La campanella risuona per l’ultima ora dell’ultimo giorno dell’anno scolastico: è un momento liberatorio, che non ha pari e che Ti resta impresso per una vita: da quell’isterico rintocco si vive a dismisura in un “sabato del villaggio”, che sogna raggi di sole e colori del mare con quell’aria di prolungata spensieratezza che un tempo si racchiudeva nel rito collettivo – tutto italiano! – della villeggiatura. Più innanzi abbiamo imparato a parlare di ferie e di vacanze, di viaggi nelle capitali della cultura o di escursioni ecologiche, ma allora la villeggiatura scandiva un tempo lungo e prolungato. Mentre questo ritmo mediterraneo ispirò a lungo lo stile di vita dell’aristocrazia e dall’alta borghesia, fu il boom del miracolo economico – dagli anni’50 ai primi anni ’70 – che contribuì a dilatare la stagione del libero sogno sino al cosiddetto ceto medio, che si andava così costituendo come soggetto sociale. Allora come oggi, dunque, generazioni di scolari vengono liberati da quell’elettrico ultimo tintinnio, che fino a quel momento ha scandito, come al bordo di un ring, giorni e mesi dell’anno scolastico, dando il via libera alle fatidiche valutazioni che per taluni richiedono ulteriori prove conclusive di “maturità” o semplicemente di fine ciclo. L’inizio della stagione dedicata della s-pensieratezza e alla conclusione dell’anno scolastico, quindi, tiene banco in tutte le famiglie. A ragione, infatti, la grande platea scolastica è al centro dell’agone sociale, spesso portando nei suoi confini formativi, con un eccesso di delega, tutte le esigenze di crescita e di cittadinanza delle giovani generazioni. Mai come in questo tempo la qualifica scolastica di “istituti comprensivi” li ha non solo equiparati alle responsabilità gestionali di un’azienda, ma li ha anche caricati di attese di performance e di obiettivi da raggiungere, trasformando l’ufficio del preside in quello del manager didattico. Insomma, tutto è in linea con quel progressivo slittamento, che ha visto ovunque spostare la valutazione qualitativa a favore di una misurazione quantitativa di risultati da acquisire inequivocabilmente per una loro intrinseca oggettività. La colonizzazione di tecniche e strategie ispirate ad una visione sistemica ha certamente tentato di rispondere al bisogno di superare l’individualismo didattico del “secondo me”, uniformando le attese di un programma da svolgere nella pianificazione creativa secondo il principio interpretativo dell’autonomia scolastica. Si tratta di una lenta e costante trasformazione di un tessuto così delicato, qual è il terreno della formazione delle giovani generazioni, in un ambito che è bene associare alla rilevanza di un’azione politica. Ciò non stupisca, poiché è nelle aule scolastiche che immaginiamo la società che verrà e ne sperimentiamo i correttivi rispetto ai potenziali o ricorrenti conflitti sociali. L’attenzione per gli alunni con bisogni educativi scolastici, il sostegno a chi è portatore di una diversa abilità, l’inclusione di piccoli migranti provenienti da altre latitudini geografiche e culturali: sono solo alcuni degli obiettivi strategici più rilevanti ed evidenti, che fa della platea scolastica non solo la palestra dell’istruzione – o del merito, come piace sottolineare all’attuale governo conservatore! – ma anche della sperimentazione concreta di una cittadinanza attiva, in cui nessuno si debba sentire più escluso.
L’assunzione di una sfida così grande deve esigere una capacità di autovalutazione di correttivi e di verifiche di sistema, che hanno bisogno di tempi prolungati e che non coincidono con la rincorsa elettorale delle riforme governative che si susseguono. In questo esodo della formazione, il necessario coinvolgimento dei genitori ed il loro protagonismo collaborativo non può trasformarsi in una difesa ad oltranza, come colpevolizzazione – a prescindere! – della classe docente e come probabile autoassoluzione delle proprie assenze educative familiari. D’altra parte, tuttavia, questa arte educativa ha bisogno di ispirarsi ad una grande passione pedagogica, che deve trovare un punto essenziale di leva nella valorizzazione professionale del ruolo del corpo docente, ma anche nel reclutamento di personale pronto ad assumerne la sfida e il carico di un costante processo di formazione.
Volendo dedicare qualche osservazione attenta a questo snodo cruciale, non è che manchino meccanismi e strategie formative, che si traducono nella moltiplicazione di percorsi per il reperimento di svariati crediti formativi o, talvolta, solo nello shopping compulsivo da certificazione. La crisi o il restringimento, infatti, dell’area occupazionale ha spesso indotto a cercare la sicurezza del “posto fisso” – come ci direbbe il buon Checco Zalone – nella comfort zone rassicurante di un ruolo sociale, che nessuno oserà mai porre in discussione, come, d’altra parte, avviene nell’apparato della pubblica amministrazione con l’effetto di averla trasformata in un’irriformabile burocrazia bloccata. È evidente che le generalizzazioni non possono esaurire la variabilità delle condizioni, ma possono, tuttavia, intercettare delle linee di tendenza, delle criticità fin troppo ripetute, delle domande e dei correttivi che solo possono consentire di trasformare un’attenzione formativa in un progetto e in un sistema. Certo è che uno switch così importante, all’incrocio dei tempi, richiede un personale docente con ispirata qualità professionale e umana autenticità, poiché la formazione non è un travaso, ma un farsi carico. A tal proposito, è vero che spesso ci si riconosce nell’onnicomprensivo motto pedagogico dell’imparare facendo – quello che il filosofo americano John Dewey e il pedagogista brasiliano Paulo Freire sintetizzano nella pratica di un processo educativo orientato dal learning by doing – ma a maggior ragione ciò richiede una consolidata e pregressa competenza nell’arte della mediazione culturale.
La mia esperienza sul campo mi ha offerto una duplice percezione, che ha chiaramente il valore di un’opinione: è palpabile, infatti, il pericolo di una bulimia da certificazioni da esibire con dei crediti formativi da acquisire; è estenuante il dribbling tra varie graduatorie e prove concorsuali, che espongono al rischio di immettere in ruolo docenti ormai svuotati da un lungo precariato. Di fronte all’investimento richiesto di tempo e di economie si è obbligati, tuttavia, a garantire l’efficacia della selezione del merito, in primis, tra i docenti futuri. Lo sviluppo, infatti, della digitalizzazione formativa e le molteplici risorse applicative a cui stiamo assistendo, devono sostenere ed esaltare l’autentico radicamento professionale del docente, senza ridurre l’effettiva conoscenza solo ad un’abilità pragmatica. Insomma, siamo certamente dinanzi ad una corsa ad ostacoli, ma anche ad una tipica rincorsa “all’italiana”.
Proprio mentre annotavo mentalmente questa mia Navigazione, giungeva la notizia della dipartita di un grande maestro del ‘900, qual è stato Edgar Morin, filosofo e sociologo francese morto a 104 anni il 29 maggio scorso. Ci ha lasciato una grande eredità teoretica, sintetizzabile nella ripetuta categoria del pensiero complesso, che ha così dato nome a tutta la lunga transizione tra la fine del ‘900 e questi primi decenni del 21.mo secolo. Anche lui – e non è di certo un caso! – ha visto sconfinare la sua riflessione filosofica nell’analisi sociologica e viceversa, come già avvenuto, a.es., in un grande pensatore come il polacco-britannico Zygmunt Bauman (1925–2017) con le sue teorie sul tempo liquido e incerto di questa difficile e incerta contemporaneità. Dal canto suo e seguendo i suoi molteplici interessi da vero maestro, a Morin non sono mancate incursioni nel campo pedagogico e educativo. Dal titolo di un suo saggio filosofico del 1999, infatti, dedicato a La testa ben fatta, Morin ha ripreso la famosa massima di Michel de Montaigne, per il quale “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena“, come generale invito a ripensare l’educazione in questi tempi di transizione. In particolar modo, egli auspica che si promuova una conoscenza integrata come invito al dialogo costante tra le varie discipline, superando un securizzante nozionismo a favore, invece, del riconoscimento del limite e dell’errore della conoscenza umana. La complessità non è solo un dato sociologico o un segno dei tempi tristi, ma è la condizione stessa in cui ci si dice e riconosce come esseri umani, ovvero capaci di pensare ciò che ancora non c’è, di trascriverlo in progetti e di sognarne, infine, la loro realizzazione.
La quantità delle informazioni che ci investono è come un rumore di fondo, che distrae e riduce la nostra attenzione, perché è davvero una montagna da scalare; solo la nostra umana e misteriosa mente, tuttavia, può generare un flusso di coscienza riflessa, una memoria di parole tenute insieme dal significato e immagini da sogno che ancora ci emozionano. L’originale connessione tra coscienza, memoria e desiderio genera un’umana connessione, che, anche quando si tenta di rendere un artificio imitabile, non potrà mai sognare ciò che ancora non c’è mai stato sotto il sole.
P.S. Dedico queste brevi note a una persona cara, generosa e preparata come Gianfranco, partito così giovane inaspettatamente in queste ore per il suo ultimo viaggio, e che è stato ripetutamente come me testimone oculare in giro per la Penisola da nord a sud per varie sedi di commissioni d’esame, dove abbiamo ascoltato storie e visto fatti, che conservo sia come stupendi ricordi di umanità, ma anche come promemoria di punti critici all’ordine del giorno di un’ipotetica agenda politica e formativa del nostro Paese.
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1. Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e del pensiero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000; Id., I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001; Id., Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015.
