La fine del mese di agosto vive di un sentimento misto di nostalgia e attesa per le serate trascorse in riva al mare, mentre la luce del giorno inizia ad abbreviare: in fondo settembre non è poi così lontano! Tutto sta per riprendere dopo i bilanci della pausa estiva e si è pronti lentamente a accelerare nuovamente il passo. Mentre il respiro è rallentato da un’afa che minaccia di non finire, ci pensano le news a dare ritmo e vigore a cominciare dall’enfasi “hollywoodiana” delle agenzie di stampa di questi giorni: la celebre e discussa influencer – di che?! – Rita De Crescenzo starebbe – e il condizionale è d’obbligo! – per sbarcare su Netflix con una docu-serie basata sulla sua vita. A parte il fatto che ogni broadcasting televisivo può investire i propri soldi come meglio crede, ciò che sorprende è l’inevitabile indagine di mercato, che avrà sicuramente confermato l’intuizione dei programmatori e orientato le scelte di una piattaforma cinematografica planetaria. Non siamo dinanzi ad un ente di beneficenza e, pertanto, se stanno valutando la Rita partenopea degna di dedicarle una serie televisiva tutta sua, ciò avverrà unicamente sulla base dell’interesse di un pubblico a pagamento e, quindi, di un relativo guadagno per l’investimento finanziario. Così vanno le cose del mondo, a cui assistere anche quando si sente di poterle criticare! Si sa che un tempo – quel bel tempo, che tanti solo a parole romanticamente invocano – per orientare l’educazione giovanile si dava spazio alle storie raccontate sulla scia edificante di Santa Maria Goretti, mentre oggi sarebbero d’interesse “la vita e le opere” di Rita De Crescenzo: sipario!
D’altra parte, è fin troppo evidente che la signora sia libera di vivere come vuole – con scimmietta al seguito o senza, se le leggi glielo consentono – ma quando dalla piattaforma ludica di Tik Tok si passa a quella sceneggiata della docuserie di Netflix, forse abbiamo un problema, anzi certamente più di uno, per far nostre le parole dell’astronauta Jack Swigert sull’Apollo 13 nel 1970 dopo l’esplosione di un serbatoio di ossigeno a 330.000 km dalla Terra. Infatti, potrebbe essere necessario chiedersi: perché la diffusione social si è accompagnata con la canonizzazione del nulla? La ripetuta e discussa affermazione di Umberto Eco, in occasione di una sua famosa lectio magistralis tenuta all’Università di Torino nel giugno del 2015, scatenò allora un ampio dibattito, ma oggi così riletta sembra risuonare come una profezia dei nostri tempi: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli “. L’avanzata dei followers di Rita e di tante star come lei delle piattaforme social chiama in questione, infatti, non solo lo spazio digitale che rede possibile la quotidiana esibizione di sé stessi, ma ancor più la consistenza di un suo pubblico: all’inizio magari ci si ferma per un distratto scroll compulsivo alla ricerca di un inusuale attimo di leggerezza ed evasione, ma poi si sconfina prima in una simpatica adesione e poi nella partecipazione più o meno attiva ad una community di followers, che significa audience e marketing pubblicitario. È questo scivolamento sociale che domanda attenzione e interesse rispetto all’identità sociologica di un Paese, che taluni, per esclusive ragioni di riposizionamento elettorale e di autoaffermazione di potere, si affrettano a strattonare come si fa nella folla ai banchi del mercato. Non sembri bizzarro, infatti, l’accostamento che il timing dell’agenda politica rende plausibile, poiché ci si rivolge in egual misura alla pancia del Paese, ovvero alla ricerca come si è del consenso degli scontenti, che sono la vera forza maggioritaria e silente dell’italica platea sociale ed elettorale.
D’altra parte, anche Beppe Grillo si era cimentato in un’uguale impresa sull’onda dei populismi in crescita e strizzando l’occhio alla rivoluzione digitale incipiente, come di fatto avvenne con il successivo incontro con Gianroberto Casaleggio: ma, insomma, vi era più preveggenza e vi erano più argomenti, poiché il suo era un progetto sul futuro della partecipazione e della rappresentanza democratica! Il comico genovese aveva già iniziato a riempire centinaia di piazze con migliaia di partecipanti ai suoi V-day, in cui la satira politica si saldava a quel giornalismo d’inchiesta tanto vituperato in queste settimane. Al di là dell’attuale tenuta territoriale del suo Movimento e dei successivi esiti governativi, comunque ne è nato un partito – non più movimentista! – con odierne percentuali a due cifre, per quanto ridotte di almeno il 50% rispetto al primo exploit della tornata elettorale del 2018 con il 32,5% dei voti. Si sa, quindi, che non si vince più al centro dell’offerta politica, ma solo con l’estremizzazione dei toni e dei temi, cercando di sottrarre voti ad uno dei due poli e allargando le maglie del consenso nell’agone indistinto dello scontento “popolare”.
In quest’ultimo trentennio la politica italiana ha tentato di diventar anche simpatica, a tratti comica e non solo per la discesa in campo di Beppe Grillo, dopo la sobrietà un po’ grigia dei tempi democristiani o delle imbalsamate cronache politiche da pentapartito. Poi Silvio e le sue Tv hanno cambiato tutto – o solo dato visibilità? – accendendo i riflettori su di un volto nascosto e meno noto del Paese, che sinora si ritrovava ad applaudire i film del simpatico Alvaro Vitali in “Pierino contro tutti” o a tarda sera dinanzi alla tv di casa in attesa di Umberto Smaila e del suo “Colpo grosso”. Questa Italia goliardica e cameratesca esisteva già allora ed esiste ancora, con i suoi sogni e le sue disillusioni, e non è certo ingrossata da immigrati clandestini, ma da nativi cittadini italiani che dal ceto medio dell’Italia del boom economico scivolano lentamente, ma purtroppo costantemente, verso la strettoia dell’indigenza sociale e lavorativa. La Brexit inglese o l’involuzione postdemocratica del bullo Donald Trump non si spiegherebbero senza un simile scenario. La fortuna dell’Italia è di giungere con qualche ritardo rispetto agli esiti inattesi di quanto si è già visto in questi paesi occidentali o nei governi nazionalistici dalla Polonia dei due gemelli Lech e Jarosław Kaczyński (2005-2007), nei quindici anni dell’Ungheria di Orbán (dal 1998 al 2002 e dal 2010 al 2026) sino all’instabilità politica odierna della Romania, giusto per citare scenari politici in un’area geografica, tra est e ovest, da sempre termometro della crisi e della difficoltà del cambiamento. I cittadini delle periferie urbane e culturali chiedono, infatti, leadership e rappresentanza, a condizione che si racchiudano le soluzioni in slogan facilmente trasmissibili senza doverci stare troppo a pensare. Secondo loro, non c’è più tempo, infatti, per l’analisi critica e le diagnosi, poiché si è soli di fronte all’emergenza, mentre la fine e sottile interpretazione della complessità sembra essere roba per sazi intellettuali da salotto o per comunisti bolscevichi ancora pronti a mangiare i bambini. Vi è quasi il rifiuto per la dispendiosa “lungaggine” dell’arte del dibattito a favore di un risultato immediato, anche se solo per la ristrettezza di idee e parole. Questa percezione dello stato delle cose richiede attenzione e rispetto. L’Italia che sogna al Bingo o al Gratta e vinci – disponibile anche nell’offerta volante di una nota compagnia aerea – ha trovato un anestetico di massa di gran lunga più efficace con la narrazione social di sé stessi come bisogno di evasione; per tanti altri con la segreta speranza che qualche sponsor prima o poi ti contatti almeno per vendere una crema o uno spazzolino. È questa Italia qui, imprigionata e resa piccola dalla forza di progetti civili calibrati sui confini dei propri sogni infranti, che richiede attenzione e rispetto al di là delle proprie convinzioni. Per una Rita che ce l’ha fatta a ritagliarsi “Un posto al sole”, vi sono, infatti, troppi cittadini che restano al palo e a cui bisogna rivolgere l’attenzione dovuta dalla richiesta di uguaglianza e di giustizia sociale, anche se questa ferita qui non si rimargina fasciandola con la bandiera identitaria.
Dinanzi ad un’urgente domanda di formazione sociale, già da questa lunga campagna elettorale di fine estate si assiste ad una guerra strategica di posizionamento, in cui gli schieramenti si agitano e parlano prendendo in prestito un lessico da weekend calcistico. Come in un copione da fantapolitica, si pianifica il lancio comunicativo di programmi politici a puntate, dove si scomodano a loro insaputa papi defunti e celebrati scrittori italiani solo per convincere i disillusi che da quella parte tutto si possa risolvere come con il miracolo di una siringa di botulino. Come un segno dei tempi, nessuno vuol sentirsi dire sconsolate verità, anche quando – restando aggrappati alla metafora – forse sarebbe meglio desistere dal trasformare delle labbra nell’inestetismo della cara Minni Mouse di Topolino. In questo grande doping delle idee c’è, dunque, più di un vuoto: c’è solo l’eco del baratro di affermazioni lapidarie e sconnesse, che vengono diffuse con la giaculatoria di un futuro evo cristiano e la litania identitaria.
A tal proposito, devo confessare onestamente che non suscita in me alcun interesse questa rincorsa all’autocertificazione di una presunta autenticità cristiana, che taluni si intestano su basi ideologiche e programmatiche; non mi ha mai impressionato neanche l’autorevole e impegnativa qualifica di quel partito a maggioranza popolare come la DC, che pur poteva contare su grandi leader da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro. Oggi, a maggior ragione, il cammino di riforma delle Chiese cristiane può solo aiutarci a riscoprire la prassi etica dell’Evangelo del Nazareno, che è altra cosa rispetto agli slogan urlati da modesti interpreti della grande operazione politica dell’imperatore Costantino il Grande, che con l’editto di Milano del 313 tirò fuori i cristiani dalle catacombe della persecuzione e ne fece una religione di Stato.
Su questo sfondo restano sempre attuali le riflessioni di Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano, teologo e antifascista tedesco, celebre per il suo ruolo di guida nella Chiesa Confessante in opposizione al nazismo, che in una sua celebre opera dedicata all’Etica (1940-1943), così rifletteva sul rapporto tra Chiesa e mondo: “Non una ‘cultura cristiana’ deve rendere il nome di Gesù Cristo ancora accettabile davanti al mondo (…). È il Cristo perseguitato e sofferente nella sua comunità quello presso cui il diritto, la verità, il senso di umanità e la libertà cercano di rifugiarsi, è il Cristo della mangiatoia e della croce che non trova asilo in questo mondo, il Cristo scacciato da questo mondo quello sotto la cui protezione ci si rifugia e che solo così rivela tutta la vastità del suo potere”.
Dietrich Bonhoffer fu impiccato all’alba del 9 aprile 1945, nel campo di concentramento di Flossenbürg, dopo un fallito attentato contro Hitler nel luglio del 1944.
