare in paesi lontani, favorendo altresì l’insorgere e l’espandersi di vere e proprie malattie del tessuto sociale, come il latifondismo e i fenomeni mafiosi. Nella Sala Clementina, venerdì 29 novembre 2019 (Discorso ai membri del centro studi “Rosario Livatino), il medesimo Papa aggiunse, citando Rosario Livatino: «Mi ritrovo molto in un’altra riflessione di Rosario Livatino, quando afferma: “Decidere è scegliere […]; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. […] E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione». Sì, decidere è scegliere: scegliere per decidere, come ha detto papa Leone a Lampedusa: «l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni…». Senza lasciarsi prendere dalla fretta di “passare oltre”.