Con l’arrivo della bella stagione, come si chiamava una volta l’estate, ci si sente inebriati di sole e di mare, di profumi di limoni o di sibili ripetuti di cicale nelle ore pomeridiane del silenzio; nei miei ricordi d’infanzia ho ancora memoria di tortuosi e assolati sentieri di un’isola verde come Ischia, allora attraversati con il piglio di bimbi ben presto svezzati come esploratori.

L’estate ha, infatti, una memoria che coinvolge tutti i sensi, tra i quali l’olfatto e il gusto spesso fanno da padroni del desiderio. In tal senso, non può mancare un indimenticabile repertorio canoro, che ogni estate si arricchisce di una nuova hit destinata ad avvolgere di sentimento le serate in riva al mare, quando il cielo si tinge di molteplici punti di luce. Tra queste si potrebbe di certo ricordare quel motivetto a tutti noto di Tintarella di luna, scritta nel 1959 da Franco Migliacci e Bruno De Filippi, e che la grande Mina ascoltò in quell’estate per la prima volta ad Ischia, chiedendo poi l’autorizzazione a poter incidere un brano che, in realtà, sembrò fatto su misura per lei: divenne uno dei ritornelli dell’Italia del boom economico. Sulla stessa linea del ricordo e con toni più nostalgici, nel 1983 Renato Zero ci regalerà la sua dedica alle immense ed assolate Spiagge “di corpi abbandonati e di attimi rubati mentre la pelle brucia”. Insomma, giusto due citazioni canore per dire che questa “bella stagione” è uno spazio di tempo sottratto all’ordinario prima che tutto torni come prima, rivestiti di freddo, di pioggia e di routine e così attendendo “che ci siano nuove spiagge”.

Di sicuro, è un tempo dove i corpi ritornano più che mai protagonisti, un po’ per il caldo che invoglia a spogliarsi, ma anche come occasione per provare a mandar via qualche velo d’ipocrisia e così consegnare al mare indicibili segreti: il tempo del mare e delle spiagge è sì tempo di corpi, ma anche di imprevisti viaggi interiori, da cui non sempre si riesce a trovare la via del ritorno rassicurante. Senza scomodare tesi fisiognomiche, il corpo è, infatti, lo spazio denso e corposo dell’animo umano e a ricordarcelo nel pieno della calura agostana ci pensa il balneare Ferragosto, che coincide, per i cattolici, con la festa liturgica dell’Assunzione in Cielo della Vergine Maria “in anima e corpo”, tracciando così il confine tra il tempo e l’eternità.

 A conferma ulteriore di questa imprescindibile provocazione dei corpi che ritornano protagonisti, le strade di città metropolitane o di tanti borghi di campagna sono attraversate dall’eco di antichi inni per delle celebrate tradizioni che “danno corpo” a sacrali processioni, in cui tutto il Corpo del Divino (Corpus Domini) è raccontato visibilmente nella fragilità di un pezzo di pane: il catechismo dei ricordi ci invita a celebrarlo come un’ostia del sacrificio o in modo ancor più iconico come un sacramento del fare la comunione. Su questo sfondo rituale ed estetico, non possiamo dimenticare le immagini di un capolavoro cinematografico come The Mission (1986), diretto da Roland Joffé, con una delle più belle colonne sonore di Ennio Morricone – Gabriel’s Oboe – che fa risuonare la sfida che due gesuiti pongono al potere di Spagna e Portogallo, facendosi scudo innocente del popolo indigeno e inerme dei Guaranì, così adunato come poveri pellegrini di un pezzo di pane. Dall’altra parte della storia e per un imprevisto incrocio dei tempi, quelle immagini da film mi sono venute in soccorso a commento delle inattese immagini di papa Leone XIV da Madrid con la processione del Corpus Domini del 7 giugno: così si è dato corpo – è il caso di dire! – ad un’immagine di popolo, che si pensava ormai tramandata, affollando le strade assolate della laica Spagna, in un tripudio di cori e di tappeti di fiori, con più di un milione e duecentomila fedeli.

Dunque, se ritualità e simbologie danno corpo all’invisibile della trascendenza, dall’altra parte l’atto disinibito dei corpi balneari può certo sapere di eccesso o di assenza di eleganza, anche se non penseremo allo stesso modo ammirando una statua spoglia e armoniosa come il marmo candido lavorato da un genio dell’antichità classica come Fidia: lì la distanza della storia e dell’arte ci pongono al riparo!

 Il linguaggio corporeo è, dunque, una parola sull’umano, una chiave di lettura dell’esistenza interiore, un detto del non immediatamente dicibile della nostra nascosta interiorità: come quando banalmente indichiamo un essere vivente dalla pelle scura e annerita da millenni come un uomo “di colore”, dimenticando che anche il bianco o l’incarnato chiaro lo sono ugualmente. Questo linguaggio della catalogazione lo si deve al medico e naturalista svedese Carlo Linnèo (1707-1778), che ideò il moderno metodo della classificazione con il binomio del genere e della specie, per individuare il posto del corpo nella natura. Questa sintassi unificante ha certamente il merito di una visione categoriale della varietà dei viventi e della possibilità di dedurne la loro relazionalità, ma solo nel quadro di una visione fissista. L’appello all’ordine costituito risponde sicuramente al bisogno di esemplificare la varietà e la ricchezza delle costellazioni di specie, che, quindi, non possono essere semplicemente ridotte ad un’estrema logica lineare, saldando il costo dell’adozione di un criterio meccanicistico, fatto di evidenze funzionali che non dicano la differenza di ciò che sfugge alla logica della schematizzazione.

È ciò che spesso si palesa nei ragionamenti ricorrenti di chi al massimo “tollera” la differenza sino, talvolta, a sentire il bisogno di un netto ed esclusivo respingimento, perché la semplice esibizione la si vive come una minaccia. È quanto viene da chiedersi dinanzi a taluni ragionamenti di furbi generali in pensione, che non devono ricevere neanche l’onore di essere nominalmente ricordati, e che applicano strategie da avanzamento militare al pacifico governo di umane convivenze.

 Qual è la forma della paura – c’è da chiedersi – che ha segregato nell’apartheid intere popolazioni sudafricane o statunitensi e che oggi si traveste dal buon senso della remigrazione? A che cosa risponde, dunque, questo bisogno di assimilazione e di autoprotezione, che non tollera ciò che non è classificabile in un sistema logico-funzionale, che non ha parole per ciò che va negato a prescindere come possibilità dei propri occhi? Insomma, la serenità dell’uguale che uccide a prescindere l’incomprensibile! È come il farmaco da assumere al primo starnuto, alla prima linea di febbre, come un sedativo medicamento contro ciò che non si saprebbe sopportare o gestire, poiché tutti i fenomeni sociali vanno chiaramente governati e indirizzati, anche quelli inattesi o senza facili ricette da adottare. Eppure, qualche sera fa alla tv, sottoposto ad un fuoco di fila di domande da giornalisti con la schiena diritta, rimbombava come una risposta ossessiva e adattabile a tutto l’unico criterio di paletti da posizionare tra normalità e differenza, tra famiglia e convivenze, tra maggioranze sociali e minoranze diverse, tra tolleranza e cittadinanza.

In queste settimane, come un contrappunto della secolarizzazione o, piuttosto, della più modesta richiesta di diritti di cittadinanza, sfilano nelle nostre strade e affollano le piazze di tante città anche altri cortei: anche questi sono cortei di corpi, spesso colorati e di certo non riducibili alla provocazione – ormai da archiviare come un iniziale stratagemma della comunicazione pubblica – che esibiscono e avanzano, con gioia ritrovata e sofferenza trasformata in orgoglio, la verità più profonda e evidente di aver il diritto di stare ugualmente al mondo e di rispondere al dovere di restare totalmente umani. Dinanzi a queste sfilate, che si colorano di anno in anno di inaspettate rappresentanze “della porta accanto”, la loro variegata presenza diventa un corpo sociale, che esibisce con orgoglio la propria differenza non solo per categorie da proteggere, ma come sfera del diritto civile, da cui nessuno debba sentirsi escluso o pensarsi per sempre protetto per una condizione di privilegio. La posta in gioco, infatti, non è l’orientamento sessuale di taluni – da non confondere con la spregiativa riduzione all’alternativa di un gusto – ma è la libertà di scelta per tutti, adottando il difficile esercizio di considerarci di più delle nostre logiche classificazioni funzionali, se davvero l’uomo è tutto nel suo corpo, ma non è solo il suo corpo. 

A confronto con tutte le possibili e necessarie riflessioni, mi permetto di proporre come un esempio calzante e riepilogativo della logica oppositiva, che fa leva per la propria ricerca di felicità e autostima sull’omicidio del diverso da sé. Proprio in questi giorni, infatti, arriva dagli Stati Uniti una notizia sull’ex leader del ministero per la cura dei gay, tale Alan Chambers, a lungo a capo dell’organizzazione Exodus International e poi confondatore dal 2013 di Speak Love. Nelle scorse settimane Alan Chamers, 54 anni, è stato arrestato nella Florida centrale a seguito di un’indagine per il tentativo di incontrare un minore; le accuse legali sono quelle di adescamento di un minore con strumenti informatici sino alla trasmissione di materiale inappropriato. Si potrebbe lecitamente ritenerlo solo un caso e non sarebbe elegante, per quanto necessario, dover qui rinviare al lungo elenco di vittime, in troppe parti del mondo, di sistemi di repressione, in cui la paura risponde ad un’inguaribile ossessione, ormai divenuta patologia del vivere diversamente da sé. Questa logica cieca e violenta non orienta, infatti, solo la condanna morale per dei corpi esibiti in spregio del pudore urbano, ma in realtà tenta di spedire al confine – come pure accadde! –  ogni scelta e condizione di donne e uomini che vorrebbero responsabilmente sapere di sale, di mare e della propria aria di libertà.