1. Un annuncio tra mito e rito.

Nel 2012 Papa Benedetto XVI, in occasione dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, sottolineò che la parola greca εὐαγγέλιον (in latino evangelium; in italiano: vangelo) è un termine tipico del linguaggio cristiano, ma che esso già “appare in Omero”, esattamente nell’Odissea: quel termine, disse il papa-teologo, «è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo». Parola profetica e parola cristiana, vangelo: mentre nelle chiese cristiane viene letto e riferito, attua e realizza quanto sta narrando. Insomma, trascina nel gioco stesso di un Dio, che vuole far nuove tutte le cose, anche quando tutto sembra, se non proprio nero, almeno non tanto gioioso. 

È davvero una parola-gioco, vangelo, in quanto, mentre dice, sta realizzando. Funziona un po’ come funzionano i riti: anch’essi, mentre sono proposti, fanno: fanno cose con le parole. Molti sottolineano, perciò, il «carattere ludico» del rito, anche del rito liturgico cristiano: alla pari di un gioco, infatti, il rito cristiano è un’azione libera, situata fuori dalla vita concreta, che esige uno spazio ed un tempo determinati. Ma mentre il rito accade, ecco che avviene come una sospensione della normalità della vita; anche il rito è, alla pari del gioco, un’attività improduttiva, non immediatamente congiunta ad un interesse materiale, ma potrebbe davvero realizzare grandi cose in noi. 

Ogni rito, poi, si collega a un racconto originario (nel rito della Messa, al racconto dell’ultima cena di Gesù di Nazaret), ovvero a un mito: parola da non prendere nel senso di favola; bensì, come insegnano le scienze delle religioni, il mito opera come struttura fondamentale del linguaggio religioso. Stando alle analisi di Paul Ricoeur e di Mircea Eliade, il mito è, infatti, un racconto tradizionale, che porta ad avvenimenti, giunti a noi dall’origine dei tempi, e destinati a fondare l’azione rituale delle persone di oggi, ovvero, in modo generale, a istituire tutte le forme di azione e di pensiero, attraverso cui l’essere umano comprende ancora se stesso nel suo mondo. Perciò i miti fondano davvero la realtà e lo possono fare, soprattutto, in un tempo – come il nostro attuale -, in cui tutto sembra sia inevitabilmente deciso, per cui sembrerebbe impossibile qualunque intervento umano, qualunque legge o decisione, su una situazione ormai immodificabile. Per questo il mito è diverso dalle favole e dai racconti di eventi profani, poiché ha a che fare sempre con una realtà sacra e trascendente. Per esempio, ha a che fare con la realtà del viaggio e del viaggiare, come leggiamo, tra l’altro, nell’Odissea.

L’Odissea, tra l’altro, ha creato il mito del nòstos, cioè del ritorno alla fine di un lungo viaggio, costellato di tanti altri viaggi e approdi temporanei di Odisseo-Ulisse, diventato spesso anche personaggio dei film. Si tratta anche di un viaggio per mare, o anche di un viaggio nell’aldilà. Molti ricorderanno il mito platonico di Er, il guerriero morto, che ha avuto la ventura di tornare tra noi per raccontarci le cose che ha visto. Così leggiamo in Repubblica 614 a-621 d: «Non ti racconterò certo un apologo di Alcínoo, feci io, ma la storia di un valoroso, Er figlio di Armenio, di schiatta panfilia. Costui era morto in guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri già putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto. Portato a casa, nel dodicesimo giorno stava per essere sepolto. Già era deposto sulla pira quando risuscitò e, risuscitato, prese a raccontare quello che aveva veduto nell’aldilà. Ed ecco il suo racconto. Uscita dal suo corpo, l’anima aveva camminato insieme con molte [c] altre ed erano arrivate a un luogo meraviglioso, dove si aprivano due voragini nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel cielo, altre due» (614 a).

  1. Un libro sul mito di Odisseo: mentre racconta, dice e dimostra…

Sì, il mito – ogni mito, classico, moderno o contemporaneo che sia – racconta sempre; però non narra mai una favoletta; piuttosto, racconta la verità e la realtà, pur sotto le forme delle immagini e dei racconti. E spesso lo fa all’interno di un rito, come avviene nei racconti che vengono proclamati nel corso delle celebrazioni sacre. 

È quel che ci dicono ora anche i due autori di un godibile e intenso volume sui vari riverberi del mito di Odisseo: Gianluca Marletta-Valentina Ferranti, Odissea, La storia di tutte le storie. Il viaggio dell’eroe alla luce della spiritualità e del simbolismo, Prefazione a cura di Cinzia Romani, Publishing Srl, Roma 2024. Un mito, questo di Odisseo, che fu posto in scritto da una serie di narratori e poeti, i quali vanno a convergere sotto il nome di Omero come autore finale dell’Odissea: un libro che, purtroppo, anche a scuola non si legge più, nonostante le circolari dei ministri. Le peripezie e i vari approdi del viaggio di Odisseo-Ulisse ci portano invece, fin dall’inizio, sul duplice binario di ogni mito: la descrizione di alcuni territori fino a quelli situati alla fine della Terra (le colonne d’Ercole); essa sembra quasi voler collocare geograficamente dei luoghi; eppure, le cose, che accadono nelle peripezie del ritorno di Odisseo a Itaca, attengono, in realtà, ad un ben altro “stato”. Come si legge in questo libro sul viaggio dell’eroe omerico, «stiamo narrando gli aspetti simbolici di un poema che si è svolto in un tempo che poniamo ai confini tra sacro e profano. Ne abbiamo contezza poiché dall’oralità lo scrissero. La scrittura è un insieme di segni, è una presenza concreta. Il documento scritto è storicizzato» (p. 120). 

Ecco perché bisogna tornare a frequentare i miti, come, nella Prefazione al libro, scrive Cinzia Romani: «C’è stato un tempo in cui, tra adolescenti, si parlava di “fatiche d’Ercole”, mentre un esame da affrontare esigeva notti insonni, o si evocava il dio Apollo, all’improvviso apparire di un giovane bellissimo, magari al bar» (p. 5). Era, quello, il tempo dello studio dell’epica, con le gesta, i cavalier, l’arme e gli amori, così diffusi, ad esempio, in età moderna, come «nel confronto e conflitto tra Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, entrambi maestri dell’ottava» (ibidem). Anche nella nostra stagione ultramoderna, se ne parla, se ne potrà di nuovo parlare. Di miti e conflitti cavallereschi, ad esempio, parleremo a Sorrento, il 6-7 novembre prossimi, allorché sarà celebrato, presso l’hotel Continental, il Convegno internazionale Torquato Tasso nella cultura meridionale del Cinquecento (proposto per i docenti anche sulla piattaforma Sophia, grazie al Centro per la Filosofia Italiana e a Luciano Russo, con Esse 85=Istituto Internazionale di cultura Torquato Tasso). 

Per ora, grazie a Gianluca Marletta e Valentina Ferranti, viene per noi l’opportunità di ri-accostarci all’Odissea: non solo per rileggerne i versi e la storia, ma per trovarvi, proprio con l’ausilio dei due Autori, l’essenza di ogni percorso spirituale. Perché, in tutto ciò che viene narrato, si chiede soprattutto al lettore di non ridurre mai il racconto mitico a una fase pre-razionale e pre-scientifica della storia umana, quasi si trattasse di un temporaneo momento, da superare poi con il logos e con la ragione calcolante. Già Blaise Pascal (matematico e filosofo moderno) diceva che, oltre alle ragioni della ragione, vi sono pur sempre le ragioni del cuore: quelle che ci fanno scommettere su qualcosa che, poco prima, ritenevamo impossibile, come spesso avviene ancora nell’amore. Tra racconto mitico e spiegazione razionale, non vi è mai un salto, bensì sempre un’interazione: ogni fabula, ogni racconto, sta parlando, comunque, di te stesso. Sì, fabula de te narratur, come dicevano i latini. 

In Omero o chi per lui, come chiariscono bene gli Autori del volume sul ritorno di Odisseo a Itaca, il mythos è una narrazione, un racconto non discutibile, su cui non è necessario un ragionamento che lo metta in dubbio; esso, di per sé, non richiede le smentite, come quelle opposte da alcuni filosofi greci (non Platone, secondo il quale, vi sono sempre due navigazioni possibili: quella del mytos e quella del logos). Il mito non è mai un discorso semplicemente fantastico; quindi non va contrapposto al logos, che sarebbe l’ambito del discorso sensato-reale-logico-scientifico-basato su fatti, su calcoli e su prove. Insomma, nel mito, due più due non sempre deve far quattro.

  1. Di fronte al racconto del ritorno di Ulisse a Itaca

La prima parte del volume su Odisseo, scritta da Gianluca Marletta, presenta dunque a noi il racconto del Nostos di Ulisse, allo scopo di suscitare la nostalgia per un testo che nacque, anzi che voleva essere, un testo sacro, come, peraltro, fu considerato anche da alcuni Padri della nascente Chiesa cristiana. Come dimostrò, a suo tempo, Hugo Rahner (nel volume: Miti greci nell’interpretazione cristiana, il Mulino, Bologna 1957, p. 4), per la via dell’interpretazione religiosa e cristiana dei miti, si può addirittura «indicare la strada per un umanesimo cristiano, per l’attuazione delle immense possibilità di cui gode quell’ “uomo nuovo” di cui scriveva Paolo ai Colossesi [3,11], l’uomo in cui barbaro e greco sono una cosa sola per mezzo di Cristo, il Dio fatto uomo, che perciò è tutto in tutti».

Ecco anche perché ben fanno Gianluca Marletta e, nella seconda parte del volume, Valentina Ferranti, a recare insieme i vari livelli o dimensioni del poema omerico, passando dal testo scritto ai suoi tre rinvii o sensi: «Anche nell’Odissea, che come tutte le opere d’arte tradizionali e poema sacro, risplendono questi tre sensi che si intrecciano e si velano all’interno del racconto. Vi è perciò un senso letterale, poetico, fiabesco e meravigliosamente musicale, che ogni lettore dotato di una qualche sensibilità può ripercorrere e apprezzare» (p. 14); ma vi è altresì il senso allegorico e quello simbolico. Marletta, non senza qualche influsso di René Guénon, è soprattutto interessato al cosiddetto livello di iniziazione, o anche di divinizzazione, insito nel mito del viaggio di Odisseo. Egli è, infatti, ben convinto che «nessun simbolo del Cammino iniziatico e spirituale e più potente, esplicito e significativo di quello del viaggio» (p. 16). Le dodici tappe del ritorno di Odisseo potrebbero, certo, anche essere: «solo dimensioni simboliche, luoghi dello spirito, irrintracciabili su qualsivoglia cartina geografica antica o moderna perché presenti solo sub specie interioritatis» (p. 23).

Ma potrebbero anche implicare dell’altro, molto altro. Del resto, perfino lo stesso fenomeno storico-religioso del politeismo potrebbe esser ricompreso non tanto come la degenerazione della verità sull’unico Dio – degenerazione tanto criticata dal cristianesimo antico e tardo-antico -; anzi potrebbe essere interpretato come un appello, positivo, di tipo eno-teistico, dove cioè più dei vanno a convergere verso un solo Uno, nell’orizzonte della cosiddetta plurificazione dell’Assoluto.

Ecco perché, suggeriscono gli Autori, il racconto – ogni racconto – «nel suo senso letterale deve lasciare il posto al senso più profondo, simbolico e spirituale, spogliando le vicende del loro significato puramente esteriore» (p. 32). Detto altrimenti, vi è sempre un significato morale e allegorico degli episodi, anche quando ciò è meno evidente. Quel significato va narrato e va tirato fuori, va anche rappresentato e quasi ritualizzato. Così va fatto della maga Circe, così dei Ciclopi e perfino del mito della caverna: un mito che ricompare anche nella vicenda di Ulisse, stante il dato di fatto – insiste il libro che abbiamo davanti agli occhi -, che, in quasi tutte le tradizioni spirituali dell’umanità, la caverna è pur sempre simbolo del cuore. La discesa nell’oltretomba (di Ercole, di Ulisse, poi di Enea e perfino di Cristo, il Descensus ad Inferos, insomma), non è, forse, come la via obbligata per risalire anche noi verso il cielo? «Per questo Odisseo, se davvero vorrà tornare in patria, dovrà necessariamente conoscere le oscure dimore dell’Ade. L’occasione – staremmo per dire la “scusa” – di questa discesa e l’incontro con l’anima dell’indovino Tiresia, al quale l’eroe dovrà chiedere consiglio e dal quale conoscerà il suo futuro» (p. 53).

Si tratta di una discesa nel buio e nell’abisso, che implica il sacrificio del sangue, incalzano gli Autori del volume: «Quest’entità condannata a permanere indefinitamente in una sorta di limbo tra la morte e la vita, perpetua la sua tremenda esistenza sottraendo ai vivi qualcosa del loro elemento vitale, nel tentativo (in fondo illusorio) di sopravvivere» (p. 56). Di qui l’esigenza, mentre si racconta di Ulisse o di qualunque altro, di mantenere un occhio comparativo fra tradizioni, seppur differenti, nella prospettiva che «la visione dell’Oltretomba è essenzialmente unica in tutte le Tradizioni – al netto delle “prospettive” diverse – […] implica che il passaggio attraverso gli inferi riguardi la quasi totalità degli uomini, anche di chi, alla fine, potrà comunque attingere alla salvezza» (p. 58). 

  1. Tensione apocalittica?

Di fronte a tanti drammi contemporanei; di fronte alla terza guerra mondiale come a pezzi (così la caratterizzava papa Francesco); di fronte alle terribili crisi economiche e finanziarie che noi vediamo soprattutto alla pompa del rifornimento e al supemercato, non pochi fuggono verso un non corretto cunicolo apocalittico. No: apocalittico non è il timore per la fine di questo mondo a rotoli, bensì è la tensione verso un nuovo intervento risolutivo da parte degli dei, o dell’Altissimo. L’ottica di quest’avvincente libro su Odisseo può perciò trovare, per così dire, il poema nel poema; e lo trova proprio nell’interessante fenomeno dell’apocalittica, di cui, qualche anno, fa c’interessammo anche nella Facoltà teologica di Napoli (cfr. Apocalittica ed ermeneutica della storia. Storia umana e salvezza trascendente, a cura di Giampiero Tavolaro e Luigi Santopaolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017). In quella che anche la prima parte del libro sul viaggio dell’eroe Ulisse, denomina tradizione apocalittica, noi possiamo trovare, insieme, un genere letterario e una realtà sacra, «presente in tutte le tradizioni spirituali dell’umanità» (p. 61). Certo, come leggiamo  – in un’ottica comparativa, che tende ad avvicinare un po’ tutte le fedi e le religioni senza tante pur possibili distinzioni -, «Odisseo è, nel concreto, nient’altro che il sovrano di un piccolo regno ellenico della tarda età del bronzo ma è anche, nel suo contesto e nel mondo che gli è toccato in sorte, immagine del sovrano che tutti i giusti attendono, del Re dei Re che chiuderà il presente ciclo umano, re misericordioso ma terribile: egli è immagine del Cristo del secondo avvento atteso dai monoteismi, del Messia, del Maitreya – il Buddha finale – atteso da tutte le scuole spirituali d’Oriente, del Kali Avatara della tradizione indu, manifestazione personale di Vishnu, destinato a sterminare gli empi e a ristabilire l’Ordine sacro (Dharma) sul mondo empio e irreligioso dei tempi ultimi. Per questo, come detto, le tappe del suo svelamento, della sua manifestazione nella ritrovata Itaca, ripercorrono momenti straordinariamente familiari a chiunque abbia approcciato le tradizioni apocalittiche delle varie religioni» (p. 62).

  1. Nausicaa e le sirene…

Con Nausicaa, infine, siamo, con i due Autori del libro – che discuteremo domenica mattina, 18 ottobre, alle 11.30 a santa Maria la nova per il ciclo Books and Museum – all’ultimo passo del cammino. Un cammino che, in questa lei-Nausicaa, racconta sempre il frutto dell’amore: «Odisseo la paragona ad Artemide, dea della Luna: ma non la luna tenebrosa e oscura di Ecate, l’entità che presiede agli spettri, alle ombre e alla magia impura di questo mondo sublunare che è “un mondo di tenebre”; non la Luna che presiede al perenne ciclo di nascite e morte. Artemide e Nausicaa non sono l’Eva biblica, la madre di tutti i viventi nati dopo la caduta in questo basso mondo e destinati a morire: esse sono il volto superiore della luna, quello che guarda verso l’empireo, la luce del femminile sacro che con la sua sola presenza, la sua immobile potenza, trascina le anime verso l’alto; non con il rigore della giustizia, ma solo con l’irresistibile bellezza, una bellezza che libera, non imprigiona» (p. 72). Ecco perché, leggiamo, «nessuna vera opera è possibile senza amore. E quest’opera, in ogni sua pagina, e un atto d’amore senza il quale questo saggio non sarebbe potuto nascere. Per questo è dedicata a Nausicaa, a te» (p. 74).

La seconda Parte del volume – scritta da Valentina Ferranti -, continua sulla corda fin qui indicata, partendo dalla Musa, la prima creatura femminile che compare nel poema omerico. È a lei che si chiede di narrare, adesso. Ed ecco, dapprima, Calliope (Musa della poesia epica); poi, ecco Atena (la dea sempre vicino all’eroe in viaggio). Ecco, poi, Circe, colei che «vuole che i naufraghi dimentichino la Patria, la nostalgia del ritorno. La dimenticanza è il veleno più insidioso, il filo avvelenato che Odisseo non accoglierà mai; cederà però al sonno imprudente, lasciandosi andare al riposo proprio quando il vento lo sta conducendo presso Itaca» (p. 79). Sulla scorta di un passo antico di Strabone, troviamo descritti pure un santuario dedicato a Circe, presso il picco occidentale del promontorio, ed un santuario presso il Colle Monticchio nei pressi di S. Felice Circeo, identificato con quello dedicato al culto di Atena-Minerva. 

E poi, tanto cara a noi partenopei, ecco Sirena, la cui etimologia rinsalda il legame con Circe, in linea con la teoria che, nel parlare umano, trova sempre dei nessi simbolici: «Nell’Odissea le Sirene chiamano l’eroe per nome, lo lusingano, gli dicono di conoscere ciò che avviene in qualsiasi momento e in ogni luogo della terra. L’eroe non può peccare e valicare le tappe della conoscenza che solo al mondo divino spettano. E chi vuole ascoltarle, di fatto, è vittima, prima che del sortilegio sonoro della melodia, della propria stessa hybris e quindi del desiderio di rendersi pari agli dèi, conoscendo ogni cosa. Il canto delle Sirene abbatte il velo tra mondo divino e mondo umano» (p. 90). 

Dove saranno mai queste Sirene – come quella che si spiaggiò dalle nostre parti e di cui san Giovanni Maggiore conserva a Napoli un’epigrafe in memoria? Con le sirene, ecco che ri-appare il Mediterraneo (oggi, un mare con un numero infinito di morti, alla ricerca di nuovi improbabili approdi): è il mare dove la fascinazione delle Sirene cerca di cantare/incantare perfino gli Argonauti di oggi, come quelli di ieri. Tuttavia, come in tutte le belle storie e i miti che realizzano quello che raccontano, ecco che la salvezza giunge, infine, da un simbolo assiale: «Vi è un lessico simbolico legato alla terminologia navale che dagli “antichi” e giunto fino a noi e ci mostra la cifra delle assonanze con il successivo universo cristiano» (p. 98). 

Cos’altro sono, poi, le lacrime, come il pianto di Telemaco e di Elena? Cos’altro l’isola di Calipso? «In Calipso vi è traccia dell’originario principio femminile ancestrale. Non ci si può opporre al suo sguardo, al suo fare. Non è spigolosa come Circe, e languida, morbida, è pura voluttà. Avvolge. È dea velata che occulta. Emana luce terribile che sottrae la memoria. Odisseo resterà con lei per alcuni anni e li contiamo usando la cifra umana, ma lei ingoia il tempo nel suo centro, nel suo corpo» (p. 105). 

Ri-emerge così la spiegazione di René Guénon, che abbiamo sentito anche in tante canzoni di Franco Battiato, peraltro presente – proprio in santa Maria la Nova all’inizio degli anni Novanta  – in un memorabile confronto con migliaia di giovani, allora coordinato da lui, da Sgalambro e da me. Era ancora l’era del cinghiale bianco, della visione guénoniana dei cicli temporali e delle ere tradizionali, contrapposta alla decadenza del mondo di oggi (il ciclo oscuro/la vittoria dell’orso), aperta all’attesa di un nuovo inizio e di un ordine spirituale superiore. Anzi, in attesa di una nuova nascita, di un’alba della rinascita.

Forse in attesa, come ricorda anche il libro su Odisseo, di una madre mattutina. Scrive Valentina Ferranti, evocando, con Odisseo, la donna della rinascita, colei che renderà il viaggiatore colui che di nuovo è nato. E che perciò che ci fa subito pensare alle migliaia di statuette votive custodite oggi nel Museo campano di Capua: «La Mater Matuta è colei che porta alla luce, è mattutina. È la madre che dona, è l’Aurora. Nelle statue presenti a Capua, nel museo a lei dedicato, viene rappresentata seduta mentre tiene tra le braccia neonati in fasce. Una in particolare ce ne ricorda l’arcaicità poiché solleva, con la mano, un melograno, che ci ricorda Persefone Regina dell’Ade. I cicli della morte e della vita governati dal femminile e nell’altra una colomba simbolo della dea, della sua divinità e del suo spirito. Sul petto il nodo isiaco» (p. 113). Ecco di fronte a noi il nodo magico, che in  antico connetteva le forze umane a quelle divine. Ecco il nodo che, come un culto cristiano mariano ancora evoca, può davvero sciogliere i nodi: quelli di Odisseo e pure i nostri, smascherando i percorsi di tutti gli dei falsi e bugiardi e delle potenze di questo mondo. 

Infine, noi-altri, tutti degli Odisseo e tutti dei senza-nome, siamo aiutati a capire: «L’eroe vincitore della guerra di Troia è un uomo che non ha più nome. Ha finalmente interiorizzato ciò che aveva detto a Polifemo: io sono Nessuno/Outis. Tra le frasi maggiormente dense di significato, nell’Odissea, questa è quella che rivela l’essenza del percorso spirituale. Lo spogliamento da tutto ciò che si era o si credeva di essere. Un’operazione di sottrazione dove il carattere, l’ego inferiore, le convinzioni legate al mondo orizzontale-profano debbono sgretolarsi poiché maschere grottesche che aggiungono scorie» (p. 116).