“Make love, not war”: così si aguravano quanti affollavano con i loro sogni giovanili strade e piazze degli Stati Uniti degli anni ’60. L’occasione fu inizialmente offerta dalle proteste contro l’insensata guerra del Vietnam (1955-1975), divenendo ben presto l’emblema della lotta all’autoritarismo e alla logica militare. Questo confronto tra potere e utopia plasmò un’intera generazione di giovani attese e di speranze di cambiamento, che ispirò l’impegno civile e di cui la cultura e le arti si fecero portavoce. È qui che si stabilisce una connessione privilegiata tra promozione culturale e educazione al progresso dei diritti civili. In Italia una canzone su tutte offrì parole al dissenso e al bisogno di cambiamento sociale. “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” (1966), nell’interpretazione canora di un giovane di belle speranze come Gianni Morandi e con l’arrangiamento musicale di Ennio Morricone, divenne ben presto un ritornello e il manifesto di un’epoca. Indirettamente ce lo attesta la censura musicale della Rai del tempo, che la giudicò per la sua opposizione alla politica di uno Stato amico come gli USA, tanto che se ne occupò un’interrogazione parlamentare per aver osato denunciare “Mi han detto vai nel Vietnam e spara ai Vietcong”. Parole di allora e di oggi impronunciabili, quando la comunicazione decide di denunciare, con la schiena diritta del giornalismo, la logica dei potenti di turno.
Tutto questo ci strapperà anche un sorriso per modalità di tempi considerati oramai passati. In realtà il rapporto tra guerra e comunicazione è oggi più che mai centrale al racconto proposto alla pubblica opinione inondata com’è da messaggi in una quantità difficile da metabolizzare in un giudizio individuale, tanto che la crisi democratica è anche e soprattutto una crisi da linguaggi della comunicazione. L’attualità politica mondiale, infatti, ci ripropone con parole semplici un interrogativo, che può fare da spartiacque tra oppose letture della storia e, soprattutto, come visione e destino dello sviluppo sociale: in sintesi, la guerra è necessaria al destino dei popoli?
Nelle mie Navigazioni in libreria ho trovato interessante il tentativo di riposta, che viene proposto da un’agile pubblicazione alla stessa maniera dei messaggi in bottiglia affidati all’imprevedibilità del mare. Il genio di Albert Einstein (1879-1955), infatti, e il rigore psicoanalitico di Sigmund Freud (1856-1939) si confrontano con una raccolta di saggi tenuti insieme da una domanda semplice e perciò ineludibile: “Perché la guerra?”. Il loro scambio epistolare viene promosso nell’estate del 1932 da quella Società delle Nazioni, che fu fondata nel 1919 come primo esperimento dei Paesi usciti vincitori dalla Prima Guerra Mondiale di istituire una stabile organizzazione mondiale per promuovere la pace e la cooperazione internazionale. Il confronto tra due giganti del ‘900 è motivo per riflettere sui fondamenti della convivenza civile, lasciando emergere, sullo sfondo delle problematiche politiche, il grande interrogativo sulla violenza come problema etico, politico e psichico. Nel pieno della Prima Guerra Mondiale, Freud vi dedicherà le sue “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” (1915), sentendosi “persi dal vortice di questo tempo di guerra” che segna la disillusione per aver atteso dalle grandi nazioni, dominatrici del mondo, di “risolvere i malintesi e i conflitti di interesse in tutt’altro modo”.
Come Freud stigmatizza, “lo stato in guerra si arroga la libertà di commettere ogni sorta di ingiustizia e atti di violenza che, se compiuti dal singolo individuo, sarebbero considerati disonorevoli”. Nelle sue analisi emerge una visione empirica della condizione umana, assolutamente non edulcorata da facili irenismi magari sollecitati da idealità morali o confessionali: per il padre della psicoanalisi non vi è un’interiore coscienza, che ci orienta quale nostro giudice incorruttibile, ma è, solo angoscia sociale. Proprio questa convinzione fattuale lo induce a ritenere necessaria la riprovazione che la comunità deve esercitare rispetto all’esercizio brutale della forza, non potendo approvare come atto patriottico la pubblica confessione della sete di potere, che svincola gli stati da convenzioni e accordi di non belligeranza.
La radice profonda di questa attitudine coincide per Freud in un’essenza profonda dell’essere umano con moti pulsionali primitivi, che ci orientano nel soddisfacimento di bisogni originari fondamentali per la nostra sopravvivenza, che non hanno una loro intrinseca qualità etica non essendo, infatti, né buoni, né cattivi! È la comunità umana, che li deve incoraggiare e/o stigmatizzare in ragione dei bisogni di convivenza collettiva. Seguendo un lungo cammino evolutivo, queste intrinseche pulsioni del cuore umano vengono inibite e orientate verso una dimensione costruttiva dell’esistenza individuale e sociale, fino a dare l’ “illusione di trasformazioni sostanziali delle stesse, quasi che l’egoismo diventasse altruismo, e la crudeltà compassione”. Tuttavia, questa “ambivalenza affettiva” di un amore intenso che coesiste con il suo opposto come odio e repulsione, è presente in ognuno di noi come un agonico confronto, individuale e sociale, in cui si delinea il nostro carattere che è autopercezione di sé e postura nel mondo.
Le religioni invocano la riconfigurazione delle pulsioni cosiddette cattive come conversione e salvezza, mentre per il padre della psicoanalisi è possibile solo per l’azione congiunta di due fattori, che agiscono nella medesima direzione. Il fattore interno è esercitato sulle pulsioni cosiddette cattive e egoistiche da parte dell’Eros, quale bisogno di amore nel senso più ampio del termine: “per effetto dell’apporto delle componenti erotiche, le pulsioni egoistiche vengono trasformate in pulsioni sociali”. Il fattore, invece, esterno è proprio della condizione educativa della socialità, a cui si è generati come comunità e come individui dalla rinuncia al soddisfacimento delle pulsioni. “Gli influssi della civiltà determinano la progressiva trasformazione delle tendenze egoistiche in tendenze altruistiche e sociali, per effetto di componenti erotiche”.
Le tesi freudiane tracciano un confronto tra individuo e civiltà, in cui l’obbedienza pulsionale si fronteggia con le esigenze morali del divenire una convivenza umanamente sostenibile e che Freud non esita a ritenere fondata su forme di strumentale e necessaria ipocrisia: “si può persino discutere se per la conservazione della civiltà stessa non sia in effetti indispensabile un certo grado di incivilimento ipocrita, poiché la capacità già strutturata negli uomini di adattarsi alla civiltà forse non sarebbe sufficiente a sostenere un tale compito”. In un’ottica di evoluzione sociale questa analisi empirica e terapeutica dello stare al mondo dell’uomo sembra proteggerci da entusiastici pacifismi, ma, tuttavia, riflettendo con attenzione non ci consegna neanche ad un presunto realismo, in cui le pulsioni difensive della violenza giustifichino una logica militaristica. Sullo sfondo di una lettura del profondo del cuore umano, sappiamo che ogni stadio evolutivo precedente non scompare, ma coesiste con quello successivo che ne è derivato senza poter scongiurare il pericolo della regressione. Vi è, dunque, una memoria pulsionale sempre attivabile, perché resta imperitura nel processo evolutivo. La forza della logica della ragione umana non agisce, infatti, autonomamente, ma dipende dalla vita affettiva di ciascuno.
Le considerazioni freudiane non risolvono l’enigma della guerra, come egli stesso ammette laconicamente – “Io non so spiegarmelo” – ma hanno il merito di liberarci da contrapposti fanatismi, restituendoci all’esperienza delle relazioni sociali non solo con il cinico pragmatismo dell’inevitabilità della violenza e dell’offesa, ma anche invocando – come in conclusione scrive Freud – un “po’ più di autenticità e franchezza da parte di tutti, nei rapporti tra le persone e tra queste e i loro governanti”.
Le sue analisi potranno sembrare eccessivamente inclini al pessimismo individuale e collettivo e lecitamente pongono domande e questioni circa la possibilità “rivoluzionaria” della libertà umana, ma hanno la forza di una radiografia evolutiva che ci restituisce, senza ricorrere necessariamente a palinsesti da continuo scontro apocalittico tra “Cielo e terra, alla necessità di crescita etica individuale e collettiva. È proprio il pericolo “pulsionale” della regressione e del baratro, che, anche senza scomodare le categorie di peccato e di colpa, ci rende ancor più edotti e responsabili rispetto al futuro delle generazioni che verranno in un’ottica di costruzione sociale.
Lo slogan, dunque, che da allora infiamma le piazze dell’opposizione alla logica delle guerre di ieri e di oggi, suona come un monito e un invito a non trasformare repressioni pulsionali in nevrosi e paure, che emergono prima o poi come una spasmodica ansia di possesso dinanzi alla disperazione della vita che può inaspettatamente terminare. In questi giorni, infatti, mi ha suscitato un sentimento amaro di tristezza, ascoltando le inspiegabili parole con cui l’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è rivolto pubblicamente ai figli durante l’inaugurazione della Theodore Roosevelt Presidential Library a Medora (North Dakota), scherzando sull’idea di assegnare la Medal of Honor (la più alta onorificenza militare statunitense) a sé stesso e ai suoi figli, Don Jr. o Eric: “I think I’m going to give one to myself, one to them, and we’ll have a threesome, okay?” (Penso di darne una a me stesso, una a loro, e faremo una cosa a tre, ok?). Probabilmente lo si scuserà ipotizzando che con le sue battute, in diretta planetaria, intendeva solo scherzare un po’ con un’ “inconsapevole” virale allusione sessuale, oppure – ci sarebbe da chiedersi – bisognerebbe scomodare ancora il padre della psicoanalisi per delineare questo costante e riemergente rapporto pulsionale tra onnipotenza del sesso e delle armi?
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2. Albert Einstein, Sigmund Freud, Perché la guerra? e altri scritti, Feltrinelli, Milano 2026.
3. https://www.treccani.it/enciclopedia/societa-delle-nazioni_(Dizionario-di-Storia)/
