Napoli si sveglia ancora una volta con il respiro corto delle sue piazze, sospesa tra il sapore antico della rivolta e l’urgenza di un presente che morde. Non è stato un corteo qualunque quello che ieri ha attraversato le vene della città, da piazza Mancini giù fino ai varchi del porto, riaccendendo i motori di una narrazione collettiva che da queste parti evoca sempre, inevitabilmente, i fantasmi nobili della nostra memoria storica, dalle Quattro Giornate all’eterna, viscerale R-esistenza dei vicoli.

Una marea umana, cinquantamila anime arrivate a scompaginare l’ordine geometrico e rassegnato della metropoli. Erano lì per dare un corpo e una voce alla mobilitazione nazionale contro la morsa del carovita, contro quel “caroscuola” che assomiglia sempre più a una tassa sul futuro e contro una militarizzazione dei territori che stringe i quartieri in una morsa soffocante.

«Quello di ieri non era un corteo qualunque», racconta Simone, gli occhi accesi dietro i cancelli e la storia del Liceo Classico Vittorio Emanuele II. «È stata una mobilitazione coordinata su scala nazionale contro il carovita e i suoi sintomi più brutali, su tutti il caroscuola e la militarizzazione».

C’è un moto di orgoglio misto a stupore nelle parole di chi in quella piazza ci ha messo i piedi e i sogni, scoprendo che la solitudine dei banchi si era improvvisamente sciolta in un abbraccio sociale immenso. «La manifestazione è stata notevolmente partecipata – eravamo circa 50.000 in piazza – e non solo da studenti medi e universitari, ma anche da professori, lavoratori, ricercatori, disoccupati, autotrasportatori. Faccio fatica a ricordare un corteo così sentito negli ultimi anni».

I nodi del flusso e la fatica di tenersi insieme

Il piano era ambizioso, quasi letterario nella sua radicalità: colpire le arterie pulsanti della città logistica. Il porto, la stazione, l’autostrada. I luoghi dove le merci viaggiano veloci mentre i diritti rallentano fino a fermarsi.

«In effetti, parzialmente ci siamo riusciti», prosegue Simone, ricostruendo la mappa di una giornata febbrile, «poiché abbiamo bloccato l’ingresso della tangenziale e anche il porto è stato luogo di molte tensioni». Lì, dove via Marina si affaccia sul mare murato dai varchi, la tensione si è fatta densa, un confronto di sguardi tra la città che produce e i ragazzi che chiedono di esistere.

Ma Napoli è un gigante dai mille cuori, difficile da incanalare in un unico spartito. Un’affluenza così debordante ha finito per incrinare le geometrie dei percorsi, mostrando le crepe e le bellezze di un movimento autentico, non addomesticato. «La forte affluenza ha reso molto difficile la gestione degli spezzoni e del percorso da seguire, per cui ci sono state alcune deviazioni e cambi di programma in corso. Insomma, si notava una certa frammentazione nel movimento, data la fatica riscontrata nel coordinarsi nel modo giusto e nel garantire il rispetto delle istanze delle numerose realtà che hanno aderito allo sciopero».

La disciplina della non-violenza

Eppure, in questa frammentazione che a molti osservatori superficiali è apparsa come debolezza, è emersa la vera maturità politica di una generazione. Nessuna provocazione ha rotto il patto profondo siglato tra i manifestanti: la piazza doveva restare un luogo di proposta, non di macerie.

«Ad ogni modo, ci tengo a sottolineare che il corteo è stato tutto sommato un successo», rivendica lo studente del Vittorio Emanuele II, con la consapevolezza di chi sa che la violenza spesso cancella le ragioni più pure. «Anche perché le tensioni non sono sfociate in alcun tipo di scontri con la polizia, testimoniando la natura pacifica della protesta, che era stata stabilita e rivendicata sin dall’inizio, ma soprattutto perché stiamo continuando a resistere perseguendo il nostro obiettivo fondamentale: bloccare tutto».

Ieri i blocchi si sono sciolti, le auto hanno ripreso a scorrere verso la tangenziale e i varchi del porto si sono riaperti. Ma l’eco di quei cinquantamila resta sotto l’intonaco dei palazzi di questa città, a ricordare che quando Napoli decide di respirare insieme, l’orizzonte si sposta un po’ più in là.