1. Viva la libertà!?

Il dibattito intorno al rapporto tra Chiesa e laicità dello Stato (che è un altro nome della dialettica tra religione e libertà) è oggi molto discusso. È, peraltro, anche un tema teologico, oltre che sociale e politico. Lo mostrava già, in un suo libro, Severino Dianich (Chiesa e laicità dello Stato. Una questione teologica, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011): la forma della Chiesa, infatti, viene, in qualche modo, “determinata” dalle condizioni della sua esistenza in una società. Soprattutto quando, frattanto, la società abbia consapevolmente deciso, con le sue forme di decisione libera, di essere secolare, democratica e strutturata in uno Stato laico. Tale, almeno a partire dal 1931, ha deciso appunto di essere la Spagna contemporanea, che papa Leone XIV ha voluto da poco visitare. Non è un dettaglio secondario quel che, in questo Paese, appena uscito dalla dittatura, disse Manuel Azaña il 13 ottobre 1931: “Ho le stesse ragioni per dire che la Spagna ha cessato di essere cattolica e per dire il contrario della vecchia Spagna. La Spagna era cattolica nel XVI secolo, nonostante ci fossero molti dissidenti molto importanti, alcuni dei quali sono la gloria e lo splendore della letteratura castigliana, e la Spagna ha cessato di essere cattolica, nonostante ci siano oggi molti milioni di spagnoli cattolici e credenti“. 

Sono, questi, dei problemi analoghi a quelli della politica ecclesiastica in Italia dove, nel 1984, furono sottoscritti degli Accordi di revisione concordataria. Ma lo sono pure di qualunque altra situazione politica in cui la missione della Chiesa e dei cristiani si va oggi svolgendo i paesi di antica cristianità che, frattanto, hanno assunto una configurazione laica. Cosa fare in contesti di antica tradizione cristiana che, frattanto, si sono però, come si dice, secolarizzati, ovvero si sono definitivamente aperti ai cosiddetti diritti di libertà? 

Una situazione, questa appena accennata, che è divenuta come la cartina al tornasole dei rapporti tra Stati e Chiesa; e che appare particolarmente vivace nei Paesi del nostro Occidente europeo, soprattutto nella stagione – quella attuale – della rivendicazione di vecchi e nuovi diritti di libertà che, a volte, sembrano confliggere con l’etica cattolica tradizionale. Una situazione che, dovunque, provoca una certa crisi, che, come osservato il Papa, coinvolge la stessa permanenza della fede in molti battezzati: fino a che punto i credenti potranno, dunque, seguire, da credenti, le nuove libertà, di pensiero, di coscienza e di religione?

In Spagna – dove, pure, la corrida, essendo una forma d’intrattenimento basata sulla sofferenza e la morte di un essere vivente, è stata vietata dal 1991 alle Isole Canarie – Papa Leone XIV ha preso, per così dire, proprio su questi delicati temi, il toro per le corna. Lo ha fatto comunicando sia in castigliano che in catalano, com’è accaduto con le prime parole, in catalano dell’omelia della Veglia nello stadio Olimpico Lluís Companys: «També nosaltres som com Nicodem, peregrins en la nit. Aquesta icona evangèlica, sobretot, ens ofereix un missatge del camí de la vida»: sintonizzarsi con Nicodemo, simbolo del popolo giovane di Barcellona in cammino verso la vita, significa camminare e procedere, così come cammina la vita. Con un discorso solenne sulla libertà – la prima della famosa triade di parole della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità) – papa Leone XIV è voluto ritornare su questi temi, proprio nella cattedrale della laicità, ovvero nell’aula del Parlamento spagnolo. «La libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone. […] La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; ed evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della propria fede». 

Come, dunque, contemperare la triade libertà della persona-libertà dello Stato- libertà della religione? Ecco la peculiare messa a punto del Papa americano: «Senza confondere il piano giuridico e quello morale, è bene ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata (cfr Dignitatis humanae, 1). In questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non va mai interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica».

  1. Prima di tutto, la dignità della persona

Seppur proposti da un Papa romano, i discorsi in Spagna sono stati condotti all’insegna di quello che potremmo ben denominare criterio di laicità. È in baso ad esso, tra l’altro, che ogni essere umano può essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Anche il detenuto, anche il migrante, anche chi, come moltissimi nelle nostre società avanzate, ha problemi di salute mentale. La libertà, l’uguaglianza e la fratellanza – ovvero il diritto a vivere liberi da ogni oppressione o restrizione infondata da parte dell’autorità costituita, il diritto di essere uguali davanti alla legge, nonché di essere solidali tra noi come fratelli e sorelle – sono ormai proclamati come dei valori fondamentali. Lo sono almeno a livello di enunciazioni: non soltanto in Francia, nel corso della rivoluzione di fine Settecento, dove questi valori – così enunciati, probabilmente, grazie a Massimiliano Robespierre -, nacquero da una lotta popolare contro la monarchia dal potere assoluto e oppressivo; ma anche in Spagna e dappertutto. Tutti discorsi poggiati su una convinzione di fondo, come ha esclamato Papa Prevost: «Ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento». Sono, queste. le parole davanti al Congresso spagnolo, l’8 giugno 2026, riferendosi al contesto spagnolo, ma aprendo un orizzonte davvero più generale: «Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca. e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti – ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri».

Dopo la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il diritto di voto universale e l’abolizione della schiavitù sono considerati ormai delle conquiste irrinunciabili dell’umanità. E tuttavia, in numerosi casi, tali valori di laicità risultano ancora calpestati, inattuati o parzialmente attuati. E ciò avviene proprio in quelle stesse società che sottoscrissero la Dichiarazione universale, dove perdurano tante disuguaglianze, divisioni, abusi di potere, assassini di uomini e donne (che papa Prevost in Spagna ha denominato, testualmente, femminicidi)… Laicità significa, perciò, anche riconoscere i miti di una società dei diritti in cui, però, si dimenticano i doveri; in cui, anzi, alcuni modelli culturali – che ci vorrebbero sempre i migliori, vincitori e perfetti -, non fanno poi molto per ostacolare il clima avvelenato nei rapporti familiari: caratterizzato da abusi e oppressioni e, in particolare, dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in eliminazione violenta delle figure scomode. 

Non sono, questi proposti dal Pontefice, dei discorsi di laicità e delle sottolineature di conquiste laiche dell’umanità dei nostri tempi? Seppur con prevalenti intenti apostolici e pastorali, il recente viaggio del successore di Pietro nelle terre spagnole, ha, insomma, presentato questo filone che ci piace chiamare, per così dire, laico e non soltanto cristiano. Laico e cristiano, perché svolto all’insegna della convinzione, espressa dal Papa, che in taluni campi (ad esempio, quelli della giustizia, della legalità, del rispetto dei diritti umani…), occorra ricominciare sempre da capo: essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare. Il ragionamento papale si fa urgente soprattutto per l’Europa, dove si presenta «nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra» (Congresso dei Deputati, Madrid, Lunedì, 8 giugno 2026).

Ecco, in sintesi, il vero e proprio teorema laico spagnolo di Papa Prevost: se la dignità inalienabile di ogni essere umano non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, bensì dal dono che lo precede e lo eccede (dono divino), i popoli uniti, non soltanto gli Stati – non possono che convergere nel raggiungimento e nel rispetto di tali diritti universali. Sono queste le cose importanti, di fronte alle quali bisogna maturare una comune e diffusa coscienza critica: è un dovere, di fronte a un sistema sociale, che, pur avendolo scritto solennemente nelle sue Carte dei diritti, non sempre mette la persona al centro; anzi fa prevalere l’idolatria del profitto e del rendimento, facendo finta di non guardare alle nuove frontiere dei diritti, per esempio a quello della salute mentale (sempre più minacciata nel contesto di società che, pure, si considerano avanzate). 

Ma tutto questo richiede un cambiamento di marcia, proprio negli Stati laici. Nello stadio olimpico, gremito – “Lluís Companys”, Martedì, 9 giugno 2026 –, papa Prevost ha candidamente esclamato: «Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli». 

Tutto questo bisogna farlo non da soli, ma insieme: come quando si pratica uno sport di squadra, ha ribadito papa Prevost ricordando le sue antiche passioni per il football e la sua pratica attuale del tennis. Insomma, bisogna ricordare che «la vita non è una gara da vivere da soli, è qualcosa che si gioca in squadra, e bisogna imparare a correre insieme» (Discorso nella Chiesa di Sant’Agostino, Barcellona, Mercoledì, 10 giugno 2026). 

Laicamente insieme, insomma, anche in uno Stato laico. È davvero questo, mi sembrerebbe, uno dei tratti caratteristici del recente viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna, il quale ha costantemente caratterizzato tale convergenza a fare squadra tra l’essere umani e l’essere cristiani. E ciò proprio nell’orizzonte delle conquiste contemporanee dei diritti. Lo ha voluto testualmente ricordare anche ai detenuti del Centro Penitenziario “Brians 1” (Barcellona, Mercoledì, 10 giugno 2026), dove, tra l’altro, oltre ad esser consentiti incontri tra coppie di detenuti, anche dello stesso sesso, vengono espletati da anni interventi e strategie di riduzione del danno, intese come prevenzione della diffusione di malattie infettive, con un focus particolare all’hiv/aids. Pure in carcere, Leone XIV ha dato alla sua visita apostolica quasi il tono di un incontro laico su temi laici, in un contesto preciso, come quelle dell’organizzazione non discriminante degli stabilimenti carcerari, peraltro così dibattuto nella nostra Italia, dove fu istituito il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, con il compito di vigilare sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà.

  1. Migrazioni e re-migrazione?

Tanti altri temi “laici” – emersi in questi giorni spagnoli del Papa di origine americana -, sono apparsi come una ripresa della prima enciclica, Magnifica humanitas. Lo si è visto particolarmente alla luce di quella parte in cui l’enciclica apre gli occhi anche su temi politicamente scomodi, come quello delle migrazioni. Nell’ottica di un’umanità chiamata a diventare magnifica, i processi migratori sono delle occasioni importanti, perché «possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli» (Magnifica humanitas, n. 81).

La lingua nella quale è stata redatta originariamente la prima enciclica di papa Prevost non è il latino, ma l’inglese, il cui testo, nel sito della santa Sede, suona senza l’aggettivo magnifica: «Humanity, created by God in all its grandeur, is today facing a pivotal choice». Sulla scelta dell’aggettivo magnifica nel testo ufficiale latino, ha evidentemente premuto il riferimento al cantico mariano del Magnificat, che, nella conclusione della prima enciclica sociale di papa Prevost, è diventato The song of hope (nn. 243-245, conclusivi dell’enciclica): la canzone della speranza, cantata magnificamente dalla ragazza di Nazaret. Nel cantico del Magnificat vi è, del resto, anche un cenno ai fenomeni migratori, soprattutto se si ricorda che esso fu cantato dalla donna di una famiglia costretta ad emigrare proprio nel momento in cui stava per venire alla luce il Bambino. È la stessa, dolorosa, condizione di numerosi migranti, soprattutto dei rifugiati, degli esiliati, degli sfollati, dei profughi e dei perseguitati. Di tragico dramma migratorio, Papa Prevost aveva già detto, in questi giorni spagnoli, nel Parlamento. Ma incontrando le realtà di accoglienza dei migranti, al Porto di Arguineguín (Las Palmas de Gran Canaria, Giovedì, 11 giugno 2026), senza mezze misure egli ha voluto ricordare «tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada». E poi a Tenerife – dove si è concluso il Viaggio apostolico – Leone XIV non ha omesso di ricordare la questione delle migrazioni dei popoli. Al Porto di Arguineguín aveva già sollecitato a non mantenere il «posto comodo dello spettatore», dal momento che il Vangelo ci pone «di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare». 

Un tema ecclesiale, che è anche un tema laico, anzi laicissimo. Per questo il successore di Pietro, come ha affermato, «non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte». Ma poi papa Prevost ha calcato la mano su questo diritto umano «in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione». Quando poi ha ricordato la vocazione turistica di quelle isole, nell’omelia della Messa nel Porto di Santa Cruz de Tenerife, Venerdì, 12 giugno 2026, ha precisato ancora più chiaramente, ponendosi contro la riduzione di ogni attività e mobilità umana a commercio e profitto: «La vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull’isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo. Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto».

In molti abbiamo sentito risuonare, in spagnolo, il grave problema del Mediterraneo contemporaneo e degli Oceani, per cui in diversi cominciano a parlare di remigrazione, che è il nuovo nome del respingimento di profughi e migranti. Leone XIV ha voluto testualmente riferirsi ai santi e ai missionari come migranti: «In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato. Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché “possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli” (Magnifica humanitas, 81). Cari fratelli e sorelle, tutti – in qualche modo – siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno». 

Sono le parole testuali di Papa Prevost, pronunciate nel Centro “Las Raíces” (San Cristóbal de La Laguna, Tenerife). Venerdì, 12 giugno 2026. Rispetto a chi, nella scia di Renaud Camus del 2011 nel suo libro “Le grand replacement”, rispolvera un non molto felice vocabolo – remigrazione –, ovvero va predicando un programma strutturato e volontario, che offre incentivi economici e logistici agli immigrati regolarmente presenti per tornare nel proprio Paese di origine, reinserirsi socialmente e professionalmente, e non fare ritorno salvo casi eccezionali autorizzati, il Papa obietta un’alternativa laica e umanissima. Lo fa, parlando a braccio a Tenerife, davanti alla Casa vescovile: «Desideriamo essere riconosciuti nella dignità umana». Poco prima della Messa, in “Plaza del Cristo de La Laguna” (Tenerife) egli aveva incontrato le realtà di integrazione dei Migranti (dal Papa configurate come opere di carità). Il suo riferimento a «una città senza mura, una città aperta» ci ha offerto, sempre nella scia della prima enciclica, una piccola lezione sulla nozione di integrazione in ottica cristiana: «La nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro. Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». 

  1. Conclusione: l’agenda laica di un Papa cattolico

Non è, questa appena accennata, l’agenda laica di un Papa cattolico, rivolta a coloro che, da altre culture e lingue (Prevost ha citato testualmente: «i tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini»), approdano oggi nei nostri paesi europei? Non vengono essi tra noi per «imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni»?

Molti, sentendo queste forti e incisive battute, hanno ricordato che, nella Valle dei Templi di Agrigento, papa Giovanni Paolo II volle a suo tempo gridare contro le mafie. Leone XIV a Tenerife, in Plaza del Cristo de La Laguna, ha gridato oggi cose analoghe nei confronti dei trafficanti di esseri umani, che tristemente conculcano i laici diritti umani, sia di coloro che vorrebbero sbarcare e sono respinti, sia dei cosiddetti naufraghi silenziosi: «Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità. E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)!».

Queste battute sono state, per noi, come la continuazione conclusiva del Discorso “laico”, iniziato dal Papa davanti al Congresso dei Deputati (Madrid), Lunedì, 8 giugno 2026, «nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare». Un discorso cristiano, che rilancia una domanda laicissima: «Una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono»? Come a dire, non solo liberté, ma anche Dieu; magari alla maniera dei grandi intellettuali spagnoli, per esempio alla maniera di Cervantes, citato testualmente dal Papa: «la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini» (Don Chisciotte della Mancia, II, 58)». 

Ecco ri-apparie la persona umana, «creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa». È il nucleo della tradizione cristiana e della proclamazione dei diritti umani. Papa Prevost ha testualmente dovuto ammettere: «Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana». 

Non si dà alternativa a omologazione e confusione tra libertà dei cristiani e libertà degli Stati radicati sui diritti umani, pena il rischiare una caduta nel progetto totalitario. Basta rileggere la prima enciclica di Leone XIV, che egli ha voluto commentare proprio a Madrid, «una grande città dove convivono tradizioni e “anime” diverse». Anzi Il Papa da stadio, al Bernabeu, Lunedì, 8 giugno 2026 ha addirittura, ribadito che «il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele», processi di integrazione e fratellanza. La domanda finale è terribile: vogliamo davvero dirigerci verso un mondo «dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino»?