Invito alla visione
Pensiamo spesso che i temi della verità e del peccato costituiscano il focus centrale di una religione, a cui prestare l’obbedienza della fede. In realtà, quando questa diffusa convinzione, spesso ispirata dalla tradizione classica ed occidentale, si fa esperienza e conversione, ci si rende conto che al centro di ogni fede vi è un prioritario invito a vedere e ad una visione diversa da quella convenzionale: Dio, prima ancora di parlare, si rende visibile nel nascondimento della sua alterità. Nel canone dei Libri sacri cristiani, la Lettera agli Ebrei invita a credere che” la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile” (Ebrei 11,1-3 – traduzione CEI 2008). La fede è un prolungamento della visione, una dilatazione di mondi, uno specchio di speranza rispetto alla tumultuosa realtà che ci travolge: è la luce della fede che dischiude gli occhi al Cielo e alla sua speranza. Lì dove il mondo appare solo, l’apertura dello sguardo, nomade tra il Cielo e la Terra, è cura e miracolo.
Questa ascesi dello Spirito è connaturale all’inquietudine di ogni uomo, sovrabbondando i circoscritti confini con cui le religioni perimetrano la loro esclusiva differenza. Come invita il Maestro di Nazareth secondo l’Evangelo di Giovanni, “ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Vangelo di Giovanni 4,23). In quell’avversione di una congiunzione, vi è la netta discontinuità di un’Ora che si è fatta presente e pressante avvicinando il Cielo alla Terra.
Tutti gli edifici religiosi sono pensati come architetture del sacro, ovvero come templi della di-visione e della visione, ispirando forme e spazi, parole e silenzi, colori ed ombre come un confronto dialettico tra Cielo e Terra. La loro monumentalità è narrazione, la loro soglia è ingresso in una possibilità di mondo, poiché in questo transito tra l’ordinarietà di un paesaggio mondano della Storia e la sua Apocalisse come scissione del Sacro, lo sguardo ha gli occhi dell’invocazione. Il Soffitto ligneo (XVI sec.), come quello che fa bella di sé la Monumentalità di S. Maria la Nova (XIII sec.) a Napoli, è il di-spiegamento di questo sguardo liberato dalla polvere della Terra verso il Cielo; il primo atto rituale e di culto è proprio l’elevazione inusuale del capo, rischiando di far perdere il baricentro di sé stessi. Lo sfolgorio della superficie dorata e l’eccezionalità di tele policrome sospese, che sfidano il peso gravitazionale di un precipizio verso il basso, segnano l’inizio di un’esperienza di conversione degli occhi, smarrendo così la consueta postura sul proprio mondo laddove l’invocazione orante si fa sguardo.
Sotto questo Cielo dispiegatosi in 47 tele, tutte opera di Maestri della pittura del ‘600 napoletano, Serena Nono ha accolto l’invito alla visione della bellezza di questo ciclo pittorico, in cui l’esaltazione del femminile nella storia della salvezza, secondo il racconto biblico, costituisce un elemento unico e singolare. D’altra parte, le sue opere vivono del respiro artistico di una cultura aperta all’incrocio tra i mondi e in particolar modo raccontano il crocevia della cultura occidentale con la tradizione bizantina, in cui la dottrina è icona e le parole sono confine. La sua origine veneziana, infatti, è una palestra estetica, in cui non si rinuncia alla prospettiva occidentale dell’uomo ben piantato al centro della Terra, ma che si sbilancia guardando all’avvento di Cielo come una qualità dell’essere in cammino. Ciò si traduce nella leggerezza di un equilibrio formale tra occhi aperti alla visione e mani giunte nell’attesa, che è una cifra ricorrente della ricerca artistica di Serena Nono. In tal modo, occhi e mani si distanziano dalle cecità di ogni tempo.
Le immagini al femminile di Serena Nono si inseriscono, dunque, nella familiarità del camminare sui sentieri della ricerca spirituale, fino a farne una cifra simbolica del suo linguaggio artistico. Pur assumendo chiari riferimenti iconografici e simbolici biblico-cristiani, la sua creatività artistica è universalmente orientata alla libertà del linguaggio dello Spirito, in cui il genio femminile si fa invito alla postura della novità del vivere. Nelle sue raffigurazioni, infatti, è la centralità dei suoi personaggi, raccolti in tele intessute della delicatezza di linee e colori, che ci vengono incontro come un interrogativo. Le sue opere si dicono grazie ad una condivisa simbologia delle forme, perdendosi in sguardi tersi e in espressioni di volti in cui poter riconoscere la solitudine delle nostre più comuni domande. Questo suo equilibrio formale ha una sua leggerezza ed un ritmo pneumatico, che parla a tutti senza differenze per un’umanità in attesa di trovare pace.
Sul versante del dramma della storia, le figure bibliche di Serena Nono sono anche una restituzione di donne ieratiche per il loro abituale coraggio, piegate dal dolore ma sempre fiere per le loro speranze; sono donne mediorientali lì dove, in quelle terre tutte sante perché senza confini, dei popoli nomadi hanno saputo piantare radici di civiltà rigogliose per le loro plurimillenarie fioriture; sono donne iscritte nella memoria del tempo, ma tanto simili alle premurose madri in fuga dal faraone ai tornanti ombrosi della storia.
Guardando alla plasticità delle linee pittoriche e alla densità policroma della sua tecnica, mentre ne allestivo l’esposizione ho spesso pensato, ispirato dalla familiarità un tempo conventuale di quest’insula francescana, alla preghiera corale che ha attraversato la durata dei secoli proprio in questo spazio orante qual è il Coro Superiore di questa Chiesa davvero Monumentale. A tal proposito, infatti, degne di ricordo sono le parole con cui Tommaso da Celano, uno dei primi biografi di Francesco d’Assisi, lo ricordava per il suo costante esodo tra il Cielo e la Terra, testimoniando come Francesco «non era più un uomo che pregava, era ormai diventato preghiera vivente».
Anche la pittura di Serena Nono sembra dare forma ad una santa e corporale inquietudine, mentre prolunga lo sguardo materno degli occhi cerchiati di Sara (II figura da sx), ormai anziana madre, sul volto dell’epica e fiera Madre dei Maccabei (ultima opera a dx), lì dove la tenerezza di una carezza si è detta, tra suoni e silenzi, come fiducia ed impegno per la vita.
Info Mostra: tutti i giorni dalle ore 9 alle ore 18
Complesso Monumentale di S. Maria la Nova – piazza S. Maria la Nova 44 – NAPOLI
- Ancor più esplicativa è la traduzione Interconfessionale in lingua corrente: “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono. A causa di questa fede la Bibbia dà una buona testimonianza ad alcuni uomini del passato. Per fede noi comprendiamo che l’universo è stato creato dalla parola di Dio; così che le cose visibili non sono state fatte a partire da altre cose visibili”.
2. “Non tam orans, quam oratio factus” – Il testo è in Vita seconda 95; Fonti francescane 682.
