1. Non alimentare contrapposizioni

È, questo nel titolo, uno stile ribadito recentemente dei vescovi della Conferenza Episcopale Campana, presieduti da mons. Antonio Di Donna: favorire il confronto, non alimentare contrapposizioni, richiamando tutti alla dignità della persona e al bene comune. Ora è arrivato il momento opportuno per praticare operativamente questo stile di confronto e di dialogo, nel delicato dibattito sul cosiddetto suicidio assistito, attualissimo anche in Regione Campania. In Consiglio regionale se ne cominciò a parlare fin dall’11 aprile 2024, quando l’allora Presidente concluse la prima discussione sul tema, evidenziando già la distinzione tra il livello istituzionale della questione e le convinzioni etico-politiche personali: «Ci sta da approfondire il tema sia nel merito che nella legittimità degli atti, anche perché c’è stata la sentenza della Corte costituzionale che ha sdoganato la cosa, però comunque ci sono alcuni buchi che vanno riempiti e anche le leggi, in qualche maniera, debbono essere rapportati anche agli statuti delle singole Regioni. C’è tutto un dibattito anche di carattere giuridico, fermo restando che ognuno di noi ha le convinzioni, personalmente, pure io sono favorevole, però secondo me è un tema di cui ognuno di noi – credo – debba avere rispetto delle opinioni degli altri, quindi, dobbiamo fare tutti gli approfondimenti di merito e di procedura su questo punto». 

Infine, il 22 maggio 2026, è stata depositata in Consiglio regionale una proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito, finalizzata a disciplinare, anche in Campania, le modalità organizzative con cui il Servizio Sanitario Regionale sarà chiamato a dare attuazione ai principi affermati da diverse sentenze della Corte costituzionale: nelle dichiarazioni del proponente della legge campana, essa non sostituisce il necessario intervento del Parlamento, ma si muoverebbe nell’ambito delle competenze regionali in materia di tutela della salute e, quindi, avrebbe un obiettivo preciso di competenza regionale: definire procedure chiare, responsabilità certe e una presa in carico uniforme da parte delle aziende sanitarie campane, evitando ritardi e incertezze che rischiano di trasformarsi in ulteriore sofferenza per le persone e le famiglie (con prestazioni e trattamenti connessi alla procedura, che saranno, ovviamente, a carico del Servizio Sanitario Regionale).

Come ben sanno gli esperti del CIRB (Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica, che coordina tutte le Università campane, ora anche quelle del Molise, e la stessa Facoltà di teologia san Tommaso di Capodimonte), nella cosiddetta legislazione concorrente Stato-Regioni e, in particolare, nella regolamentazione di una pratica etica e bioetica, diviene sempre più problematico produrre delle norme comuni e condivise in campi che hanno a che fare con problematiche che definiamo bioetiche, tendenzialmente divisive: dalla vita nascente al suo segmento finale, dalla tutela degli embrioni soprannumerari alla gestazione per altri, fino all’aiuto sanitario al suicidio – e ciò soprattutto di fronte all’avanzare dei cosiddetti AI medical products (AIaMED) -, le norme concorrenti (nazionali e regionali) non possono mai evitare dei nodi teorici di fondo: come escludere, anche in Campania, un approccio che imponga esclusivamente delle regole rigide e uniformi, preferendo, piuttosto, un quadro che consenta alle persone di prendere delle decisioni autonome e “in coscienza” nell’orizzonte dell’ordinamento, ma sempre nel rispetto dei propri valori morali e delle proprie convinzioni ideali di riferimento, e tutto questo, insieme, in coerenza con i valori di tutta (o almeno della maggioranza) della popolazione dimorante in Campania?

  1. I vescovi della Campania di fronte alla proposta di Legge regionale

Ora da Pompei, con data 27 luglio 2026, i Vescovi della Conferenza Episcopale Campana – come già fecero in seguito alle visite di Papa Leone XIV a Pompei, Napoli e Acerra su alcuni tempi di dottrina sociale – pubblicano un interessante Comunicato sulla proposta di legge regionale in materia di suicidio medicalmente assistito. Si rivolgono alla nostra popolazione residente: definita sulla base del Censimento al 31 dicembre 2024, essa ammonta a 5.582.337 residenti [in calo rispetto al 2023 (-11.569 individui; -0,2%)]. Più della metà della popolazione vive nella provincia di Napoli (53,1%). Gli stranieri censiti sono 276.531 (+12.851 rispetto al 2023), il 5,0% della popolazione regionale: provengono da 168 Paesi, prevalentemente da Ucraina (16,2%), Romania (11,7%), e Marocco (9,5%). Intanto, in Campania, come nel resto del Paese, si è raggiunto un nuovo record di denatalità. I nati sono, infatti, 41.348 (-1.577 rispetto al 2023). Anche i nati stranieri sono in diminuzione. Nello stesso tempo, si è ridotta la mortalità (-2.118 decessi rispetto all’anno precedente). Il tasso di mortalità è diminuito dal 10,5 al 10,2 per mille. Il maggior decremento si registra nelle province di Caserta e Salerno.

Per quanto riguarda il problema specifico del suicidio assistito, già dall’11 aprile 2024 si parlava, nella nostra Regione, di una possibile legislazione sanitaria regionale circa il cosiddetto suicidio medicalmente assistito, anche ai sensi e per effetto della sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale (Reg. Gen. 352). Frattanto, con la sentenza n. 152 del 2026 la stessa Consulta ha respinto nuove questioni sollevate dal Gip di Bologna, ribadendo quanto già stabilito nelle sue precedenti pronunce del 2024 e del 2025: l’accesso al suicidio assistito, si legge, non può essere esteso a chi non dipenda da trattamenti necessari alla sopravvivenza.

Frattanto, nell’ultimo anno, dalla regione Campania sono arrivate almeno 907 richieste (pari a 16 ogni 100.000 abitanti) per accedere eventualmente a forme esplicite di suicidio assistito (in media, ogni giorno in Italia arrivano 44 chiamate). Ed ecco che è stato presentato in Consiglio regionale un disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito, per disciplinare, anche in Campania, le modalità organizzative con cui il Servizio Sanitario Regionale sarà chiamato a dare attuazione ai principi affermati dalle sentenze della Corte costituzionale. Come si andrà avanti del dibattito politico ed etico? 

A questo fine, oggi anche i vescovi intervengono sui temi sociali e politici più “caldi” della nostra vita regionale. Si chiedono: come giudicare, in particolare, la proposta di legge regionale, recante “Disposizioni organizzative per l’assistenza regionale in attuazione delle sentenze in materia di suicidio medicalmente assistito”, attualmente all’esame della V Commissione Consiliare Permanente “Sanità e Sicurezza Sociale” del Consiglio regionale della Campania? Da parte loro, i vescovi campani, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, invitano a soffermarsi prima «su alcuni principi che la Chiesa considera irrinunciabili». Ovvero, anticipare al dettato di legge, una questione antropologica previa.

Il primo principio enunciato dai pastori, peraltro poggiato sulla base della Sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, afferma che «nella custodia della vita fragile e sofferente nessuno sia lasciato solo». Ciò in particolare, per dirlo con le parole testuali della sentenza della suprema Corte, quando la persona sia “affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili, tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale e pienamente consapevole di prendere decisioni libere e informate”. Tutti possono constatare, insomma, che i vescovi campani non invitano comunità e singoli a parlare di suicidio assistito, o di aiuto al suicidio, bensì ci sollecitano ad arretrare di qualche passo. Cioè a riferirci al cosiddetto rifiuto delle terapie da parte di persone che sono trattenute in vita da trattamenti di sostegno vitale. I lettori del comunicato della CEC sono, insomma, avvertiti, e ciò anche ai fini di una Legge nazionale, che dovrà pur venire, prima o poi, come la Corte costituzionale domanda di anni. Cosa ne faranno i parroci, le comunità, i gruppi associativi, almeno alla ripresa dopo la pausa estiva, che caratterizza anche le nostre parrocchie?

  1. Riflettere nell’orizzonte della libera determinazione della persona di fronte alle cure

Ogni discorso o riflessione di parte cristiana andrebbe, insomma, come suggeriscono i vescovi, posto nell’orizzonte della libera determinazione della persona umana alle cure e terapie, anche quando si trattasse di rifiutarle. Ricordiamolo: già la legge nazionale 219/2017 riconosce al paziente il diritto di rifiutare una cura, anche quando si sa che, a tale decisione, potrebbe conseguire il decesso; non si tratta di garantire qualsiasi prestazione che provochi direttamente o acceleri il decesso, bensì soltanto assicurare le libere decisioni di fine vita, le quali devono restare in capo alla persona e non ai medici. I sanitari rimangono soltanto dei proponenti una terapia, a cui la singola persona ammalata, o suo tutore o amministratore di sostegno (nei casi di persona non in grado di decidere), deve liberamente aderire/dissentire, prestando, come si dice, un consenso che sia veramente e adeguatamente informato, cioè non si riduca mai a una firma apposta ciecamente su un modulo.

Detto altrimenti, sul piano pastorale e culturale, i vescovi dichiarano che non bisognerà tanto discutere di suicidio assistito, bensì di approfondire ancora, e da capo, valore e metodi delle cosiddette cure palliative. E ciò a conferma di una visione antropologica cristiana, fondata sul «valore e la dignità intangibile di ogni vita umana, da tutelare e accompagnare nella proporzionalità dei trattamenti e senza ostinazione irragionevole. Con il ricorso concreto alle cure palliative, ivi compresa la sedazione profonda, che rappresentano la vera risposta alle sofferenze e alle istanze di suicidio». Come si vede, siamo perfettamente in linea con la bioetica di orientamento cristiano. 

Come a dire che, invece di continuare a discutere, come purtroppo si sta facendo anche in Campania, sul suicidio assistito – in quella che ormai sembra diventata una specie di gara tra Regioni che, in nome della cosiddetta legislazione concorrente, precedono il legislatore parlamentare, purtroppo ancora incapace di decidere -, bisognerà collocarsi un attimo prima. Un attimo prima, quindi, della stessa questione dell’organizzazione delle modalità assistenziali per concedere, agli eventuali richiedenti (già ve ne sono stati nelle ASL campane!), la possibilità di disporre di medici e di farmaci che consentano, a spese del Servizio sanitario nazionale, di uscire anticipatamente dalla vita. 

Tale attimo prima viene chiaramente precisato dai vescovi campani, quasi come in una sorta di dolce rimprovero rispetto a chi, invece, sta già muovendosi in altre direzioni: invece di legiferare sulla prassi sanitaria circa i casi di richiesta di uscita anticipata dalla vita, la Regione insista, piuttosto, e con determinazione, insistono i presuli, sulla strada «del potenziamento della rete di cure palliative sul territorio regionale, dell’assistenza domiciliare integrata, del sostegno alle famiglie e della formazione di personale sanitario dedicato all’accompagnamento nel fine vita».

Del resto, attendiamo ancora un corso di laurea specifico in terapie palliative, fin dalla Legge 38/2010, anche se il MIUR ha già pubblicato, da alcuni anni, le linee guida che regolamentano l’insegnamento delle cure palliative e della terapia del dolore almeno per i due cicli di formazione superiore (Laurea e Laurea Magistrale). In ogni caso, resta che, nel nostro paese, più di mezzo milione di adulti e 35.000 bambini e ragazzi hanno bisogno di cure palliative, cioè di assistenza, risorse e, soprattutto, di personale preparato, ma per ora, dall’agosto 2018, sono partiti, e non dappertutto, soltanto dei moduli didattici specifici durante il corso di Laurea in Medicina e durante la scuola di specializzazione. 

I vescovi, da parte loro, si dichiarano ancora ostinatamente convinti che «solo investendo realmente in questi ambiti si può garantire a ogni persona di affrontare la fase terminale della vita in una comunità solidale e fraterna, con dignità e senza abbandoni». Il che non vuol dire né prendere la scorciatoia di garantire medici, assistenza sanitaria e farmaci per essere assistiti nel suicidio, né essere lasciati soli in certe condizioni estreme e terminali della vita. I pastori lo dicono chiaramente: «Si esprime contrarietà a qualsiasi forma di accanimento clinico, ritenendo lecito e doveroso rinunciare a qualsiasi trattamento i cui benefici attesi sono inferiori ai rischi previsti o quando risultino particolarmente gravosi per il paziente. Ovvero causa di ulteriori sofferenze. La mancanza di qualsiasi obbligo morale di ricorrere a trattamenti sproporzionati non va confuso né assimilato alla scelta di provocare attivamente la morte. Tra il lasciar morire, nell’accompagnamento e nel rispetto del decorso naturale, e il far morire, attraverso un intervento intenzionale, esiste una differenza sostanziale sul piano antropologico, etico e sociale».

  1. Non più anni alla vita, ma più vita agli anni

Non siamo di fronte a una sorta di referendum sul suicidio assistito, bensì di fronte a una presa di coscienza circa il valore e la dignità, pressoché infinita, della persona umana, anche quando è nella cosiddetta fase terminale. Qualche anno fa, Andrea Piscopo, già direttore di un Hospice in Campania, nel corso di un Convegno organizzato dal Seminario di studi storico-filosofici nella sezione san Tommaso d’Aquino (allora da me diretto), a pochi mesi dalla pubblicazione di un suo volume nella collana “Scenari” (Compagni di viaggio. Hospice: 10 storie da raccontare, edizioni La Valle del Tempo, Napoli 2022), aveva affermato chiaramente: «L’attribuzione dell’aggettivo “terminale” alla malattia di un paziente critico ha creato una categoria di pazienti, che rappresentano per la nostra società un impegno di spesa piuttosto che persone che meritano rispetto, mentre molto spesso si fa di tutto per accorciare il loro percorso di vita, vuoi per la complessità delle procedure burocratiche, vuoi per la persistente disinformazione sulle realtà degli Hospices. Gli Hospices rappresentano una realtà dove si vive soprattutto per il malato, accompagnandolo nella sua malattia contrastando il dolore e quanto altro lo mortifica fisicamente, compromettendo la sua autonomia; nell’Hospice si lavora per il miglioramento della qualità di vita, delle condizioni fisiche e psicologiche del malato con la presa in carico dei suoi aspetti emozionali, spirituali, sociali e personali per rimuovere finalmente il convincimento da parte di tanti che esso sia il luogo dove si va a morire». 

Purtroppo, la cronaca, prim’ancora di tali giusti ragionamenti medici, etici e giuridici, nel momento in cui decide di normare il suicidio assistito, va di fatto allontanando quello che mi sembra il vero problema teorico di fondo, ancora tutto da discutere. Lo potremmo formulare come interrogativo: la vita della persona umana, anche se è un paziente critico, resta o no un valore primario, da rispettare e non da “gestire” secondo le circostanze, non dipendendo da preferenze o situazioni, anche se al limite della sopportabilità? 

Mentre i cristianissimi secoli medievali ed umanistici annoveravano, tra i tanti generi letterari, anche quello delle artes moriendi (dei veri testi di educazione consapevole al senso della contingenza ed alla preparazione remota e prossima al morire in pace), i nostri tempi della rivoluzione digitale e dell’IA, oltre ad affidare ai singoli soggetti, purché consapevoli e autonomi, il potere di decidere sulla propria vita e anche eventualmente di uscirne (come cominciano a legiferare alcune nostre Regioni), continuano a covare, forse, una segreta speranza: poter abbattere la morte, anche decidendo, fino a che punto liberamente?, di voler farla finita. Ma non è forse, questo, un rinnovato desiderio di onnipotenza, che non ci ha ancora abbandonato dalla modernità in poi? 

Incapaci, soprattutto, di far entrare in gioco, tra le altre possibili, l’ipotesi-Dio, escludiamo tutti i fattori non empirici dalle nostre questioni e soluzioni. Nel romanzo di Giovanni Arpino, Passo d’addio, era letterariamente descritto il tema del ri-educarsi alla contingenza, cioè del re-imparare a morire consapevolmente, a vivere umanamente il proprio limite, a constatarsi finiti e, di conseguenza, bisognosi di altro e di altri, quasi facenti appello – per lo stesso fatto ontologico del limite – ad un dono che viene dall’alto e, dall’alto, sostiene la vita, anche agli sgoccioli e in situazione critica.

Interroghiamoci: se oggi quell’addio diventasse solamente una decisione consapevole e solitaria del suicida, che, tuttavia, chiede alla collettività perfino i soldi e i mezzi per essere aiutato in una decisione comunque presa in solitario e in autonomia? Ancora più radicalmente: cosa diremmo se l’aiuto al suicidio fosse soltanto la “via facile” per sbarazzarsi di un problema posto da un paziente critico e in situazione terminale, abdicando al dovere di prossimità e di gestione comunitaria della sofferenza, allorché l’aspettativa di vita è bassa e non vi sono più speranze di far regredire le malattie sopraggiunte?

  1. Un appello al dialogo

La Conferenza Episcopale Campana invita adesso il Consiglio regionale a favorire un dialogo ampio e approfondito, che coinvolga il mondo sanitario, le associazioni dei malati e delle famiglie, il volontariato e le comunità religiose presenti sul territorio. Insomma, prima di legiferare su una materia che tocca il senso più profondo della vita e della morte, incentiviamo il dialogo, anche istituzionale, tra tutte le componenti della comunità territoriale. Anche per la dignità propria della vita umana e per evitare qualsiasi forma di abbandono e solitudine nella sofferenza, la Regione, come ha già fatto per i cambiamenti climatici, si potrebbe, per esempio, dotare di un Documento di indirizzo e di “Strategia” che, a partire dagli indirizzi regolamentari internazionali e nazionali, divenga il quadro di riferimento per una vasta e articolata discussione sul senso stesso del vivere e del morire oggi qui in Campania.

In ogni caso, solo attraverso un confronto continuo, partecipato, e una programmazione condivisa possiamo dare risposte concrete ai bisogni delle nostre comunità e affrontare insieme le grandi sfide che attendono i territori campani. E questo anche circa il nostro consapevole vivere e il nostro (si spera altrettanto consapevole) morire.