- Mille culure e…
L’evocazione di mille culure, mille paure di Pino Daniele e, forse, perfino di nu sole amaro – che, però, soltanto alla fine dell’incontro di piazza Plebiscito ha dato a qualche goccia di pioggia il permesso di cadere (quando ormai per Papa Prevost si trattava soltanto di raggiungere l’elicottero verso il Vaticano) -, ci è apparsa abbastanza evidente, nel pomeriggio che Leone XIV ha trascorso a Napoli l’otto di maggio. Del resto, è stata esplicitata anche verbalmente dallo stesso papa, proprio all’inizio del suo intenso viaggio partenopeo. In Duomo, rivolgendosi, nelle intenzioni, soprattutto al clero, egli ha detto: «Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni».
Mille colori, tradizione e innovazione, antico e nuovo, pace, giustizia e fratellanza. E poi, a piazza Plebiscito, mille colori e aspetti di un popolo con «questo» preciso «calore». Insomma, un popolo effervescente e imprevedibile, anche se i cappellini bianchi di piazza Plebiscito cercavano, forse, di ricondurlo a un colore e a una comune modalità di esserci. Del resto, lo stesso papa Prevost ha testualmente voluto ricordare: «le voci di Napoli, perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto, voci in cui riecheggia l’antica bellezza di questa città bagnata dal mare e baciata dal sole, e in cui trovano spazio, però, anche ferite, povertà e paure. Queste voci raccontano di una Napoli che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo, che ha bisogno di quella prossimità offerta loro da Gesù».
Reduce dal santuario e della piazza di Pompei – dove Leone XIV aveva originariamente deciso di festeggiare il primo anniversario della sua elezione al soglio pontificio (che avvenne appunto il giorno della Supplica del 2025) -, nel fuori programma sul sagrato del Duomo di Napoli, ha voluto, con viso lieto, rivolgere il suo personale e sorridente “buongiorno” alla città, prima di baciare la reliquia prodigiosa, che lo ha accolto già ribollente. Una città che ha certamente consentito al Papa di superare anche una certa sua apparente timidezza, fino a fargli dichiarare di esser venuto tra noi, appunto, per “trovare questo calore che solo Napoli sa offrire”.
Mille culure e tanto calore, insomma. Anche nelle musiche del repertorio classico partenopeo, eseguito sia fuori il Duomo che al Plebiscito (che ha prevalso sullo stesso repertorio liturgico). Del resto, «una città che conosce la festa anche dentro le tempeste», come ha detto il cardinale Battaglia nell’Indirizzo di saluto in Duomo, non poteva che mostrare, appunto, calore e colori a volontà.
Colori di gente comune, che sa anche evidenziare il meglio della propria tradizione (e folklore) popolare, nonché della sua devozione verso il sangue ribollente del santo nostro: Ianuarius episcopus et martyr, il cui prodigio la città attende tre volte l’anno, oltre ai fuori-programma (come questo della visita del Papa). I colori e la devozione del popolo santo di Dio, che è nell’arcidiocesi di Napoli, come ha detto il cardinale Battaglia, mostrano, appunto, «una fede concreta, impastata di gesti semplici: una candela accesa, una preghiera sussurrata, una processione, un segno di croce fatto passando davanti a una chiesa. Una fede che forse non sempre trova le parole giuste, ma sa affidarsi. Che cade, si rialza, e continua a cercare. Una fede che, anche nelle contraddizioni, non smette di credere che Dio cammina dentro la storia».
Una fede popolare che, anche quando invoca la Madonna, come ha fatto il cardinale in piazza, lascia impliciti sia il Padre dei cieli che Cristo, per rivolgersi soltanto alla “Madre nostra, Maria, Donna del cammino e volto di tenerezza”. Pure il pennello della devozione popolare si muove lungo la tavolozza dei colori di “questa Napoli dai ‘mille colori’”, ora divenuta città dalla tavola imbandita, in linea con la speranza che “diventi finalmente un’unica tavola dove nessuno è escluso, dove la speranza non è un’attesa vana, ma un cantiere aperto”.
- Quale “cartolina” di Napoli e dell’arcidiocesi?
Il cardinale Battaglia, nel saluto di piazza Plebiscito, ha detto a papa Prevost che la città «oggi non Le consegna una cartolina». Una realtà, non una cartolina, insomma. E tuttavia, i colori e le attualizzazioni del brano biblico dei discepoli di Emmaus (Luca 24,13-53) – un testo evidentemente concordato dall’arcidiocesi con la santa Sede, a cui Leone XIV ha fatto esplicito riferimento già in duomo, e che l’azione scenica di piazza Plebiscito ha voluto, appunto, riprendere e quasi teatralizzare) – hanno finito per ri-consegnare identica.
Forse più una “cartolina” che una realtà concreta. Ancora una volta, tra i pur mille colori, hanno forse finito per prevalere quelli di un ideale tratto pittorico di una magnifica gente, pur sempre dal cuore largo e dalla fede antica?
Certo, una città – come ha sintetizzato lo stesso Papa Leone, rivolgendosi ai preti in duomo -, che vuole, comunque, rinascere. Lo aveva auspicato già negli anni dal 1993 al 2000, al tempo del cosiddetto rinascimento bassoliniano. Lo aveva declinato, sotto il cardinale Sepe, al tempo dello speciale Giubileo per Napoli, alla cui conclusione, nel dicembre 2011, ci venne detto: «Un nuovo cammino di speranza, di solidarietà e di collaborazione responsabile che dia al nostro popolo il coraggio e l’entusiasmo di realizzare un profondo cambiamento civile, culturale e religioso».
Tutto questo oggi si ripete, mentre la città viene descritta come ancora «segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari». Neapoli resurgentes: i cristiani della città e del suo hinterland diocesano stanno davvero risorgendo? È il laicato dell’Arcidiocesi che, numericamente, ha prevalso, sia in Duomo che in piazza Plebiscito, anche se occorre ricordare che il territorio diocesano comprende non solo la città di Napoli ad eccezione dei quartieri occidentali (che appartengono alla limitrofa Diocesi di Pozzuoli), ma altresì i comuni di Afragola, Arzano, Boscotrecase, Calvizzano, Casalnuovo di Napoli(in parte anche Diocesi di Acerra e Diocesi di Nola), Casavatore, Casoria, Cercola, Ercolano, Marano di Napoli (in parte anche Diocesi di Pozzuoli), Massa di Somma, Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Pollena Trocchia, Portici, Procida, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, Torre del Greco, Torre Annunziata (in parte anche Diocesi di Nola), Trecase, Villaricca e Volla. Un popolo sterminato, insomma, che non poteva essere contenuto negli angusti spazi della cattedrale o nei pur migliaia di posti a sedere al Plebiscito.
Nelle ancora fitte trame di buio, come in sintesi ci è stato ripetuto, una città/popolo resiste, in quanto pur sempre in grado di accendere una luce. Le note di Ennio Morricone e di Renato Carosone nell’attesa della papamobile e, poi, la voce di Eduardo (dal celebre monologo inserito nello sceneggiato RAI del 1963. Peppino Girella) hanno continuato a insistere sul colore della resilienza (una “città che resiste e non si arrende”, ha ripetuto il sindaco Manfredi).
Ed ecco ri-emergere il colore di un popolo che, minimizzando perfino le tragedie, cerca comunque di risorgere sempre da capo dalle proprie ceneri. Una sirena spiaggiata, certo, questa nostra Partenope; ma pur sempre in grado di rivivere ben oltre i suoi 2500 anni (molti di più, se si contano gli anni di Palepoli, prima di Neapoli). Tra il mare e il fuoco, ha chiosato a effetto nella sua testimonianza, la giovane Rebecca, si potrebbe dar luogo a un ambiente nel quale «si può scegliere ogni giorno da che parte stare. Io ho scelto di stare dalla parte della vita, della cura, della bellezza che non resta ferma, ma genera futuro».
Solamente vita, cura, bellezza e tradizione (come quella dei pastori e degli artisti di san Gregorio Armeno, la pizza sul lungomare e le brevi pause in santa Restituta o nella Basilica di san Francesco da Paola)? Appare evidente che si è preferito insistere sui colori della capacità di rinascere sempre da capo dalle proprie ceneri, come la fenice, o come il pavone, ammirabile nell’arcosolio del livello inferiore delle catacombe di san Gennaro. E tutto ciò nonostante la presa della malavita, sia organizzata che “a caso”; nonostante i colpi sparati sulla propria persona, come ha ricordato Flavio Varrella senza rancore, mentre era a far rifornimento a una pompa di benzina il 29 marzo 2023.
Non si può far altro che registrare la “costruzione” di quest’immagine di Napoli – la Napoli, che insieme, vive il tempo della pace e della festa -? Com’è stato notato, un’immagine, questa, che rischia forse di enfatizzare più qualche aspetto oleografico che i tanti altri fattori e processi, culturali e innovativi, che intanto caratterizzano tutte le altre infinite anime del medesimo hinterland. Per esempio, quelle capacità di contaminazioni culturali – appena accennate dal sindaco Manfredi -. O anche la ricerca e la cultura alta, che da noi si esprime anche in ambito teologico (ma, ahimé, nessuno ha citato la Facoltà di teologia di Capodimonte, che pure ebbe i suoi esordi nell’Università voluta da Federico II e che, nello Studio domenicano di Napoli, vide in cattedra Tommaso dei conti d’Aquino e, nel Rinascimento, ospitò lo studente di teologia fra’ Giordano Bruno).
Anche se in un “tempo molto breve ma molto significativo”, come abbiamo ascoltato prima dell’incontro in duomo da Papa Leone, da questa prima breve visita del Pontefice americano ci è stato restituito quanto chi l’ha invitato gli avrà certamente segnalato nelle schede preparatorie. Perciò, non si è potuti andare al di là della Napoli «città, ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche»: antichi tratti della cartolina tradizionale, che raffigura un popolo gioioso pur tra tante fatiche, con gioia e allegria utilizzabili come delle “risorse”.
E tuttavia, i chiaroscuri si sono visti tutti: per esempio nell’incontro che doveva essere con il Clero e i Consacrati. Abbiamo contato i vescovi (quanti emeriti nel territorio diocesano!); un’esigua porzione di clero (non ne abbiamo contati quanti, invece, ne riferisce l’Annuario pontificio, che inventaria ben 405 sacerdoti secolari e 330 sacerdoti degli ordini religiosi); una parte dei consacrati e delle consacrate dell’intera diocesi, ogni giorno alle prese, com’è stato ben ricordato dal sindaco Manfredi, con “ferite delle periferie, della povertà educativa, del disagio giovanile, della disoccupazione, delle nuove esclusioni”.
- Segnali di speranza
«Bagnata dal mare e baciata dal sole» (testuali parole del Papa sul palco di piazza Plebiscito), la città di Napoli, in ogni caso, non è apparsa soltanto «una… che spesso cammina stanca, disorientata e delusa». Papa Prevost lo ha potuto direttamente constatare lungo la lenta camminata della cosiddetta papamobile, sia verso il Duomo, che verso la piazza dell’incontro con la città, nonché dal Plebiscito alla Rotonda Diaz. Egli non ha incontrato neppure na carta sporca (grazie alle pulizie straordinarie dei giorni immediatamente precedenti, ma noi ostinatamente speriamo che lo straordinario diventi ordinario e quotidiano).
E tuttavia, al di là dei testi pronunciati, delle canzoni e delle musiche eseguite, tutti abbiamo potuto sentire non soltanto a voce de’ criature, o le speranze che la Chiesa istituzionale affida a una nuova imprenditorialità ispirata alla logica del museo diffuso. Ma altresì le voci del paradosso socio-economico del cosiddetto overtourism, parola di papa Prevost: «Un drammatico paradosso: alla notevole crescita di turisti fatica a corrispondere un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità sociale. La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone».
Sembra il disegno di una nuova Rerum novarum, che a sua volta sembra far eco all’enciclica ottocentesca del tredicesimo papa di nome Leone. La “ricetta” di speranza sociale del Leone attuale è chiara, anzi potrebbe diventare addiritura un programma per le politiche regionali e comunali: «La giustizia, la verità, la bellezza si facciano largo tra le strade, nelle istituzioni, nelle relazioni». Se, tuttavia, le «persone non devono restare isolate», anzi il loro impegno deve pervadere «il tessuto profondo della città, c’è bisogno di creare una connessione, di lavorare in rete, di fare comunità».
Tanta roba per la progettualità socio-plitica, ma anche per un eventuale nuovo processo ecclesiale sinodale per Napoli.
