<<Tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata per racconti di miserie.>>
Verista nell’esplorare la miseria della vita quotidiana napoletana, ma profondamente romantica nell’ardore, Matilde Serao resta ancora oggi una figura carismatica e controversa.
Emblematico esempio di libero impegno civile, visse la scrittura come vocazione, denuncia e come arbitrario legame sentimentale.
Sia durante il matrimonio con Edoardo Scarfoglio che negli anni trascorsi in solitudine, era insito in Serao il desiderio di dar voce al tormento di chi non accetta i soprusi e l’indifferenza del potere.
Non si definì mai politica militante, ma la sua penna fu uno degli strumenti di denuncia sociale più affilati della sua epoca. Visse il periodo postunitario e l’avvento del fascismo. Prima direttrice di giornale in Italia, fu madre attenta e custode di una missione morale, educativa e artistica nella società, ben diversa da quella maschile.
Nell’incipit citato, ripreso da Il ventre di Napoli (pubblicato nel 1884), Matilde Serao anticipa i capisaldi del giornalismo moderno: non soltanto per la ricerca del vero come essenza delle opere e della società, o per la scelta stilistica vicina a quella di Giovanni Verga, ma per la volontà di indagare la dicotomia tra una società dimenticata e una parvenza di potere — quel potere a cui non seppe mai adeguarsi.
Firmataria del Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce, Serao non ricevette mai il Premio Nobel per la Letteratura, nonostante le diverse candidature.
Di una scrittrice che fece dell’indipendenza e dell’arguzia il suo manifesto, resta il monito di una capacità letteraria ed intellettuale femminile raramente ritrovata nei posteri, pur senza essersi mai definita femminista.
