di Gianni Lepre*

I dati dell’ultimo rapporto annuale curato da Fondazione Symbola e Unioncamere, “Io sono cultura 2022”, sono eloquenti. Tra le prime venti province italiane dell’industria culturale, sulla base di parametri come valore aggiunto e occupazione, non figura nessuna del Mezzogiorno.

Al 2021 il sistema produttivo culturale e creativo nazionale era stimato in 88,6 miliardi. È una bella cifra, anche se la si guarda in termini relativi, rappresenta infatti il 5,6% del valore aggiunto italiano. Di cultura vivono un milione e mezzo di addetti. La condizione complessiva del settore non è preoccupante, ma c’è da leccarsi ancora le ferite dello tsunami covid. Tra il 2019 e il 2021 il valore aggiunto è calato del 4,8%, contro una flessione molto minore, appena l’1,2%, della media degli altri comparti, e malgrado un forte recupero registrato nel 2021. 

Il Sud resta indietro, malgrado le straordinarie potenzialità di un patrimonio storico e artistico, le mille attrattive possibile del turismo culturale, la genialità di autori che promuovono l’immagine dell’Italia in tutto il mondo, con opere letterarie e cinematografiche di eccezionale levatura.

A spiegare il ritardo possono essere tante componenti, ma è bene partire dal dato economico. Le amministrazioni comunali del Sud spendono in cultura un quarto di quanto spendono quelle del Nord. Le sponsorizzazioni di imprese e privati in favore della cultura all’inizio del 2020, in una regione come la Lombardia, superavano largamente i 100 milioni di euro annui, contro appena 2 milioni nella Campania.

Insomma, se la disponibilità di risorse è largamente inferiore, è inevitabile che il risultato sia diverso rispetto alle performance di altre aree del Paese. Vi sono tuttavia elementi per poter sperare in una svolta positiva. 

Gli interventi previsti dal Pnrr possono assicurare un’estensione dei servizi all’impresa culturale, agevolando processi sinergici con la crescita di un settore come il turismo, che in quest’ultimo periodo ha ritrovato slancio a Napoli e in Campania, ma in misura minore anche in altre aree del Sud. L’industria culturale meridionale può e deve crescere anche con l’innovazione e con l’infrastrutturazione. Favorendo l’accessibilità dei siti, moltiplicando gli strumenti di divulgazione on site e telematici, salvaguardando la loro integrità anche in termini di sicurezza ambientale.

Andranno riviste anche esperienze di promozione dell’impresa cultura varate da Governi precedenti, senza che i risultati conseguiti fossero pari alle aspettative, probabilmente perché perseguite con un approccio eccessivamente illuministico. In tal senso, è auspicabile che il nuovo Esecutivo Meloni, col supporto delle risorse aggiuntive assicurate dal Next Generation Eu e dal nuovo ciclo di fondi strutturali, contribuisca concretamente a un miglioramento delle politiche per lo sviluppo dell’industria culturale nel Paese, a cominciare dal Mezzogiorno.

Occorre a tal fine inquadrare i singoli interventi un una vision complessiva, che sappia ad esempio valorizzare una serie di strutture trascurate da decenni, o per inerzia istituzionale e incapacità amministrativa o, più semplicemente, per il vincolo della finanza pubblica, pressante quanto mai in un paese dal debito anomalo come l’Italia. Non è un caso che, finalmente, con la ritrovata disponibilità di risorse sia tornato in considerazione il progetto di recupero di una struttura dal valore inestimabile come il Reale Albergo dei Poveri di Napoli, per il quale, tramite il Pnrr, sono già pronti cento milioni. 

Contano i soldi, si diceva, ma se mancano le idee e la progettualità, nonché la determinazione per dargli corpo, le cose non camminano. E, in proposito, è confortante che le ipotesi per configurare nuove destinazioni per il grande complesso, anche come nuova sede della Biblioteca nazionale si stiano sviluppando attraverso un proficuo dialogo interistituzionale tra Governo e Amministrazione comunale. Perché anche questo serve: saper discutere e portare avanti insieme i progetti, oltre steccati ideologici e di appartenenza a questa o quella coalizione. 

La cultura, e i nuovi modelli di intervento per lo sviluppo delle sue imprese, vanno inoltre perseguiti al di là degli interventi su testimonianze artistiche, storico monumentali, o della stessa valorizzazione e modernizzazione di strutture museali e parchi archeologici.

Nello sforzo di ridare slancio all’impresa cultura in nome dell’italianità, dei valori identitari che fanno da sempre di questo Paese un esempio inimitabile per il mondo, si può ampliare il raggio d’azione alle cosiddette arti minori.

Partendo da Sud, naturalmente, e magari da Napoli, città che merita di ritrovare un ruolo preminente, quale ex capitale di un glorioso regno, tra le più grandi metropoli d’Europa e dell’intero pianeta.

Tra le iniziative che possono contribuire a rendere vivo e palpitante il percorso di crescita ipotizzato, meriterebbe spazio la realizzazione di un museo italiano dell’oreficeria, di dimensioni adeguate all’impresa di fortificare e sviluppare ulteriormente il made in Italy nel mondo. Una grande struttura dove, da Pompei ai nostri tempi, si ricostruirebbe il cammino dell’oro e dei preziosi, con reperti e strumenti informativi multidisciplinari, con il supporto dell’innovazione tecnologica e magari ricorrendo anche a modelli sperimentali all’avanguardia per i visitatori disposti a pagare tariffe più elevate, per vivere esperienze virtuali tali da calarli nelle realtà di volta in volta esplorate.

Sempre nello stesso filone, ossia riscoperta dell’artigianato artistico e della sua dimensione culturale oltre che economico commerciale, si potrebbero promuovere, nei centri meridionali dove più spiccate risultano tali tradizioni, percorsi orientati a rilanciare i relativi comparti, grazie a nuove forme di divulgazione incentivata dall’intervento pubblico, anche agevolando maestri del mestiere che non possono altrimenti permettersi tempi e costi di formazione degli allievi apprendisti.

Napoli, in tal senso, sarebbe una sede ideale. Basti pensare alla possibilità di tracciare percorsi progettuali finalizzati a collegare i quartieri icona dell’artigianato artistico e della cultura: da Borgo Orefici a Piazza Mercato, a San Gregorio Armeno, alla Sanità.

*Economista, Presidente Commissione Reti e Distretti produttivi ODCEC Napoli

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