Pensando all’annuale Festa del I maggio mi sono ricordato di un episodio di vita familiare: un rapporto lavorativo sull’orlo della rottura; un franco scambio di opinione e, quindi, un’espressione con cui una cara amica pose fine sul nascere a ipotetiche controversie. Sintetizzando, infatti, mirabilmente i termini della questione dibattuta, ricordò a tutti come “il lavoro sia dignità e non carità”. Si dirà che si tratta in fondo di una diffusa acquisizione e ciò probabilmente è anche vero dal punto di vista di un confronto che sia “politicamente corretto”; tuttavia, il confronto con l’usura della quotidiana e un rapporto lavorativo spesso ci conduce su di un piano inclinato, in cui sarà difficile distinguere gli elementi della posta in gioco. In fondo il concetto stesso di organizzazione – come spesso ricordo a giovani studenti di master in specializzazione aziendale – è una sospensione temporanea di un principio supremo ed inviolabile di libera individualità, a favore, invece, di un’organicità così raggiunta solo per il raggiungimento di un obiettivo più grande, che non potrebbe essere alla portata del singolo. Si tratta, dunque, di una sospensione temporanea e a certe condizioni, che nella comune giurisprudenza si chiama accordo contrattuale. Un accordo sottoscritto, nel quadro di garanzie bilaterali, è lo scenario che il diritto del lavoro e al lavoro ha ottenuto come riequilibrio delle parti e tentativo di calmierare i conflitti sociali. La giurisprudenza del lavoro non è concessione sindacale, ma la conseguenza di un mutuo riconoscimento e di un’articolazione sociale a cui attenersi, partendo dalla consapevolezza di un potenziale rischio di squilibrio tra le parti. Nella fattispecie della Carta costituzionale del nostro Paese, andrebbe certo meglio considerato il principio espresso con l’art. 4 con cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Questo diritto andrebbe prioritariamente ascritto in capo alla responsabilità dello Stato e non agito solo nei confronti del diritto d’impresa dei singoli, fatto salvo il dovere di restituzione sociale per chi faccia ricorso ad agevolazioni e sostegni governativi. In linea di principio, infatti, qualsiasi sottoscrizione contrattuale deve poter avere delle reciproche clausole di garanzia ma anche di rescissione, secondo un riequilibrio delle parti. Il ruolo dello Stato come arbitro e come giudice di valutazione sta proprio qui, facendosi carico in prima persona dell’esecutività di un diritto alla dignitosa sussistenza. L’ascensore sociale del miglioramento lavorativo, da una parte, dovrebbe incrociare una mobilità del sistema del lavoro, che, senza diventare una giungla dei diritti di garanzia, dovrebbe favorire l’interscambio. Questo ruolo di riequilibrio e di protezione dei più fragili è specifico di chi ha la delega al governo, mentre l’impresa dovrebbe ritrovare una possibilità di sviluppo che non sia schiacciata da un sistema fiscale e previdenziale, che nel nostro Paese aggrava prepotentemente qualsiasi ipotesi gestionale. In altri termini, va trovato un punto di equilibrio tra la soglia di un salario minimo per il lavoratore e l’alleggerimento del carico della tassazione, che spesso riduce al minimo qualsiasi capacità di onesta impresa. La giustizia sociale resta ancora il fondamento della stabilità della vita democratica e non basta la legittima archiviazione delle ricette socialiste e/o comuniste, per ritenere risolto il problema. Il Capitale (1867) di Marx può legittimamente essere considerato solo come un classico del pensiero filosofico ed economico, ma le diseguaglianze sociali restano tali ed alimentano divisione e contrapposizioni. D’altra parte, proprio l’odierna accelerazione tecnologica e digitale delinea nuovi scenari, in cui vecchie e nuove paure rischiano di farci precipitare nel caos.

La necessità di lavorare per la comune sussistenza di singoli e di gruppi sociali è non solo un appello all’operosità, alla progettazione creativa, al patto comune, ma è ciò che ci obbliga a diventare un corpo organizzato, in assenza del quale i nostri sforzi sarebbero imprigionati nei nostri stessi limiti. Questa comune evidenza, tuttavia, riguarda sia la dimensione trasversale delle forze strumentali, resesi disponibili sul mercato del lavoro, ma è anche il bene essenziale di chi si dedica all’obiettivo progettuale più organico, ovvero farsi impresa per un’azione comune. Che cosa sarebbe, infatti, un progetto imprenditoriale senza la strumentalità collaborativa dei singoli? Ma che cosa potrebbero queste stesse forze, se non strutturate nello sforzo di farne un’impresa comune? L’equilibrio sociale è nel mutuo riconoscimento del bisogno di un’azione collaborativa, in cui uguaglianza e giustizia sono i principi basilari della loro progettualità, poiché la sola strumentalità del lavoro non può bastare al raggiungimento di un obiettivo così ambizioso. Senza il mutuo riconoscimento di una coappartenenza non vi potrà mai essere un progetto efficace! Ciò significa che la visione oppositiva del conflitto sociale deve costantemente superarsi nella prospettiva di una relazionalità indispensabile. La lettura hegeliana ottocentesca del conflitto necessario alla Storia per l’inveramento di sé stessa resta un’analisi tragica e veritiera sia negli esiti novecenteschi del trionfo delle ideologie dittatoriali del nazismo/fascismo sia del comunismo. Il conflitto è condannato a non essere transitorio e temporaneo, ma strutturale in tutte le esperienze drammatiche che la storia reale ha generato, con il risulto di una macchina che si impalla su sé stessa. L’opposizione è strutturale in tutte le nostre relazioni, ma è solo lo sforzo di attraversale orientandole, che ci genera come una società. In una metafora calcistica, che cosa sarebbe il talento di un calciatore senza l’inserimento in una visione di gioco proposta da un allenatore? Ma che cosa potrebbe farsene un allenatore della sua tecnica sportiva senza la capacità di esprimerla e rappresentarla grazie al talento dei singoli, quando sono schierati come una squadra in campo? La tensione del conflitto è parte di questo avvicinamento, è una faglia tellurica della quale, talvolta, l’esperienza quotidiana vorrebbe volentieri farne a meno scappando. Certo è che la soluzione non piò essere affidata solo all’aspettativa del “posto fisso”, come fa il nostro Checco Zalone interpretando sé stesso – insieme ai sogni di milioni di italiani – nell’esilarante Quo vado (2016): un trentottenne avvinghiato inossidabilmente al mito raggiunto del posto fisso nella pubblica amministrazione. Le sue consolidate abitudini vengono messe in crisi dall’amore e dalla sorpresa di una vita nascente, che lo conducono ad uno stravolgimento di orizzonti e lo spingono a rimettersi in gioco. Questa divertente e spietata fotografia resta purtroppo tanto vera ed attuale come un vero esodo, che si mette al riparo di un sistema ingessato nella burocrazia pubblica o nell’eldorado di un “posto nella scuola”. Ci sarebbe certo da chiedersi se questo blocco dell’amministrazione dello Stato non costituisca la vera cappa allo sviluppo del nostro Paese, anche se ogni propaganda liberale, alla maniera berlusconiana, si è sempre purtroppo trasformata solo nell’esclusiva erosione delle garanzie dei lavoratori. Da entrambi i versanti del problema, sia nell’apparato pubblico che nella necessaria dinamicità dell’impresa privata, è, invece, centrale la questione del suo capitale umano, che non è questione da “comunisti”, ma prima ancora elemento per un’analisi economica. In queste considerazioni spesso ancora fermi bloccati alla strumentalità della forza lavoro, come se l’energia collaborativa possa essere del tutto estrinseca al vissuto dei singoli lavoratori. L’economia classica si è basata generalmente sull’osservazione di tre indicatori: la terra, il capitale fisico (ovvero i mezzi di produzione) e il lavoro. Negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale la crescita esponenziale dell’economia, al di là delle previsioni, spinse a valutare e a rivedere le teorie diffuse sulla base di “unexplained residual” che andava invece elencato tra gli indicatori in gioco. La crescita produttiva, al di là delle più rosee previsioni, dipendeva, infatti, dai costi sostenuti negli investimenti in cultura e istruzione, che aveva differenziato l’impatto lavorativo in ragione delle specificità individuali. Questa constatazione sembrerebbe del tutto banale, ma, di fatto, ha introdotto un elemento di valutazione che non può più esternalizzare la forza del lavoro rispetto al lavoratore stesso, rappresentandolo nella dovuta attenzione al suo capitale umano. La demografia qualitativa (cfr. Jean Sutter 1911-1998) considera il valore della singola persona e la creatività applicativa che lo esprime, introducendo tra le cause economiche il valore dei fattori umani di natura educativa e culturale.

Insomma, quanto impatta nella crescita economica di un’azienda il valore del capitale umano portato ed espresso dai singoli lavoratori? In questa prospettiva davvero ogni lavoratore è di per sé sostituibile o questo riconoscimento valoriale lo sottrae alla funzione di un posto occupato e lo trasforma in un attore di sistema? Un’attenta – ma necessaria – analisi valutativa delle forze, non solo strumentali, in gioco, sarebbe un buon modo per superare la deplorata esclusiva riduzione finanziaria e quantitativa dell’economia, per coglierne tutte le funzioni in un’ottica di riequilibrio sociale. Sicuramente il profilo creativo e di talento del singolo dovranno costituire il valore aggiunto di ogni analisi produttiva, proprio mentre si è sfidati dalla velocizzazione dei processi che il ricorso all’intelligenza artificiale sta rendendo possibile. La sfida di competenze allargherà, come già sta avvenendo, la forbice tra i professionisti esperti della digitalizzazione e quanti si limitano ad applicarne le possibilità per lo sviluppo delle tradizionali o nuove attività, ma, soprattutto, renderà sempre più urgente interrogarsi su quale sia la misura del valore socializzante dell’economia ed il contributo del capitale umano portato in dote. Mentre i robot ci sfidano, ormai al di là delle tradizionali catene di produzione, sulla velocità dell’esecuzione e la sicurezza della ripetizione, gli umani dovranno ancor più metter in gioco il talento della loro capacità di trasformare creativamente un’incognita, non ancora prevista dal software di sistema, nella possibilità di una geniale ed inaspettata soluzione. 

 

  1. Quo vado (2016)