- Patrono dei Magistrati?
Tra i comunicati del Consiglio Episcopale Permanente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), il 25 marzo 2026 leggemmo: «È stata dunque esaminata la proposta, avanzata da un comitato, di eleggere il Beato Rosario Livatino a Patrono dei magistrati: dopo il placet del Consiglio Permanente, l’istanza, secondo la procedura vigente, sarà ora presa in esame dalla prossima Assemblea Generale in vista della successiva conferma da parte del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Nell’accogliere la proposta, i Vescovi hanno sottolineato l’attualità del messaggio di Livatino, secondo quando espresso nel decreto sul suo martirio: è stato “ucciso dalla violenza di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di stampo mafioso, i cui esponenti furono mossi dall’odio per la fede di questo giovane uomo desideroso di giustizia, ossia di questo giudice cristiano che tanto amava il Signore”».
Dal 25 al 28 maggio 2026, a Roma, i Vescovi esaminano, dunque, la possibilità di eleggere Rosario Angelo Livatino – ucciso da un drappello armato manu militari il 21 settembre 1990, poi riconosciuto “martire” dalla Chiesa e proclamato “Beato” il 9 maggio 2021 – come patrono dei magistrati sia requirenti che giudicanti, ovvero operanti nei due rami della Magistratura che, in Italia, restano nella loro organizzazione tradizionale. Secondo il verdetto referendario di quest’anno, infatti, gli elettori italiani si sono pronunciati per il no alla revisione della Costituzione, già approvata dal Parlamento, che avrebbe voluto introdurre la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, ovvero modificare l’organizzazione interna e i meccanismi di autogoverno della Magistratura italiana.
Da parte sua, Livatino, superata brillantemente la severa procedura concorsuale, entra giovanissimo (era nato nell’ottobre 1952) in magistratura il 18 luglio 1978, formulando il prescritto giuramento, non senz’annotare nella sua Agenda: «Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento ed a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».
Per restare vicino ai genitori (avevano quell’unico figlio), Rosario Angelo Livatino sceglie, dunque Agrigento, città vicina a Canicattì (dove egli risiedeva con i vecchi genitori): una terra notoriamente di mafia dove, oltre alle ramificazioni di Cosa nostra (presente anche nelle province di Palermo, Trapani e Caltanissetta), erano gemmate delle Stridde (o anche Stidde, cioè rami dell’unica pianta), ovvero delle autonome ramificazioni mafiose locali, talvolta antagoniste di Cosa nostra, a cui i capi locali, oltre a richiedere nulla osta per operare estorsioni e pizzo, volevano talvolta mostrare delle autonome capacità organizzative per il controllo mafioso del territorio. Ciò accadeva particolarmente per il controllo degli appalti e dei fondi neri per fini corruttivi, per l’uso deviato e clientelare delle cooperative giovanili, per il riciclo dei tantissimi proventi illeciti (all’epoca, in un territorio di soli trentamila abitanti, operavano almeno una decina di istituti bancari!).
Nel corso del biennio 1984-1986, come ha scritto in un recente volume il Presidente del Tribunale di Agrigento (all’epoca collega di Livatino e Presidente della locale sezione dell’ANM, a cui avrebbe voluto il Beato come Segretario), «il coordinamento delle attività investigative aveva portato a una autentica retata dei vertici mafiosi della provincia» (Luciano D’Angelo, p. 57 del volume Il profumo dell’onestà. Il beato Rosario Angelo Livatino: un uomo cristianamente realizzato. Agrigento, 27 novembre 2025. Atti del Convegno, a cura di Angelo Chillura, Biblioteca Lucchesiana, Agrigento 2026).
Dal 1984 al 1986 Livatino trascorre, però, due veri e propri anni di crisi (per evidenti minacce subite circa i genitori e circa la sua stessa persona); ma poi egli riprende con grande lena la sua professione; e, tuttavia, vive comunque un forte disagio, generato in quegli anni dall’acceso dibattito locale e nazionale circa la gestione della giustizia, al punto che Rosario Angelo deciderà di passare dalla Procura al Tribunale di Agrigento, destinato alla sezione penale e alle misure di prevenzione patrimoniale.
- Laicità e patronato cristiano
Dunque alla tradizione cristiana – che ha invocato san Michele arcangelo come protettore della Polizia di Stato e, come Protettore di avvocati, professori di diritto, magistrati e giudici nonché operatori dei tribunali, sant’Ivo Hélory (o anche Ivo di Kermartin, proclamato santo il 26 giugno 1347, da papa Clemente VI), si affiancherà – dopo l’iter della CEI e il nulla osta della santa Sede -, la figura di Rosario Angelo Livatino?
Da parte sua, Papa Leone XIV lo ha già additato – il 25 ottobre 2025 – come luminoso esempio di speranza e di giustizia. Nell’Aula della Benedizione – Palazzo Apostolico Vaticano, Sabato, 25 ottobre 2025 papa Prevost affidò infatti ai convenuti (esponenti degli Uffici Cerimoniali Istituzionali italiani presso la Presidenza della Repubblica, il Senato e la Camera dei Deputati, la Corte Costituzionale, il Ministero degli Affari Esteri il Ministero della Difesa, nonché presso le Regioni e gli enti locali) tre modelli, anzi tre testimoni: il servo di Dio Alcide De Gasperi; il venerabile Salvo D’Acquisto, medaglia d’oro al valore militare e, terzo, «il beato Rosario Livatino, primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire. Col suo impegno incrollabile per la giustizia, egli ha testimoniato che la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità. “Sub tutela Dei”, scriveva in cima ai suoi appunti: sotto la protezione divina ci poniamo fiduciosi anche noi, lavorando ogni giorno come servitori della verità e tessitori di unità. Lo Stato, infatti, si trasforma in meglio se ciascuno se ne sente responsabile, nutrendo con i più alti valori spirituali il proprio senso civico e il dovere istituzionale».
Un patrono non soltanto dei magistrati cristiani, dunque, ma anche di tutti coloro che intendono conservano una scelta di “autonomia” e di “laicità” nella prassi della giustizia, prescindente anche da un esplicito riferimento religioso. Tutti infatti, al di là della posizione religiosa dei singoli, restano comunque esponenti di una speranza che non si arrende, di una coerenza che non si piega, di un impegno che non si tira indietro. Come ha scritto il Postulatore della causa di beatificazione di Livatino, mons. Vincenzo Bertolone, «per i mafiosi, Livatino era “odore di morte”. La sua onestà li condannava. Non potevano comprarla. Non potevano piegarla. Non potevano corromperla. E allora dovevano eliminarla» (op. cit., p. 27).
Tuttavia, non solo i mafiosi attenzionavano, in quegli anni bui, Livatino, che, peraltro, avrebbero potuto facilmente eliminare anche sotto la chiesa del piccolo centro siciliano di Canicattì, frequentata da tutti, anche dai malavitosi. Rosario Livatino era anche al centro di critiche e d’interessi perfino da parte di altri magistrati, i quali non ne condividevano il programma laico di un auspicato rinascimento dell’etica (come si diceva allora nella locale sezione dell’Associazione Nazionale dei Magistrati). Contro questa linea etica – laica e religiosa di rinascimento e di autonomia della Magistratura – veniva opposta, già in quegli anni, «la sensazione secondo cui la magistratura agisce talora non secondo la legge, ma in funzione di una partigiana posizione di collateralismo politico» (Luciano D’Angelo, in op. cit., p. 63).
- Una discussione mai sopita
Negli anni in cui operò il magistrato Livatino ad Agrigento, egli si mostra un antesignano delle forme di coordinamento investigativo, che portarono ai cosiddetti primi grandi processi contro le mafie, i cui reati – in precedenza rubricati come degli illeciti amministrativi, che comportavano pene irrisorie -, vengono, invece, via via giudicati in grandi processi, con decine e decine di imputati. Tra questi, il famoso processo rubricato “Ferro + 44”, che era finalizzato a realizzare le prime applicazioni, in Italia, delle misure di prevenzione patrimoniale, nonché la scoperta delle distorsioni esistenti nel mercato del lavoro, già allora inquinato dall’uso deviato di clientele nelle cooperative giovanili. Eppure, proprio quel processo viene tolto, con grande suo disappunto, a Livatino.
Frattanto nell’accesa discussione del tempo sul tema della giustizia, furono chiamati ad Agrigento, a parlare di giustizia, dei magistrati della Corte di cassazione (che si accingeva a trattare proprio sul giudizio di legittimità circa quel processo “Ferro+44”). Livatino era appena stato co-autore della sommaria istruzione di un procedimento, in cui decine di persone del suo paese furono tratte in arresto. In almeno due occasioni, invece, quei relatori parlarono esplicitamente di magistrati stampellati e ispirati da carrierismo.
Stampellati era un neologismo di quegli anni, che equivaleva al più volgare “calcio nel sedere” nel concorso per la magistratura, con allusione a coloro la cui preparazione, già carente allo scritto, si sarebbe dovuta poi verificare all’orale, sperando in un miglioramento, grazie a una seconda stampella in fase orale. Qualcuno degli oratori invitati, in quegli anni, a parlare nel territorio di Agrigento, «si spinse a stigmatizzare l’operato di alcuni magistrati operanti ad Agrigento ed al contempo ad esaltare la figura di altri» (L. D’Angelo, op. cit., p. 64). Fu proprio in quel contesto che Livatino decise di lasciare la Procura e di passare al Tribunale, fino all’assassinio realizzato da un drappello armato manu militari lungo la statale che da Canicattì porta ad Agrigento: un attentato scenografico, messo in atto dalla protervia mafiosa di mandanti e operatori (alcuni dei quali, giovanissimi, erano dimoranti all’estero e venivano convocati ad hoc, con una telefonata, dai capi per procedere ad esecuzioni decise a livello mafioso locale).
Qualcuno ha ritenuto di spiegare l’uccisione di Livatino (che la Chiesa considera giustamente un martirio subìto e perpetrato in odio alla fede e alla giustizia) come una delle tante vendette di mafia di quegli anni bui. A tal proposito, le voci originarie circa l’assassinio di quel giudice senza scorta o tutela, furono varie: sarebbe stato ucciso perché aveva condannato coloro che furono i due mandanti finali dell’esecuzione sul viadotto Gasena; sarebbe stato “punito” per il permesso negato a un mafioso in carcere di lasciare temporaneamente la detenzione per vedere suo figlio appena nato; sarebbe stato trucidato per aver confiscato dei beni ai mafiosi; sarebbe stato colpito per il suo operato contro le famiglie locali di Cosa nostra; sarebbe stato eliminato perché faceva favoritismi per un capomafia, o perché sarebbe stato duro con gli Stiddari e morbido con un ramo di Cosa nostra…
Com’è evidente anche dalla semplice elencazione di queste ipotesi – alcune persino contraddittorie fra loro -, siamo in presenza di altrettante occasioni prossime che possono aver fatto decidere per l’assassinio del giovane magistrato: tutte però risultano accomunate dalla vera e prevalente motivazione causale soggiacente, cioè il comune odio mafioso alla rettitudine cristiana e al modo peculiare di amministrare la giustizia da parte di Livatino. Resta il dato di fatto che, nonostante gli sforzi dei non molti magistrati allora in servizio, nell’agrigentino esisteva un’alleanza fra la “famiglia” dei nuovi emergenti di Palma di Montechiaro e quella di Canicattì, non senza il nulla osta di Cosa nostra e la connivenza di altre forze che consentirono, in quegli anni, l’escalation delle stragi di mafia. Chiunque trattasse dei procedimenti per misure di prevenzione che interessavano i capimafia locali, era, dunque, sotto il mirino dei killer.
- Altro che “giudice ragazzino”: Livatino ucciso dalla “piovra mafiosa”
In Senato, subito dopo l’assassinio di Rosario Angelo Livatino, l’allora onorevole Francesco Cossiga parlò esplicitamente di “eroi civili della legalità e martiri della giustizia”, facendo esplicito riferimento a quel giudice siciliano, anzi additandolo, con altri “eroi ci vili e martiri della legalità”, ovvero esempio per tutti gli operatori della giustizia e della legalità. Da Presidente della Repubblica, usando la non felice espressione di “giudici ragazzini”, lo stesso Cossiga volle riferirsi ai giovani giudici, posti, a suo avviso, troppo precocemente sulla difficile e complessa frontiera dei crimini, perpetrati in quegli anni da mafiosi e trafficanti di droga: «Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta» (Fonte: https://www.giustiziainsieme.it/it/il-magistrato-archivio/280-rosario-livatino).
Il 26 settembre 1990, alla presenza dello stesso Presidente Cossiga, il Consiglio Superiore della Magistratura commemorerà Rosario Angelo Livatino. Il Prof. Giovanni Galloni, allora Vice Presidente, dirà, tra l’altro: «Vogliamo parlare in questa aula di Rosario Angelo Livatino. In lui la piovra mafiosa ha voluto colpire il simbolo del magistrato professionalmente preparato, ligio al dovere e incorruttibile, impegnato nel proprio servizio fino al massimo del sacrificio. Il babbo mi raccontava che negli ultimi giorni aveva lavorato attorno ad impegnative sentenze 12-14 ore a tavolino sorbendo a mezzogiorno solo un bicchiere di latte, perché ogni appesantimento di cibo lo avrebbe ritardato nel lavoro… La sua immagine di magistrato incorruttibile, la sua completa e profonda conoscenza del fenomeno criminale nell’agrigentino, il suo impegno a trasferire nelle nuove funzioni giudicanti le ipotesi accusatorie in tesi d’accusa, lo avevano reso un bersaglio da abbattere per la criminalità organizzata, ne avevano fatto, per le organizzazioni mafiose, un serio e concreto pericolo. Per questo suo essere simbolo di intelligenza, di operosità, di incorruttibilità della giustizia dello Stato la mafia ha probabilmente deciso di ucciderlo e ha poi eseguito l’assassinio nel più barbaro dei modi».
Il Card. Bassetti a trent’anni dalla morte di Livatino (Roma – Chiesa Sacro Cuore del Suffragio – 21 settembre 2020) disse tra l’altro: «Per lui tutto questo era questione di vita o di morte, ma prima ancora di vita vera e di fede limpida. Livatino riuscì a ritrovare una sintesi tra religione e diritto che non appare scontata, come dimostra una sua conferenza: “Cristo – egli affermò – non ha mai detto che soprattutto bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano”» (Conferenza tenuta a Canicattì il 30 aprile 1986, in Fede e diritto, a cura della Postulazione)».
