Il mese di giugno è tempo di prove, di tante prove, ognuna a misura della propria condizione ed età. Si concludono, infatti, cicli scolastici con valutazioni ed esami di vario genere e, tra queste, di certo quella più memorabile resta il temuto esame di maturità: come una linea di confine segna un percorso che termina ed un altro, ancora incerto, che bisognerà affrontare con coraggio. D’altra parte, la sua stessa denominazione ne ricorda – se ce ne fosse bisogno! – che è un esame di maturità, a cui le prove sostenute in svariate discipline dovrebbero certificare, tra apprensioni e notti insonni, una raggiunta maggiore età. Ricordo ancora con simpatia i generosi consigli dispensati da una solerte insegnante al tempo del mio ultimo anno di liceo scientifico, che invitava a non presentarsi abbronzati alle varie prove, per non dare conferma di un eccesso di spensieratezza, quanto di “uno studio matto e disperatissimo”, iconica descrizione con cui il grande Giacomo Leopardi ebbe a confidare la sua passione per lo studio in una sua missiva del 2 marzo 1818 all’amico Pietro Giordani. Più tardi, in un’epoca decisamente a noi contemporanea, sarà, invece, un cantautore ispirato come Antonello Venditti a trasformare in parole e musica, dopo vent’anni, i ricordi della sua Notte prima degli esami (1984), laddove le ansie di ciascuno scavano quella terra di mezzo “quando questa notte è ancora nostra”. In realtà, questa melodia intergenerazionale ha una sua bella storia, quando vede la luce in una notte a Trastevere nel 1983, in tutt’altro momento di attraversamenti al buio, e che diviene così motivo per scavare nei ricordi, quando nel 1966 il cantautore romano era studente al liceo classico Liceo Giulio Cesare di Roma. Anche se il testo si sviluppa con un generoso ricorso a citazioni autobiografiche – come la misteriosa Claudia per un appuntamento “al solito posto” – questa canzone è diventata man mano il manifesto di giovani maturandi, che l’hanno adottata ben presto, per gridare a squarciagola la propria ansia da prestazione dinanzi alle prime prove di peso. A conferma di un diffuso bisogno di farne simbolo e leggenda, vi è poi tornato il cinema a più riprese – è il caso di dire! – come avvenuto con la regia di Fausto Brizzi nel 2006, più un sequel nel 2007 e una miniserie Rai del 2011 sino ad una sua versione 3.0 con il remake di quest’anno con un esordiente regista, ma con la navigata Sabrina Ferilli a fare da professoressa. Da qui il rito che qualche giorno fa ha attraversato ancora una volta, come una collettiva scarica di adrenalina, tante piazze delle nostre città, con migliaia di giovani stretti in un unico e caloroso abbraccio, mentre da nord a sud si riconoscevano nella solidarietà dell’ora della prova con le parole e le note musicali a fare da colonna sonora. È un’immagine bella ed emozionante quella di una folla di giovani, che si danno un tempo per stare insieme, magari per sospendere quella rincorsa competitiva, che probabilmente li vedrà presto in gara nelle rispettive competizioni professionali. La forza delle loro intonazioni e il loro assembramento ci restituiscono, una volta tanto, un’immagine bella del futuro del nostro Paese.

Con questa liturgia urbana per un rito divenuto coinvolgente e scaramantico, certamente è legittimo chiedersi se possiamo considerare già dei maturati dei giovanissimi diciottenni, piuttosto che ancora dei maturandi e ciò al netto di una convenzione scolastica, che non è un’esclusiva del nostro Paese, ma è abbastanza diffusa in Europa. In Italia fu il Ministro Giovanni Gentile ad aver introdotto la prova nel lontano 1923 con ben quattro prove scritte ed una orale su tutte le materie studiate nel corso del ciclo degli studi dinanzi a delle commissioni di valutazioni esterne. L’evidente difficoltà determinò una bassa percentuale di promossi, che ne suggerì un successivo alleggerimento. È, invece, a partire dall’anno scolastico 1997/1998 che la prova conclusiva dell’ultimo anno di studi venne presentata quale esame di Stato, che, tuttavia, ha gareggiato con il più colloquiale esame di maturità, fino a cedere volentieri il passo ad una qualificazione pedagogica rispetto a quella austera e amministrativa della pubblica istruzione e – com’è richiesto da questo Governo – anche del merito.

D’altra parte, l’evocazione di una raggiunta maturità sarà stata preferita per il suo rinvio alla vita, per l’inevitabile simbologia del cambiamento e del travaglio della trasformazione, per il suo richiamo all’essere ormai pronti e operativi, com’è proprio di chi ha raggiunto un traguardo per il quale riprendere il fiato. Insomma, niente a che vedere con la sobrietà del commissario statale, che valuta e controlla, ma molto meglio confrontarsi con l’esercizio dell’accompagnamento quale stile dell’attesa e della crescita.

Se questa è la sintesi delle parole, che cosa, tuttavia, si addensa con l’unico richiamo ad un’attesa maturità? È ben noto il confronto e, talvolta, la distanza tra ciò che convenzionalmente ci sarebbe da attendersi da un profilo anagrafico e ciò che ognuno sperimenta di sé stesso e degli altri in termini di profilo psicologico: questo ci dice che siamo esseri vivi e singolari e non prodotti testati una volta per tutti. In fondo, questa trasversale vulnerabilità racconta anche la nostra originalità e la fatica di stare al passo degli obiettivi attesi; ugualmente il confronto sociale è stimolo e disciplina della crescita, suggerendo uno sguardo allargato sul nostro personale vissuto. Che cosa, quindi, ci fa parlare di una maturità, come se qualcosa possa essere finalmente avvenuto? È evidente che siamo dinanzi a dei concetti dinamici e non a bollini di garanzia, al di là dell’esito delle prove d’esame di cui pur si dice qualcosa con il ricorso ad una valutazione in numeri per una valutazione disciplinare; la vita – si sa! – è altra cosa anche rispetto alle competenze acquisite, come oggi ripetutamente riafferma il linguaggio convenzionale della scuola fattasi sistema. Le parole educative tentano, infatti, di dire qualcosa di mondi umani vari e divergenti. 

Qualche sera, a. es., fa guardavo con occhi stupiti e divertiti all’inaspettata rissosità di un bel gruppo di spettatori in fila per entrare ad una serata di musica e di spensieratezza; nulla di rilevante se non fosse per la loro età decisamente più che matura e che nei modi composti della precedenza gareggiava a distanza con ben altre file da gita scolastica. Sarà che ai nostri tempi abbiamo inventato la benevolenza anagrafica dell’essere diversamente giovani a qualsiasi età; questo è sicuramente un balsamo, che fa sentire vivi ad ogni stagione dell’esistenza fino agli interventi di chirurgia estetica, che tirano a dismisura l’epidermide di un viso segnato mirabilmente dalla bellezza delle rughe e dei loro ricordi d’annata, a favore di occhi che si spostano con un inatteso strabismo verso i padiglioni auricolari. Insomma, la maturità è sicuramente tanto desiderata come misura ed equilibrio, ma poi quando arriva come un’esigenza statistica dell’età e degli acciacchi, allora la giovinezza fa ancora tanta voglia di sentirsi vivi e probabilmente provoca tanta reciproca indulgenza.

Quando, dunque, si può dire che si è maturi? Bella e ricorrente domanda questa, a cui rispondiamo con tante circonlocuzioni, con esempi e testimonianze che giustamente ci fanno sfuggire all’incastro di dover dire qualcosa e di poterne dimenticare delle altre. Si potrebbe, infatti, dire per convenzione che quando il giudizio di maturità si sposta dall’anagrafe e dalla pedagogia scolastica al profilo più esistenziale della psicologia, allora non si potrà neanche essere così categoriali e onnicomprensivi; si dovrà preferire la prudenza dinamica dell’essere maturi, che invoca una condizione senza dimenticare la vulnerabilità del cambiamento. L’essere maturi, infatti, ha l’implicito peso e la rilevanza di una parola antica, di una virtù che radica e dà profondità, che non si confonde con il necessario supporto dell’autostima, che troppo spesso è risucchiato dallo sguardo bloccato sugli altri e nelle parole di un ripetuto confronto alla ricerca di supporti emotivi e di conferme, che nessuno potrà offrire se non per sé stessi. Al contrario, l’essere maturi accade quando questa schiavitù del parere altrui si trasforma in saggezza personale, in consapevolezza di sé stessi e dei propri limiti, dei propri successi e fallimenti, senza che nulla ne possa risultare escluso per paura del giudizio altrui: si è così, perché abbiamo vissuto! Questo atto di autentica restituzione, quando segna un autentico ritorno a sé stessi e alla bellezza del vivere, accade come una vera scoperta dei mondi che ci girano attorno e rispetto a cui ci scopriamo decentrati e tutti satellitari rispetto a un universo smisurato. Non siamo al centro di questo mondo – anche se siamo cresciuti con questa convinzione – e l’equilibrio delle relazioni coincide con l’equità di un reciproco riconoscimento, che rende consapevoli di sé stessi senza il bisogno di sacrificare Abele (Genesi 4,1-15) perché al confronto Caino era molto irritato “e il suo volto era abbattuto”. È stupendo e indicativo che l’antico testo delle Sacre Scritture trovi non solo le parole della condanna, ma anche quelle della pedagogia per l’altro, anche dinanzi alla pesante colpa del sangue innocente versato, con il divieto della vendetta su Caino ormai “ramingo e fuggiasco sulla terra”. 

In fondo, del tempo scolastico vi è per tutti un ricordo ricorrente come un’iniziazione sociale: è quello per l’amico/amica di banco, quello a cui si è legati per una complice amicizia e a cui chiedere o passare compiti in classe; quello a cui confidare dubbi e perplessità senza ricorrere al giudizio e alla vergogna di chi è più grande di te; quello che non ti dovrebbe mai tradire, almeno nelle legittime attese. Questo primo atto di socializzazione è la scoperta di confini dilatati di noi stessi e del bisogno di quanto sia necessario che ci sia sempre bisogno di un altro per dimenticare il male. Sarà magari solo un involontario indizio, ma lo offre lo stesso Antonello Venditti, quando con un’unica ispirazione compone, insieme alla celebrata “Notte prima degli esami”, anche l’altro brano destinato  all’estratto di un 45 giri per un album dedicato al “Cuore”: ci ricorda, infatti, che “Ci vorrebbe un amico” nel dolore e nel rimpianto.