Nel corso di una bella serata dedicata ai linguaggi della bellezza, in occasione di un concorso di scrittura creativa promosso dall’associazione “SENSI. Linguaggi creativi”, mi è stato chiesto con la gentilezza di Maria Tedeschi che cosa potesse tenere insieme la sua dimensione etica ed estetica. Ho riflettuto un attimo dinanzi ad una domanda tanto impervia come un’altura di montagna e ho risposto con le uniche parole che mi sono venute in soccorso, per raccogliere i pensieri destati dal filosofico quesito: la bellezza è un atto politico! Magari sarà sembrata un’affermazione ad effetto, poiché solitamente ciò che si ritiene bello è occasione per fermarsi ed essere contemplato; è più un fermo immagine per qualcosa o qualcuno che ti attira, piuttosto che un’opportunità per mettersi in azione. Seppur trasversalmente coinvolti dall’estenuante attenzione all’osservanza dei canoni odierni del bello – che plasma corpi come scene tatuate, che rigonfia inaspettatamente labbra femminili e seni, che affolla palestre e nutrizionisti alla ricerca del peso forma – si tratta certamente di una cura prevalentemente individuale alla ricerca di un benessere personale, che regali la sensazione di “stare bene con se stessi” prima ancora che dinanzi alla pubblica piazza della socialità, a cui pur si strizza l’occhio, nella versione digitale, con post, reels e storie, di cui i ripetuti scatti di uno smartphone ingolfano i profili social.
Abbiamo, infatti, ereditato dalla tradizione classica dell’Occidente, busti, statue, pitture insieme ad architetture di chiese e palazzi nobiliari, che continuano ad insegnarci i caratteri dell’equilibrio e dell’armonia come proporzione e misura. Un’idea di ordine e di perfezione della forma sovrintende e regola questo mondo perciò divenuto classico. Per tutti noi, figli della disillusione e dell’incertezza dei tempi, tuttavia, la luce del bello ci ha inesorabilmente accecato, facendoci scoprire le attitudini dell’inquietudine della sua conquista nel raggiungimento di un fragile equilibrio, poiché Apollo – dio della musica e dell’arco – e Dioniso – dio dell’ebbrezza – alla fine non erano così lontani a Delfi nei luoghi sacri dell’antica Grecia. La contemporaneità è posta sotto il cielo della contraddizione e della molteplicità dei significati e questo la rende un’epoca interessante e tormentata qual è, nel ripetuto tentativo, da una parte, di investigarne il senso e, dall’altra, imparando a fare del nomadismo dei significati un modo di stare al mondo alla ricerca della loro pluralità, che non è una resa all’incertezza. Proprio l’esperienza di una bellezza inquieta e fragile fa apparire ambiziosa la sottomissione allo sguardo della razionalità, che presume di offrire una spiegazione globale. Come le stelle di un cielo, la loro bellezza siderale sta nell’apparirci come immagine di una costellazione, che tiene insieme senza mai difendersi in un sistema chiuso, ma che è possibilità di desiderio e di relazione. In tal senso, l’esperienza del bello “accade e avviene” nella disponibilità di ciò che è particolare: assoluto nella sua singolarità, ma sempre vissuto come una delle stelle del cielo. Più che i canoni ideali, è la libertà di ogni creatura, dunque, che dà nome alla stella della bellezza, come insegna da testimone Francesco d’Assisi, fratello di tutti, che nelle sue Lodi di Dio Altissimo (1224) invoca il Cielo non solo con il riconoscimento della divina santità, ma anche con tutti nomi e i tempi della sua “particolare” esperienza.
A tal proposito, credo che le parole più semplici e belle – è il caso di dire! – ce le abbia regalate Peppino Impastato, ucciso in Sicilia a Cinisi da Cosa Nostra il 9 maggio del 1978; sono parole a lui attribuite, che sicuramente ne tracciano il senso del suo impegno sino al martirio civile: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”. Un murales dedicatogli il 9 maggio 2016 da un anonimo artista in Vico della Rosa a Genova, nel quartiere della Maddalena nel labirinto di antichi caruggi, ricorda la posa del coraggioso e barbuto Peppino con l’incipit di questo auspicio politico: suona come un affronto e una denuncia, che non a caso qualche improvvida – e perciò anonima – mano ha tentato di sfregiare nel 2018. In tal senso, la bellezza può e deve agire come un atto politico, che non si confonde con la grande bellezza di ciò che è esibizione del nulla come nella Roma barocca di Jep Gambardella. In questo carnevale dell’effimero non sembra esserci spazio, infatti, per una diversa libertà, che non coincide con il variegato bestiario umano esibito dalla consumistica sceneggiatura dell’inciucio, come avviene in molti pomeriggi televisivi di “Uomini e donne” o nella prima serata in cui il set della casa del “Grande Fratello” si imbarca per la più estiva “Temptation Island”. Qui dove tutto sembra bello e vero, in realtà è tutto artificio e finzione e proprio in quanto tale ci appare come sguaiato e trash. In un patologico cortocircuito non si sa più se viene prima il format tv o gli occhi del telespettatore, ma sta di fatto che le parole del monologo finale di Jep suonano come un avviso ai naviganti e una drammatica dedica: “Finisce sempre così. Con la morte. Ma prima c’era la vita. Nascosto sotto il bla, bla, bla. È tutto sistemato sotto le chiacchiere e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto è sedimentato sotto il chiacchiericcio del palazzo.”
L’atto e il desiderio, dunque, di una particolare bellezza coinvolge tutti, iniziati da un primo gesto di cura verso sé stessi, ma poi sollecitati al bisogno della semplice libertà di esserci. È l’inquieta liberazione dal ricatto dell’idealità dei canoni e del verdetto del confronto, che può sanare anoressie e bulimie che si radicano nei nostri desideri prima ancora che nei numeri del display delle nostre bilance casalinghe. Questa pubblica eversione affinché ognuno sia quello che è, può suonare come l’irrazionale e bella passione di una “Stranizza d’amuri”(2023) che nel film dell’esordiente Giuseppe Fiorello è dedicato al delitto di Giarre con l’uccisione il 31 ottobre del 1980 di due giovani: Giorgio Agatino Giammona (25 anni) e Antonio Galatola (15 anni) furono uccisi, infatti, per la loro relazione sentimentale, che provocava scherno e disapprovazione sociale. Il caso giudiziario è rimasto emblematicamente irrisolto e senza colpevoli per le sentenze di un tribunale repubblicano, chiarendo ancora una volta che in fondo lo erano tutti per una silenziosa cospirazione di silenzi e di sguardi. Accompagnano le immagini finali del film le note e i versi di un’omonima canzone di Franco Battiato del 1979, che ne suggerisce titolo e ispirazione e con cui il cantautore siciliano canta dell’inatteso
‘amuri
E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d’amuri
l’amuri
È proprio questa la scintilla del vivere secondo un’inattesa bellezza, che cambia sguardo e visione e, come si augurava Peppino Impastato, fa sì che curiosità e stupore ne destino il desiderio e il sogno. Come quelli che avrà vissuto nel dramma della difficoltà e condiviso nella bellezza della musica il giovane 24enne Mirko Moriconi, per i suoi follower social in arte semplicemente Michelangelo Andreoni, adottando il cognome della madre Kety che gli aveva offerto affetto e protezione prima ancora di morire insieme sotto la cieca violenza di un marito e di un padre, che non aveva dubbi a premeditare l’omicidio come un atto dovuto: “Ho fatto quel che andava fatto!” Nessuno può al momento sostituirsi all’autorità inquirente della Procura di Lucca, che – speriamo! – ne chiarirà quanto prima movente e complicità e che hanno sollecitato il gesto colpevole dell’omicida. Certo è che le molteplici parole dello stesso giovane, in tanti video social, denunciano preventivamente un movente su tutti, poiché – come Mirko pubblicamente e politicamente reclama – “è brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay”.
Tutto questo è accaduto non nel profondo Sud, a cui poter confinare, come spesso avvenuto, la bruttezza del disagio sociale e l’arretratezza dei tempi. E se questa è una spiegazione rassicurante per tutti, provate allora a leggere i commenti social di molti post dedicati al caso e allora si capirà quanto siano ancora tristemente attuali le parole di Peppino Impastato e quanto giudicano tutto il nostro italico Paese, che, ancora oggi – e non più nelle adunanze segrete – destina a delle “parole d’ordine” la bellezza di ogni “Stranizza d’amuri” semplicemente perché così andava fatto per il pubblico onore. D’altra parte, basterebbe pensare come nel nostro ordinamento giuridico la riduzione della pena per un delitto d’onore è avvenuta solo nel 1981, introdotto dall’art. 587 del Codice Rocco che era entrato in vigore nel 1930 sotto il regime di Benito Mussolini: quel passato è sempre in agguato e alla ricerca di un suo accreditamento per il futuro!
- Drammaticamente ben raccontanti da “I cento passi” (2000) di Tullio Giordana – con la convincente interpretazione di Luigi Lo Cascio – https://www.raiplay.it/programmi/icentopassi
- Pluripremiato film di Paolo Sorrentino con “La grande bellezza” (2013) con l’immancabile Tony Servillo.
- https://www.raiplay.it/programmi/stranizzadamuri
- https://www.youtube.com/watch?v=xPTH8TdLs0k
- https://www.rainews.it/articoli/2026/06/il-duplice-omicidio-di-camaiore-il-padre-confessa-ho-fatto-cio-che-andava-fatto-e61e7b12-5997-48ab-b77d-73c1808a74a3.html
