L’Intelligenza Artificiale è davvero così intelligente? Questa semplice domanda, senza ulteriori premesse che non stiano già al cuore della questione, potrebbe in fondo riassumerne tante, visto come siamo comprensibilmente ammaliati e frastornati dagli sviluppi della potenza della tecnologia digitale. In realtà, le sue molteplici applicazioni si traducono nell’efficienza di tempi accelerati, in smisurati accessi di condivisione della conoscenza, in un potenziale relazionale di socializzazione mai sinora esplorato. Che cosa abbiamo nei nostri preziosi e molteplici modelli di smartphone? Che cosa li accomuna dentro uno schermo performante ed una fotocamera fino a 8K? Tutto il lessico del progresso digitale è, infatti, una fioritura di promesse di miglioramento e di felicità. Le parole della grammatica digitale sono dette come veicolo di performance da aumentare e di ottimismo da contagiare. Tutto questa potenza di fuoco, tuttavia, ha un suo costo, che non è solo economico e finanziario, ma si chiama tracciabilità, orma digitale, archiviazione di libere scelte individuali. I dati informatici della privacy, infatti, non sono solo norme da sottoscrivere abitualmente, ma segnano un confine di accesso, il cui accumulo e utilizzo sono al centro di un’ambiente digitale senza, tuttavia, riuscire fino in fondo a carpirne con trasparenza le modalità di governo e di tutela.  

A tal proposito, ho accolto con vivo interesse l’invito a partecipare ad un laboratorio nazionale che il vulcanico prof. Costantino Formica, in collaborazione con la Fondazione Ampioraggio e un network di enti e associazioni, ha promosso anche qui a Napoli in un tour nazionale di presentazioni, per riflettere insieme sulla cosiddetta Umanità Aumentata. Ci si è chiesto ripetutamente e a più voci: dove ci condurrà il potenziamento tecnologico odierno? Siamo dinanzi a dei supporti delle nostre evolute capacità fisiche e psichiche o i dispositivi bionici saranno così performanti da candidarsi alla nostra individuale sostituzione? Di fatto, questo già avviene diffusamente: sono la voce di annunci di treni e di aerei; sono i nostri volti, più giovani o già invecchiati; sono la ripetizione di una noiosa prestazione lavorativa; sono noi stessi ma senza più un corpo di carne, la nostra interiore memoria e l’intelligenza creativa di un umano. Questa contiguità tra essere umano e protesi di ampliamento si è spinta sino alla sua potenziale sostituibilità. Parliamo, infatti, in modo ricorrente di un’umanità aumentata, ma spesso questo sviluppo è da preconizzare piuttosto come un’umanità sostituita.

Siamo entrati, infatti, nell’evo digitale con l’attesa di benefici strumentali distribuiti a piene mani ed abbiamo nutrito la speranza – o per alcuni la certezza – di un rapporto indissolubile tra sviluppo democratico dei popoli e la diffusione trasversale di un accesso internet a tutte le latitudini. Prova ne è stata che tutte le reali o presunte primavere rivoluzionarie nei paesi mediorientali – a.es. l’auspicata e mancata Primavera araba tra la fine del 2010 e l’ inizio del 2011 o i tentativi di rivolta sedati nel sangue nella Repubblica islamica d’Iran –  sono state ostacolate, innanzi tutto, con l’immediata limitazione degli accessi informatici e in tanti regimi dichiaratamente dispotici esistono molte restrizioni all’utilizzo web o, addirittura, vi sono applicazioni sviluppate per i propri confini, dichiarando così la presenza attiva di un controllo remoto. Non bisogna certo scomodare paure apocalittiche sul futuro che si approssima, ma certo siamo dinanzi ad una duplice e, a tratti, opposta narrazione. Come avvenuto nel corso del piacevole ed interessante incontro già richiamato, si è dinanzi ad un’alternativa di prospettiva e di valutazione: una scommessa convinta su un effettivo allargamento della sfera dell’esperienza umana o piuttosto un progressivo stravolgimento di ciò che finora abbiamo ascritto all’eccellenza umana tra i viventi? 

Forse – o senza forse! – dovremmo prima condividere una verità su che cosa significhi vivere umanamente, avere relazioni umane, essere umani con gli altri, poiché decliniamo comunemente questo attributo della dignità del vivere, presupponendone un significato e un valore comune e concorde. È un elemento del tutto interessante considerarlo come un pre-supposto, come un elemento imprescindibile per un senso condiviso; come l’aria che respiriamo, la condizione dell’essere umano e il suo significato sembrano appartenerci, ma guai a considerarli l’acquisizione di una libertà raggiunta una volta e per sempre. Riprova ne è la nostra esperienza quotidiana, al cui confronto mi chiedo sempre di più: che cos’è davvero il mistero dell’umano? Che cosa lo differenzia e definisce in ultima analisi? Vi è solo una considerazione profondamente trasversale ed è la valutazione che ogni umano è un’individualità irriducibile, una parola finora non-detta sulla vita. Detta così non si può che essere d’accordo ed è politicamente corretta, ma quando assume il volto di un’altra etnia, la cultura di una lontana geografia, le mani giunte di una confessione religiosa a noi non consona, allora sì che, dopo un primo difensivo rifiuto, la declinazione di questo principio di individualità diventa un percorso interiore e pressocché un’eresia del pensare come comuni mortali. Tutti i temi abituali del rifiuto oppositivo dovranno essere riconsiderati, poiché si tratta di un essere umano posto dinanzi a noi. Quando ti è di fronte qualcuno che proprio non comprendi, non tolleri e di cui non sei disponibile a sottoscrivere nulla delle sue opinioni, proprio allora l’argomento su che cosa sia l’umano prende corpo in un viso, diventa una sfida visiva, ti si palesa in tutta la sua potenziale inquietudine per la tua sicurezza e tranquillità.

Ecco perché quando si discute di umanità aumentata, grazie al ricorso all’intelligenza artificiale e alle sue celebrate potenzialità applicative, mi chiedo ripetutamente e in prima istanza: ma che cosa risulterà aumentato dell’Umano? Che cosa sarà aumentata: la sua capacità di proteggere l’individualità e la singolarità di ogni essere umano o piuttosto la capacità, esattamente contraria, di potenziarne l’efficienza e, dunque, l’omologazione? Si dirà e con ragione, che queste formalizzano le paure del cambiamento e del futuro: ne sono consapevole e d’accordo! Tutti i cambiamenti ne sono portatori, poiché il nostro punto di osservazione è troppo ristretto rispetto allo sguardo abituato a contare i millenni della Storia e i milioni dell’evoluzione degli esseri viventi: dunque, noi siamo poca cosa, statisticamente, come possibilità di determinare un’opinione. Eppure, siamo un momento di sedimentazione di un processo in corso e le nostre parole ed i nostri sguardi si portano il peso e la saggezza di un tempo che raccoglie e vaglia. In questa profondità che gli fa eco, dunque, la domanda ci rincorre: qual è la sfera di amplificazione dell’Umano che la tecnica digitale ci porterà in dote provvidenziale?

Un’ultima riflessione del momento: si può dissociare lo sviluppo delle applicazioni tecnologiche dalla sua dimensione imprenditoriale e finanziaria? Credo proprio di no e questo dato neanche costituirebbe un estremo problema, se non si dovesse verificare come l’azione progressiva di sviluppo digitale si associ con un esiguo numero di interlocutori imprenditoriali, che ne orientano e disciplinano le applicazioni. Gli stessi scenari geopolitici odierni ci hanno aiutato a cogliere il rapporto niente affatto episodico tra l’imprenditoria digitale e le forme dispotiche e post-democratiche, con cui stiamo inaspettatamente misurando la nostra cultura democratica. Questa strettoia tra tentativi di evaporazione di un’acquisita e fragile coscienza democratica e la concentrazione oligarchica dell’enorme potere delle infrastrutture digitali, rende questo processo motivo di attenzione. Al momento si fa difficoltà ad ipotizzare l’efficacia di enti sovranazionali, che fungano da luogo di riequilibrio, anche in considerazione della crisi del diritto internazionale e della sua forza di autorevole intervento nelle sedi opportune. Non si disciplinano i confini della terra figuriamoci quelli del metaverso digitale! Non si tratta, infatti, di camuffare con qualche richiamo etico i pericoli di una nuova forma di logica del dominio. D’altra parte, la radice del pensiero unico e dell’annientamento dello spirito democratico è la controparte di un potenziale – o già reale! – condizionamento di usi e costumi grazie alla recondita logica di un potere computazionale.

La concentrazione tecnocratica opera esattamente al livello di ciò che più sarebbe da proteggere, non solo amplificandola o aumentandola, ma unicamente riconoscendone la singolarità irripetibile: la genetica e la sequenza di un DNA ci dicono, infatti, che vi è un uomo contestualmente alla sua irripetibilità. Gli esseri umani non possono essere solo una tracciabilità di dati, a cui, d’altra parte, acconsentiamo – non sempre consapevolmente – sottoscrivendo autorizzazioni per la privacy: non bastano soli gli avvertimenti e i pop-up che ce lo ricordano, poiché bisognerà pur trovare delle forme di sicurezza e protezione di quella tracciabilità e di quelle orme dell’essere umano, che vanno custodite prima ancora che aumentate. In quelle tracce digitali vi è la storia di ognuno! D’altra parte, solo i meccanismi possono essere accelerati a dismisura, mentre la sfera dell’umano non può essere equiparata all’algoritmo di un ambiente digitale.

Le religioni e le filosofie ci hanno insegnato a dire questa dimora della singolarità dell’essere al mondo, chiamandola in vario modo: cuore, o spirito, piuttosto che anima. Al tempo delle neuroscienze abbiamo traghettato tanti concetti, simbolizzandoli tutti nelle connessioni di una mente umana, tanto che le connessioni artificiali di un sistema digitale le abbiamo comunque appellate come un’intelligenza. Le neuroscienze di sicuro ci aiutano a cogliere questa specificità delle connessioni mentali, che accendono – è il caso di dire – il lume della conoscenza, ma le connessioni imitative dell’umano conoscere non possono sostituire la sfera della sua eccezionalità, che è ragione e sentimento, è potenza e fragilità insieme, amore e odio, vita e morte. 

Che cosa, dunque, aumentare come protesi dell’umana esistenza? Già il concetto generico di umanità sembrerebbe sbilanciare lo spazio individuale, che, al contrario, il Cristianesimo, con il messaggio evangelico del Nazareno, ci ha insegnato a cogliere nella sua eccellenza; è così che implose e si annietò la pretesa schiavistica di umani sugli altri, aprendo la strada di una petizione di libertà, che resta l’unica vera dote distintiva da aumentare continuamente viste le sfide che ripetutamente l’assediano.

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  1. Paolo Benanti, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana, Laterza Editore, 2026 Bari-Roma.