Piazze affollate, slogan urlati all’unisono, braccia tese sino a diventare un abbraccio collettivo: anche questa volta non ci sembrava possibile! La violenza, la cieca distruzione, l’aggressione ai simboli del consumo hanno tentato di rovinare tutto, sporcando la pubblica protesta con ripetutiti atti di delinquenza giustamente da sanzionare. Eppure, questa domanda di cambiamento resta aperta sul futuro del presente di intere generazioni e non potrà essere liquidata solo persequendo un italiano di seconda generazione. Al momento delle indagini in atto non è dato di capire l’innesco e la prospettiva eversiva perseguita, ma resta il fatto che questa eventuale strumentalità – se confermata nel caso italiano – ha fatto leva su una contestualità molto più ampia. Abbiamo così deplorato l’iperconnessione individualistica della generazione Z – ovvero, i nati dal 1997 in poi – e l’universo simbolico e digitale della Generazione Alfa – ossia, i nati dal 2010 in poi – che quando le prime immagini dalle piazze francesi hanno fatto il giro del mondo abbiamo creduto ad un ennesimo montaggio a dimostrazione dello strapotere dell’intelligenza artificiale e dei canali social. In realtà, anche senza vederli arrivare, è dal 2025, che i più giovani, cittadini da sempre di un paese o di ibrida cittadinanza, danno voce ad un diffuso bisogno intergenerazionale: dal Nepal al Madagascar, dal Perù all’Albania, dalla Spagna al Bangladesh, dal Portogallo alla Serbia, dal Marocco al Messico, dalla Grecia al Kenya, dall’Ecuador all’Italia. 

Nel caso del nostro Paese lo abbiamo – a.es. – sperimentato in occasione della convocazione referendaria della scorsa primavera, quando la platea elettorale è stata chiamata ad esprimersi, per convalidare o meno la riforma costituzionale sostenuta dall’attuale maggioranza governativa. Il voto della fascia 18-34 è stato decisivo per la vittoria del No con percentuali comprese tra il 56,7% e il 61,1%, mentre la sola affluenza della Gen Z ha toccato il 67%. In quel caso, come in queste giornate di prove di democrazia partecipativa – non sempre all’altezza dei temi politici intenzionalmente rappresentati – l’elenco delle ragioni è davvero tanto vasto. Come ha ben sintetizzato il filosofo francese Paul Preciado, “la Gen Z è la generazione Covid o, ancora meglio, la generazione che ha trascorso l’adolescenza in una doppia forma di confinamento: immunitario e digitale. Questo ha distrutto ancora di più il tessuto collettivo che permette a una società di resistere alle condizioni di oppressione. Siamo tutti stati atomizzati e ridotti a individui isolati, ma quell’isolamento ha avuto un costo emotivo e politico più forte nella generazione Z. Per questo è così importante ciò che sta accadendo. È un’uscita dall’isolamento digitale e un processo di ricostruzione della società attraverso la lotta collettiva e analogica”. Ne abbiamo spesso contestato il confinamento individualistico tra letto e divano, inesorabilmente impugnando uno smartphone anche alla tavola conviviale, e poi li abbiamo ritrovati lungo le strade e le nostre piazze a dare un volto sui social al loro dissenso al regime. 

Nelle loro richieste di cambiamento si riformula la medesima domanda sociale di uguaglianza e giustizia per tutti, che qualcuno pensava di aver liquidato insieme al Manifesto del barbuto Karl Marx e alla patetica irrisione di essere solo dei “poveri comunisti”. La si può chiamare come si vuole; la si può ascrivere politicamente tra i populismi o le ragioni indirette del protezionismo sovranista; la si può agitare come un argomento da sfigati, ma resta il fatto che i giovani hanno dato voce – ancora una volta! – all’intergenerazionale domanda di cambiamento con le parole del loro desiderio di futuro. Spaventati dal fiume di giovani che non avevamo visto arrivare, l’analisi politica e mediatica non ha perso occasione, per circoscriverne la portata a velleitarie e giovanili illusioni, volendo così dimenticare che nel repertorio dei loro slogan e dei loro cartelli c’è tutto ciò che chiameremo una vita dignitosa. Che cosa, infatti, si contesta? L’elevato tasso di disoccupazione, l’incremento della tassazione, l’elevato costo dei servizi di base, un mercato immobiliare fuori controllo, l’inadeguatezza dei servizi scolastici, la necessità di contrastare la corruzione e la criminalità organizzata, una decisa attenzione alle questioni ecologiche, la futura sicurezza dei sistemi pensionistici. Con la consueta saggezza istituzionale ci ha pensato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a ricordare a tutti come “le prospettive dei giovani sono, com’è evidente (…), cruciali per determinare l’evoluzione della nostra società, della nostra economia, dei nostri modelli di vita. Le preoccupazioni del presente devono specchiarsi nell’impegno a progettare il futuro”.  

Questo lento e, a tratti incerto, processo di cambiamento è ben detto dal veneziano Massimo Cacciari e dal napoletano Roberto Esposito, quando insieme invitano a riflettere come “la confusione e il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi”. L’apparente Vuoto va, dunque, abitato creativamente, prima che la violenza lo occupi e lo colonizzi strumentalmente, facendone invece un’agorà alternativa per condividere narrazioni differenti della realtà che viviamo quotidianamente. Su questa scia della sperimentazione, ho letto con interesse – a. es. – la lettera aperta dei docenti di un liceo statale napoletano – il “Margherita di Savoia” diretto dal prof. Vincenzo Varriale – con cui si sono rivolti a tutta la platea studentesca, sino al coinvolgimento responsabile delle rispettive famiglie, quando il dissenso è divenuto occupazione dell’Istituto. Simili inviti al dialogo hanno avuto il merito di sottolineare come la cesura della chiusura delle porte dell’edificio scolastico debba “superare l’occupazione e trasformare questa mobilitazione in un percorso condiviso, proprio in virtù del fatto che la scuola è il nostro spazio comune”. Lo spazio del pubblico interesse va, infatti, nuovamente abitato e non occupato, partecipato e non violato,  attraversato dall’immaginazione delle idee e non saccheggiato nei simboli del potere consumistico, poiché è lì che si gioca la sfida della cittadinanza democratica. La protesta studentesca del ’68, nel secolo ormai alle nostre spalle, riconobbe le sue tante appartenenze nell’unico invito a portare “la fantasia al potere”, come capacità critica e creativa di immaginarsi al di fuori delle condizioni individuali e sociali propagandate come obbliganti e necessarie. Le analisi critiche di Herbert Marcuse (1898-1979) – filosofo, sociologo, politologo ed accademico tedesco, ma vissuto negli USA – sembrano analisi di questi tempi tristi, quando denuncia, con capacità visionaria, nel suo L’uomo a una dimensione (1964):  “il prevalere di bisogni repressivi è un fatto compiuto, accettato nel mezzo dell’ignoranza e della sconfitta, ma è un fatto che deve essere rimosso sia nell’interesse dell’individuo felice sia di tutti coloro la cui miseria è il prezzo della sua soddisfazione. I soli bisogni che hanno un diritto illimitato ad essere soddisfatti sono quelli vitali: il cibo, il vestire, un’abitazione adeguata al livello di cultura che è possibile raggiungere. La soddisfazione di questi bisogni è un requisito necessario per poter soddisfare tutti gli altri bisogni, sia quelli non sublimati sia quelli sublimati”. Abbiamo giustamente deplorato le azioni di saccheggio ai danni delle vetrine dello shopping milanese, con cui alcuni tra i giovani delle proteste – la cui appartenenza è tutta da chiarire! – si sono trasformati in esperti ladri di griffe di moda.  Muti e impauriti dinanzi alle fiammate delle piazze, magari ci si è a lungo interrogati sul furto dell’ultimo capo sportivo e non sono così mancati tentativi di generale delegittimazione di migliaia di pacifici partecipanti. È necessario ribadire: la violenza non ha mai attenuanti! Eppure, c’è da chiedersi: ma questa gioventù digitale in che modo analogico si trova a vivere? Quando incrocia la realtà, che mondi scopre? Quale società li vorrebbe formare alla vita pubblica? Le parole d’ordine di moda, quelle con cui l’ordine dovrebbe dare forma al caos delle libertà e dei bisogni, sono: repressione, detenzione carceraria, separazione, respingimenti, remigrazione, merito come selezione, corsa ai consumi, impegno come strenua competizione. Queste parole descrivono una prospettiva che rischia di essere solo sanzionatoria e violenta, allo stesso modo con cui pubblicamente si deplorano e si vorrebbero correggere quegli esiti violenti, che purtroppo sono ben ispirati dalle troppe parti del globo dove la logica del riarmo e della guerra sono gli unici investimenti di futuro. Si dovrebbe entrare nel merito di singole questioni che volutamente restano sullo sfondo per la necessaria brevità di questo tipo di invito alla riflessione comune. Sembra emergere, tuttavia, come una disattesa domanda politica che interroga tutte le parti in perenne competizione elettorale, il bisogno di narrazioni alternative, con cui offrire visibilità a prassi sociali diverse, con cui si prova ad abitare la trasformazione.

Proprio in questi giorni in cui nei salotti televisivi si andava alla ricerca risolutiva dell’immigrato di turno di seconda generazione, a cui attribuire le colpe della devastazione urbana, sono stati diffusi i dati del 35.mo Rapporto immigrazione 2026 della Fondazione Migrantes della Chiesa Cattolica Italiana. Li si può riassumere anche con alcuni indicatori statistici: 

gli stranieri residenti in Italia erano 5.559.527, il 9,4% della popolazione con un dato che cresce più lentamente rispetto a Francia, Germania e Spagna; per l’inverno demografico del nostro Paese – le cui ragioni sono ben note in tante nostre famiglie – la popolazione straniera è aumentata di circa 188 mila unità, mentre quella italiana si è ridotta di circa 189 mila; circa nove persone nate all’estero su 10 si trovano in età lavorativa (15-64 anni), mentre tra i nati in Italia la quota si colloca intorno al 60%; la loro appartenenza religiosa si professa cristiana per il 52,7% con una generale provenienza dai paesi del continente europeo, mentre solo il 29,6% del totale dei cittadini immigrati è di fede islamica, con una componente atea e agnostica del 10,6%; infine, dato altrettanto significativo, è che i 2,6 milioni di occupati stranieri qui residenti hanno generato 196 miliardi di valore aggiunto, contribuendo così con il 9,7 al nostro Pil nazionale. Eccetto rare eccezioni, questi dati non li ho visti animare i salotti ciarlieri delle varie fasce dei palinsesti televisivi, dove il delitto di Garlasco e la cronaca nera la fanno da padroni a tutte le ore, né hanno occupato le pagine di ciò che resta dell’editoria dell’informazione giornalistica.

E anche in questo caso, si potrebbe tristemente notare: non li abbiamo visti arrivare!

P.S. Mentre termino di annotare queste mia rotta di Navigazione, in Serbia la lista degli studenti (Studentska Lista) batte il nazionalista filorusso Vučić con il 52% delle preferenze espresse: che sia un segno di speranza?!

Scrivi all’autore


  1. https://www.dirittiglobali.it/2026/10/il-filosofo-paul-b-preciado-le-piazze-sono-una-reazione-alla-violenza-economica/
  2.  Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Kaos, Il Mulino, Bologna 2026, 9.
  3.  https://www.margheritadisavoia.edu.it/public/files/avvisi/AVVISI%202026-2027/LETTERA%20APERTA%20DEI%20DOCENTI%20AGLI%20STUDENTI%20E%20ALLE%20STUDENTESSE.pdf
  4.  Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, p. 19.
  5.  https://www.avvenire.it/attualita/senza-migranti-in-italia-un-crollo-demografico_114525