1. Magistero infallibile e governo collegiale della Chiesa

Il 26-27 giugno Papa Leone XIV ha convocato e presieduto il suo secondo Concistoro straordinario dei cardinali di santa romana Chiesa.  È, questo, il secondo Concistoro voluto dal Papa di origini americane, dopo quello dello scorso gennaio che aveva visto riuniti 170 porporati, elettori e non elettori, da ogni parte del mondo in Vaticano, ai quali lo stesso Pontefice aveva detto: “Sento, sperimento la necessità di poter contare su di voi”. In questo modo, l’aspetto collegiale della “direzione” della Chiesa cattolica viene reso ancora più visibile. Papa Francesco, da parte sua, aveva cominciato con il cosiddetto C 9, un’istituzione da lui creata un mese dopo l’elezione al soglio di Pietro allo scopo dichiarato di revisionare la Pastor Bonus di Giovanni Paolo II e di aiutarlo nel governo della Chiesa universale. Veniva, così, inaugurata una fase collegiale nel governo, pur monarchico, della Chiesa universale, peraltro oggi favorita dalla possibilità di conference call, che consentirebbe di moltiplicare gli incontri e non limitarli a una volta l’anno- Ma soprattutto, come avviene in questa seconda convocazione di papa Prevost, di non limitarsi al cosiddetto concistoro pubblico, quello a cui siamo più abituati e che viene convocato dal Papa in vista della “creazione” (è questo il termine tecnico) di nuovi cardinali: secondo il nuovo rito, introdotto in occasione del Concistoro del 18 febbraio 2012, nel concistoro pubblico il primo dei nuovi Cardinali, a nome di tutti, rivolge al Santo Padre un indirizzo di omaggio e gratitudine, a cui seguono l’allocuzione del santo Padre, la formula di creazione, che elenca i nomi dei nuovi Cardinali e annunciando l’Ordine Presbiterale o Diaconale al quale essi vengono assegnati; la Professione di fede e giuramento dei nuovi Cardinali; l’imposizione della berretta, consegna dell’anello cardinalizio e assegnazione del Titolo o della Diaconia. Secondo il canone 349 del Codice di diritto canonico della Chiesa latina, «i Cardinali di Santa Romana Chiesa costituiscono un Collegio peculiare cui spetta provvedere all’elezione del Romano Pontefice, a norma del diritto peculiare; inoltre i Cardinali assistono il Romano Pontefice sia agendo collegialmente quando sono convocati insieme per trattare le questioni di maggiore importanza, sia come singoli, cioè nei diversi uffici ricoperti prestandogli la loro opera nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale». La riunione di fine giugno, dunque, è un’azione collegiale dei cardinali con il Papa per trattare insieme le questioni di maggiore importanza. Il che è una cosa ben diversa rispetto al cosiddetto magistero infallibile del Pontefice, che fu definito nel 1870, poco prima della fine del potere temporale della Chiesa. Il 18 luglio 1870, con l’assenza volontaria di ben 83 cardinali dell’epoca, veniva, infatti, promulgata la Costituzione “Pastor Aeternus” che definiva i due dogmi del primato del Papa e dell’infallibilità pontificia, peraltro nell’ultimo giorno del Concilio Vaticano I, poi sospeso in seguito alla guerra franco-prussiana, iniziata il 19 luglio 1870, e prorogato “sine die” in seguito alla presa di Roma da parte delle truppe italiane, il 20 settembre di quello stesso anno, che sancì di fatto la fine dello Stato pontificio. Un dogma, però, non chiude l’approfondimento, anzi è il punto fermo da cui partire per successivi approfondimenti, secondo il criterio dello sviluppo nella continuità. Oggi il successore di Pietro chiede l’aiuto collegiale, come ha detto nella Messa di apertura del Concistoro straordinario: «Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo. Esso ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono affidati. Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. Ho bisogno del vostro appoggio: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli»-

  1. Collegialità e primato del Papa

Perché dunque vengono convocate queste riunioni straordinarie dei cardinali (per papa Prevost è già la seconda volta nei primi due anni di pontificato)? Ancora una volta, il Can. 353 – § 1, sancisce che «I Cardinali prestano principalmente aiuto con attività collegiale al Supremo Pastore della Chiesa nei Concistori, nei quali si riuniscono per ordine del Romano Pontefice e sotto la sua presidenza». Papa Prevost se ne dichiara convinto: gli incontri sono finalizzati a imparare sempre più a lavorare insieme nel servizio della Chiesa e a proseguire una conversazione che aiuti il sommo Pontefice nel servizio della missione di tutta la Chiesa». Di qui il genuino senso della convocazione del 26-27 giugno di quest’anno, in quattro sessioni di lavoro collegiale e di studio, con quattro domande, che dicono le preoccupazioni del Papa rispetto alla situazione della Chiesa nel mondo contemporaneo: “in quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?”; “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”; “Costruire nel bene: i cantieri del nostro tempo”; “Il cammino di attuazione del Sinodo”. Se i primi tre interrogativi sembrano voler fare eco alla prima enciclica di questo Pontefice, il quarto riprende e rilancia la fase assembleare del lungo processo sinodale avviato da papa Francesco in occasione della XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, che quel Papa aveva trasformato in momenti di lungo e articolato cammino ecclesiale, nominando membri del Sinodo anche tanti laici e laiche. Se il Sinodo dei vescovi deve sempre più diventare uno strumento privilegiato di ascolto del Popolo di Dio, ecco perché ora, dovendo avviarsi, verso le Assemblee sinodali 2027-2028, Papa Leone si fa “consigliare” circa tappe, criteri e strumenti per la preparazione a tali Assemblee che costituiranno l’approdo di quello che è stato ufficialmente denominato Sinodo sulla sinodalità, alla lettera un cammino insieme sul camminare insieme di tutta la Chiesa. La Costituzione apostolica Episcopalis communio, firmata da papa Francesco, aveva stabilito che il Sinodo è chiamato, come ogni altra istituzione ecclesiastica, a diventare sempre più “un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione”. Soprattutto, come auspicava già il Concilio ecumenico vaticano II (1962-1965), si ribadiva la consapevolezza del compito di annunciare dappertutto nel mondo il Vangelo, ovvero che l’attività missionaria resta il dovere più alto e più sacro della Chiesa». Ora papa Prevost, prima nell’aula Paolo VI e, per l’ultima sessione, nell’aula nuova del Sinodo, viene chiesto a tutti i cardinali di formulare domande di chiarimento e di proporre interventi liberi della durata massima di tre minuti, evidentemente per consentire a tutti di parlare.

  1. Imparare camminando 

Camminando s’apre cammino. L’espressione “Camminando s’apre cammino” è tratta da una poesia di ANTONIO MACHADO (1875-1939) della raccolta Proverbios y Cantares XXIX (1912): “Camminante, sono le tue orme il cammino, e nient’altro; camminante, non c’è cammino: si fa cammino camminando”.

Più che con documenti e scritti, la comunione si realizza quanto tutti cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma (o dono divino) e il proprio ministero (spesso sancito da un sacramento, come quello di Ordine per i ministri ordinati, ovvero diaconi, presbiteri e vescovi e quello del Battessimo-Confermazione per i fedeli cristiani laici).

Le prime domande rivolte dal Papa ai cardinali sono assai significative e, in primo, luogo riguardano il contesto dell’annuncio del Vangelo: quali sofferenze, tensioni e interrogativi attraversano oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla cura del Papa e dei cardinali? Quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune? Nell’omelia di apertura, papa Prevost ha voluto ricordare «la sollecitudine per tutta la Chiesa che condividiamo nel servizio al Popolo di Dio e alla missione affidataci dal Signore». Si tratta di sostare davanti alla realtà, guardandola con gli occhi della fede e lasciandosi interrogare dall’ascolto dei fratelli e sorelle. Successivamente, gli interrogativi prefissati saranno: in che modo le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli? Quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace? Sono già interrogativi che sondano la prima recezione dell’enciclica Magnifica Humanitas: papa Prevost si dice interessato soprattutto ad ascoltare come queste pagine risuonano nelle Chiese, quali interrogativi suscitano, quali prospettive aprono, quali passi suggeriscono. Domande che continuano nelle altre sessioni del Concistoro, particolarmente nella terza sessione, che approfondisce la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del cosiddetto bene comune. Nel tempo in cui cresce la frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari, l’enciclica sociale del Papa ricorda che il bene comune non nasce spontaneamente, ma domanda responsabilità condivise, cioè uno stile sinodale, posto al servizio della missione del Regno, come si legge nel n. 86 della Magnifica Humanitas. Ma con un’aggiunta significativa ha detto il Papa ai cardinali nel primo incontro: attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità, nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità. I cardinali sono chiamati a individuare e indicare quali sono oggi, nei diversi contesti contesti, le fratture che rendono più difficile costruire il bene comune; a dare nome alle attese e domande emergenti dalle persone e dai popoli che la Chiesa è chiamata ad ascoltare e che forse non sono ancora ascoltati abbastanza; ma soprattutto a identificare sostegni, orientamenti o iniziative delle Chiese particolari e della Chiesa universale, che potrebbero aiutare più efficacemente l’impegno nella costruzione del bene comune.

  1. I “punti di vista” del popolo italiano

I cardinali portano a Roma quanto appare al loro peculiare osservatorio. Ma quali sono le peculiari esigenze che il popolo italiano consegnerebbe oggi ai propri cardinali, per così dire “dal basso”? Oltre a suggerire di prendere atto dei dati statistici e degli studi oggettivi sui trend del popolo italiano, dunque a non parlare “per sentito dire” oppure ascoltando soltanto le persone di Curia, ci permettiamo di ricordare che occorre osservare soprattutto l’andamento demografico, l’invecchiamento della popolazione italiana, la crescita delle religioni non cristiane nella nostra Penisola, l’effettivo trend delle presenze dei cristiani nelle aule liturgiche e catechistiche delle parrocchie. Ma soprattutto, verificare gli esiti della legislazione sui punti caldi della vita associata, ma anche cristiana, in Italia. Alludiamo, tra l’altro, alle norme in fieri sul suicidio assistito, alle legislazione riguardante l’art. 9 della nostra Costituzione (ambiente, paesaggio, animali e piante), all’effettiva attuazione del diritto alla salute… tutti temi della cosiddetta Agenda bioetica, da gestire, in ottica cristiana, alla lue del ragionamento seguente, che affiderei ai nostri cardinali: se la relazione medica è un rapporto tra persone co-implicate; se l’obiettivo è quello di realizzare una vera conoscenza del singolo paziente, degli eventi esistenziali che ne hanno spesso partecipato nel determinismo della malattia, della sua evoluzione, della terapie e della curia idonea per lui nel suo stato attuale, bisogna aprirsi con fiducia alle metodologie narrative, anche quelle che narrano il punto di vista di Dio sul dolore, la malattia e il morire. La conoscenza, anche quella medica, non avviene mai solo tramite la scienza, ma anche attraverso l’arte e la letteratura, la cultura popolare e l’arte, le canzoni… La nuova atmosfera tecnoscientifica e digitale… richiede non soltanto una rinascita dell’etica, promossa dai cristiani e dai loro cardinali, ed una nuova riflessione circa le etiche ontologiche o le etiche antropologico-culturali, ma lo sforzo di reperimento di nuove linee di ricerca, senza far finta di non rendersi conto di un clima generale italiano che, spesso, rifugge dalle parole stesse che osino esplicitamente indicare, o almeno far intravvedere, degli orizzonti di senso più ampi, quelli che dovrebbero essere tipici dell’orizzonte dei cristiani e dei loro cardinali. Come scrivevo nel mio saggio in un volume del CIRB (25 anni di bioetica a Napoli: i protagonisti e le idee, a cura di Raffaele Prodomo, Mimesis, Milano 202),  nella medesima stagione in cui sembra che non vi sia più senso in alcuna cosa, in cui programmaticamente si rifugge dal senso, soprattutto in certi settori della scienza e della tecnica, che non potrebbero, di per sé, sopportare alcun vincolo o ostacolo in nome del principio liberale della “libertà della scienza”; nella medesima stagione in cui eventuali appelli ad una qualche verità etica assoluta, ad un qualche senso o significato morale, ad un orizzonte, magari ontologico, antropologico o, peggio ancora, religioso con pretese di significatività ultimativa per ogni essere umano, fa spavento, occorre forse ri-aprirsi ad una valutazione più serena e non schivare in maniera preconcetta un dibattito sul senso della vita e della morte, sul peso dei valori, sulla forza di certe resistenze ordinarie che si ribellano di fronte a qualunque tentativo di calpestare o conculcare la dignità della persona umana o i suoi pretesi diritti fondamentali.