Le parole registrano i nostri cambiamenti sociali, le mutazioni già avvenute e quelle che ancora stanno avvenendo, mentre l’analisi delle potenziali soluzioni inseguono i conflitti che verranno. Un punto di osservazione privilegiato potrebbe essere l’esperienza di abitare in una grande città, che esalta oltremisura delle opportunità spesso precluse a gruppi sociali rurali o periferici, ma al costo di amplificarne anche le sfide connesse. I cittadini fanno la città, poiché abitarvi è già una cittadinanza attiva, è un atto politico, che trova proprio nella sua versione latina (polis) la sua radice linguistica e il reciproco statuto; il confine tra paese e città è tracciato dalla logica della quantità, che ne fa un agglomerato di folle, di voci, di intasamento. Il loro sovraffollamento, infatti, ne è un profilo costitutivo.

 Andando indietro nel tempo, riprova ne è che quando, a.es., nel 1606 e nel 1609 Napoli divenne il palcoscenico teatrale dei due soggiorni di quel Michelangelo Merisi – a tanti noto e da tanti amato semplicemente come il Caravaggio – uno dei suoi più celebri biografi, così ne riassume l’ambiente che accolse un genio dell’arte e dell’esagerazione: “Il porto della città di Napoli era il più attivo d’Italia e intorno vi raccoglieva un’operosa comunità di mercanti e finanzieri stranieri. L’afflusso ininterrotto di gente nuova dai territori circostanti, la prossimità con il traffico marittimo internazionale e le locali flotte pescherecce rendevano la società napoletana più eterogenea, meno avulsa dalle realtà quotidiane della vita e anche più cosmopolita rispetto a quella romana, una società febbrile fatta di preti e di prostitute”. 

Il realismo del vivere rivoluzionò le pennellate dell’arte, mutando per sempre i linguaggi ieratici del sacro dinanzi all’ispirazione popolare delle nostre strade e dei loro turbamenti: l’ombra dei crocicchi adunati alla sommità di strade oscure o assolate diventa lo spazio della luce e della grazia, come ci piace ammirare nelle opere caravaggesche che dipinsero, prima ancora della nascita della psicoanalisi, l’ombra e la profondità di ogni figura.

Quindi, guardando oggi le strade affollate di una città turistica, potremmo esclamare: nulla di nuovo sotto il sole!

Se remigrazione, cultura woke e gender sono, per taluni, demoni di questi tempi, nel comune vocabolario del cambiamento da qualche anno si registra, infatti, una new entry con la ripetuta lamentela dell’invasione da overtourism. Non vi è affollamento o disservizio cittadino, che non debba essere ricondotto ai problemi nati dall’insostenibile sovraffollamento di turisti: città come Venezia, Firenze, Roma o più recentemente Napoli – solo per citarne alcune nel nostro Bel Paese – o Barcellona, Londra, Parigi sembrano soffrirne.

Ricordo ancora che al mio primo affaccio professionale al comparto turistico – ormai ben 32 anni indietro! – si ripeteva allora come un mantra: “di turismo si potrebbe anche vivere”; e a Napoli gli facevano da contrappunto le parole del card. Michele Giordano, che ad ogni pubblico incontro ricordava al neosindaco Antonio Bassolino, artefice di un primo cambiamento nella percezione della cosiddetta immagine partenopea, che bisognava badare anche alle periferie urbane: parole certo sacrosante, è il caso di dire, senza dimenticare che le politiche culturali o del turismo non sono di per sé sovrapponibili a quelle sociali, poiché nella vita cittadina rispondono a necessità diverse di cura e di governo. Oggi dopo più di 30 anni – lo scrivo a numeri perché faccia subito effetto – gli esperti del “si potrebbe” si esercitano sui vari social parlandoci, invece, di turismo e degli effetti nefasti della turistificazione ad ogni costo. Sarà che forestiero – parola antica per accogliere un viaggiatore d’altri tempi – porta con sé lo stigma del latino foris, per dirne subito l’estraneità prevalente di chi viene da fuori. Oggi che il turista globale si muove sulle latitudini più disparate, si è passati a lamentare tutte le sue accelerazioni e controindicazioni. Probabilmente prima di valutare gli eccessi, certamente presenti, andrebbe fotografato, con l’ausilio di qualche numero alla mano, di che cosa parliamo, quando la si qualifica come industria del turismo in Italia. Se anche l’attuale Governo l’abbia considerato o meno un indotto strategico, nominando alla guida ministeriale l’ingombrante e istrionica Daniela Santanché, rimasta in carica sino a qualche mese fa prime delle sue dimissioni, lo si lascia alla pubblica opinione. Resta, tuttavia, un fatto, ovvero che la domanda di sistema viene dai numeri: “secondo i dati Istat, a febbraio 2026 in Italia si registrano 7,4 milioni di arrivi (+14,9% rispetto a febbraio 2025) e 23,3 milioni di presenze (+16,9%). La crescita degli arrivi è sostenuta sia dalla domanda interna (+8,1%) che da quella internazionale (+22,9%). Analoga dinamica per le presenze, con una crescita maggiore della componente straniera (+23,0%) rispetto a quella domestica (+9,8%). La permanenza media si attesta a 3,16 notti, in lieve aumento rispetto al 2025 (+1,76%). La composizione dei flussi mostra nelle presenze una prevalenza straniera (57,2%) rispetto alla componente domestica (42,8%)”.

Mentre sul piano europeo, “a febbraio 2026 l’Italia si conferma tra le mete più attrattive in Europa, con 23,251 milioni di presenze, seconda solo alla Spagna (25,223 milioni) e in linea con la Germania (23,285 milioni), superando Francia (22,2 milioni) e Grecia (1,8 milioni). L’incremento delle presenze rispetto a febbraio ‘25 (+17%) è nettamente superiore a quello dei principali competitor, stabili o in crescita molto più contenuta (Francia -0,1%, Spagna -0,2%, Germania +3,46%, Grecia +1,65%). L’Italia si distingue anche per la permanenza media più alta, pari a 3,16 notti, seguita da vicino dalla Spagna (3,14), mentre gli altri Paesi si fermano poco sopra le 2 notti”. 

Con questi flussi di movimentazione non ci si può che augurare una governance attenta e quindi di sistema, ovvero immettendo professionalità dell’accoglienza e dell’ospitalità, piuttosto che l’improvvisazione di “tutti che fanno tutto” che dalle nostre parti contraddistingue una certa irrilevanza imprenditoriale. 

Si sa che i numeri non possono dire tutto, ma certamente ne riassumono l’importanza a fronte di una previsione di crescita economica del nostro Paese, che fa difficoltà a mantenere indici in risalita piuttosto che di stagnazione. È un dato evidente che l’industria del turismo e del tempo libero sono comparti estremamente esposti ai venti del cambiamento e richiedono in tutti i sensi che si viva in tempi di pace, per poter godere della spensieratezza di un viaggio e di una vacanza. Di sicuro, un cittadino del secondo millennio, nel mondo a trazione globale, si percepisce molto più che nel passato come un homo turisticus, mentre il nostro Bel Paese detiene il maggior numero di siti iscritti nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO: 59 quelli riconosciuti “patrimonio dell’umanità”, mentre per il patrimonio culturale immateriale sono già presenti 14 elementi italiani. Non mi è mai piaciuta l’assimilazione delle nostre bellezze alla metafora energetica del “petrolio d’Italia”, se non per una considerazione che sfugga all’equazione per la quale la spensieratezza del tempo libero si accordi con l’improvvisazione dei servizi iventati. D’altra parte, tutti i fenomeni odierni hanno sempre una spinta a diventare di massa, anzi li si considera solo quando e se diventano planetari, altrimenti sono percepiti come irrilevanti e questo non riguarda solo questo originale comparto, ma un modello economico che risponde solo alla logica della crescita o della perdita di valore. Guardando al futuro, è legittimo chiedersi come si possa continuare a equilibrare un tale modello economico – ed ecologico! –  in cui è prevista solo la crescita esponenziale e lo sviluppo costante come unico dato da forzare, poiché è evidente che la produzione di ricchezza ad ogni costo avviene solo per l’implosione di altri in assenza di dinamiche compensatorie e di redistribuzione. Le guerre che all’unisono deploriamo sono, infatti, una necessità coloniale e predatoria per far pendere la bilancia dalla parte del più forte.  Bisognerebbe allora parlare certamente dei pericoli della turistificazione, ma anche di ogni “messa a sistema” in cui la capitalizzazione è predatoria e non vi è spazio per equità e bilanciamento in un’ottica di relazione e di protezione sociale. E questo lo scriveva già il compianto Karl Marx nel XIX sec. e prima di lui ispirati da istanze etiche, autenticate dal sacrificio delle loro vite, lo reclamavano Socrate o Gesù di Nazareth, Valdo o Francesco d’Assisi: insomma, tutti testimoni troppo spesso inascoltati – anche tra i loro discepoli e seguaci – di una possibile alternativa e di una riserva di utopia, che spesso si infrange contro il realismo onnivoro della storia.  

Si dirà: quindi, non si può fare nulla? Si può e si deve fare di meglio come desiderio e necessità! Mai dimenticando che tutti i fenomeni diventano emergenziali se non governati e spesso i nostri rappresentanti, ai vari livelli di governo del Paese, spengono i sogni delle loro promesse elettorali con l’evidente risultato di un’ordinarietà che è fin troppo assimilabile ad una criticità irrisolta, offrendo così ai loro cittadini l’alibi assolutoria del “non si può fare diversamente”. 

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  1.  Peter Robb, L’enigma Caravaggio, Mondadori, Milano 2021, p. 385.
  2.  Napoli: nel 2025 raggiunti 15 milioni di turisti – Il Sole 24 ORE
  3.  https://www.ministeroturismo.gov.it/wp-content/uploads/2026/05/Infografica-Aprile-2026.pdf 
  4.  “Homo turisticus”. Il numero 5/2025 di MicroMega