1. Conservare i nostri habitat naturali e accogliere persone

Non saprei quanti conoscono Rete Natura 2000. Come scriveva qualche anno fa un ingegnere ambientale, Giuseppe Cutano, Natura 2000 è il principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario. Una rete ecologica non si limita alla flora e alla fauna. Non può lasciare indifferente la gente, soprattutto non può lasciare indifferenti i credenti che, fin dalla Laudato si’ di papa Francesco, hanno percepito il profilo, anche teologico, della questione ambientale e, in particolare, della salvaguardia del creato. Lo ricordai qualche anno fa – purtroppo ancora inascoltato -, anche alle autorità accademiche della nostra Facoltà di teologia dell’Italia meridionale: bisognerebbe creare almeno una Licenza specializzata in teologia sui temi ambientali e territoriali, tra i quali brillano quelli del decremento demografico del Sud e della crisi delle cosiddette aree interne. Tenendo conto soprattutto della enciclica di papa Francesco, Laudato si’ (24.5.2015), bisognerebbe, infatti, approfondire con gli studenti e i futuri presbiteri, la convinzione che la fede cattolica – creduta e pensata nelle discipline storiche e teologiche -, rappresenta un messaggio fondamentale per cogliere le motivazioni e le esigenze da apportare nel contesto e nel territorio attuale.

Tuttavia, tutte le riflessioni, che occorre finalizzare, come suggeriva già papa Francesco, alla costruzione di una ecologia integrale, devono sempre meglio considerare che cosa sta davvero accadendo ai territori della nostra casa comune. Il Sommo Pontefice, infatti, affermava: «Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità. Per questo, prima di riconoscere come la fede apporta nuove motivazioni ed esigenze di fronte al mondo del quale facciamo parte, propongo di soffermarci brevemente a considerare quello che sta accadendo alla nostra casa comune» (LS, n. 17).

Nella casa comune, nei nostri habitat, nelle nostre aree interne – come ci ricordano gli studiosi di biotecnologie (me lo ha ricordato, tra gli altri il prof. Donato Matassino, già docente della nostra Facoltà di agraria) -, si riflette sulla zootecnia estensiva: se correttamente pianificata e condotta, questa potrebbe rappresentare uno strumento concreto per la gestione e la conservazione di cosiddetti habitat seminaturali: ovvero di quei territori, molto presenti nelle cosiddette aree interne della Campania e del Sud, che non sono completamente selvaggi; e tuttavia, la loro esistenza ed equilibrio dipendono in modo determinante da una gestione o da un’attività umana tradizionale e a bassa intensità. In tali contesti, la presenza degli allevatori e il pascolamento controllato portebbe concorrere al raggiungimento degli obiettivi di conservazione, al mantenimento dei mosaici paesaggistici, alla prevenzione dell’abbandono e alla gestione attiva del territorio. 

Non è, dunque, urgente, anzi necessario, studiare (anche dal punto di vista della formazione teologica) delle forme di collaborazione stabile tra aziende zootecniche, enti gestori, comunità locali, servizi tecnici, mondo della ricerca, cittadini e loro animatori spirituali?

  1. “Applicare” il Vangelo alla trasformazione della società

Tutto questo discorso, in apparenza, sembrerebbe dover interessare soltanto specialisti e politici e non anche i cristiani o gli esponenti dell’episcopato cattolico. Alcuni, purtroppo, ancora ritengono che il clero dovrebbe, tutt’al più, guidare delle celebrazioni delle tradizioni contadine, magari inventandosi qualche benedizione di campi e animali, in uno dei tanti giorni di festa che ancora resistono nelle zone agricole e nelle aree interne: da Sant’Isidoro l’agricoltore (patrono dei contadini e protettore dei raccolti); a San Benedetto da Norcia, che ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere e promuovere la cultura agricola in Europa; da San Leonardo, invocato per scongiurare la grandine; a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e degli allevatori all’inizio dell’annata agricola; fino a San Biagio, protettore della gola e dell’agricoltura e San Martino di Tours, ricordato l’11 novembre, giorno in cui si chiude l’annata agricola, si rinnovano i contratti e fermenta il vino novello…

In molti, poi, pensano ancora che l’impegno sociale e politico – anche quello a favore della terra e delle zone agricole – sia solo dei laici e non anche dei membri del clero e dell’episcopato. Eppure l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium – promulgata da papa Francesco il 24.11.2013 -, lamentava chiaramente la carenza di formazione del laicato (formazione che dovrebbe essere svolta da parte del clero e dei catechisti!), fino al punto che il loro «impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società» (n. 102). 

Se i preti, prima degli altri, devono annunciare il Vangelo a tutti, ecco che proprio «dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice» (n. 178). 

Insomma, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi davvero il cuore delle persone, delle strutture e delle istituzioni. Certo, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica, «non spetta ai pastori della Chiesa intervenire direttamente nell’azione politica e nell’organizzazione sociale. Questo compito fa parte della vocazione dei fedeli laici, i quali lavorano di propria iniziativa insieme con i loro concittadini» (n. 2442). Ma, come già si leggeva nel Direttorio vaticano per la vita e la missione dei presbiteri (14.1.2013): «il sacerdote ha una particolare responsabilità di spiegare, promuovere e, se necessario, difendere – sempre seguendo gli orientamenti del diritto e del Magistero della Chiesa – le verità religiose e morali, anche di fronte all’opinione pubblica e addirittura, se si possiede la necessaria preparazione specifica, nell’ampio campo dei mass-media» (n. 44).

Ecco, allora, perché, del territorio e dei suoi problemi, s’ interessano sempre di più anche i vescovi della Chiesa cattolica. Alcuni di loro li abbiamo visti, nei giorni scorsi, partecipare in prima persona a Castelvolturno, alla manifestazione nazionale contro l’ubicazione di un CPR (= Centro per il Rimpatrio). L’intento principale non era quello della salvaguardia di quel determinato habitat (che, pure, esige di esser salvaguardato, al pari di tanti altri, soprattutto se endemicamente inquinati); ma i vescovi, insieme con il Presidente della Regione Campania, volevano diventare come il simbolo e il fulcro di una più ampia azione di evangelizzazione, finalizzata a una coscientizzazione morale nazionale. Ci hanno, insomma, voluto ricordare che, proprio in quel territorio di Castelvolturno lungo 27 chilometri di strada, risiedono circa 30.000 abitanti, tra i quali si registra la più alta concentrazione di popolazione migrante in Italia (18%). A molta di questa gente, del resto, già prestava attenzione il Centro Fernandes: una struttura di Prima Accoglienza per Immigrati, inaugurata, già nel 1996 dall’Arcidiocesi di Capua, sotto la guida dell’allora arcivescovo Mons. Luigi Diligenza e del direttore della Caritas diocesana, Mons. Andrea Riccio. A  favore di chi lavora per lo più come bracciante, spesso schiavo di un sistema economico che ruota attorno al caporalato, non si attenderebbe che un potere governativo pensi, prima di tutto, ad aprire un CPR, ovvero un Centro di Permanenza per il Rimpatrio: una vera e propria struttura di detenzione amministrativa, questa del CPR di Castelvolturno, dove verranno rinchiusi quei cittadini stranieri, provenienti dai Paesi non UE, sprovvisti di documenti di soggiorno, in attesa che venga eseguito un provvedimento di espulsione. Diversi da un Hotspot (come quelli di Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto, che gestiscono i grandi arrivi di persone migranti), o da un Centro di accoglienza (struttura che fornisce alloggio temporaneo e una prima accoglienza a richiedenti asilo e rifugiati, in attesa che le loro domande di protezione internazionale siano valutate dalle autorità competenti), un CPR – come quello contro cui sono andati a manifestare anche i vescovi campani – sono destinati a persone che non hanno commesso un reato penale, ma un illecito amministrativo.

  1. Urge un’ampia riflessione pastorale sul mondo agricolo e sulle aree interne del Mezzogiorno

Quello di Castelvolturno, coi suoi più recenti problemi, è uno delle zone delle cosiddette aree interne. Le ricerche ISTAT ci ricordano che le Aree interne comprendono oggi oltre 4mila Comuni italiani, il 48,5% del totale: si tratta di territori fragili nei quali i fenomeni demografici, come l’invecchiamento della popolazione e l’abbandono dei territori a causa delle migrazioni, sono esacerbati rispetto al resto del Paese e la cui analisi può essere d’ausilio come strumento di programmazione. Al Sud, poi, la perdita di popolazione adulta e giovanile – anche di laureati – è più intensa rispetto a quella delle Aree interne di Nord e Centro Italia, mentre le previsioni sul futuro demografico, aggiornate al 2023, confermano il declino della popolazione italiana nel breve e medio periodo. Ecco perché oggi, al di là del CPR, alla Chiesa e ai suoi pastori (i quali ben sanno che non compete loro di sostituirsi a politici e decisori) interessa non distogliere lo sguardo, ovvero di dare voce a chi rischia di non essere ascoltato; ovvero di promuovere il dialogo, ricordando di nuovo a tutti che il bene comune non può essere costruito lasciando indietro le persone e i territori più fragili.

Ci spieghiamo, così, meglio l’orizzonte nel quale va situato anche il potente intervento del vescovo di Ariano Irpino, Sergio Melillo, dedicato proprio alle aree interne, intitolato La terra del Sud, una speranza da custodire. Riflessione pastorale sul mondo agricolo e sulle aree interne del Mezzogiorno (21 ottobre 2026, 10 pagine). Si tratta di un notevole e preoccupato punto di vista di un Pastore: «Le aree interne non sono soltanto luoghi periferici: sono territori con storie, culture, competenze e risorse che possono contribuire al futuro dell’intero Paese» (p. 6). Prima d’intraprendere un’azione, pur necessaria, di ripopolamento delle aree interne, mons. Melillo pone al primo posto il compito di promuovere un ripopolamento delle idee: «La custodia della terra e la custodia dell’umanità sono, in definitiva, due dimensioni inseparabili della stessa responsabilità. Prendersi cura dei campi significa prendersi cura di chi li lavora; sostenere i giovani significa rendere possibile la continuità delle comunità» (p. 9).

Melillo non parla da solo, ma dà voce a un’azione comune, anche politica, dei vescovi campani: «Questa consapevolezza si è fatta voce comune nella Lettera aperta al Governo e al Parlamento sulle Aree interne, sottoscritta dai vescovi riuniti a Benevento nell’agosto 2025. In quel documento abbiamo espresso la preoccupazione per l’allargarsi delle disuguaglianze, per le nuove solitudini e per il rischio che lo spopolamento venga considerato un processo ormai irreversibile. Come vescovi e pastori, non possiamo rassegnarci a una prospettiva nella quale intere comunità siano accompagnate verso il declino, quasi che il loro svuotamento rappresenti un destino inevitabile. Non possiamo accettare che la distanza dai grandi centri diventi una condanna alla marginalità» (p. 4).

  1. I punti-forza per una nuova riflessione politica ecclesiale

La domanda essenziale, che proviene dal mondo agricolo campano, riguarda, come scrive il vescovo di Ariano Irpino, la correlazione tra persona umana e lavoro: «Anche il mondo agricolo ci pone davanti a questa domanda essenziale: quale valore attribuiamo alla persona quando il suo lavoro viene misurato soltanto in termini di costi, produttività e competitività? L’agricoltore non è un semplice operatore economico, né la sua fatica può essere ridotta a una voce di bilancio. Attraverso il proprio lavoro sostiene la famiglia, contribuisce a nutrire gli altri e partecipa alla costruzione della vita comune». Se «attraversando le strade dell’Irpinia e delle nostre splendide terre del Sud, lo sguardo incontra colline generose, vigneti, uliveti, pascoli e piccoli borghi raccolti intorno ai loro campanili, dietro i quali si celano case vuote e anziani soli», dietro tutta questa bellezza, si dovrebbe scorgere la «bellezza che racconta la tenacia di generazioni che hanno saputo abitare territori non sempre facili, trasformare la fatica in lavoro, la povertà in ingegno e la fedeltà alla propria terra in una forma concreta di speranza». A questo scopo, viene suggerita una vera e propria rivoluzione di prospettiva: «Non possiamo guardare al mondo agricolo soltanto attraverso le categorie della produzione, dei costi e dei mercati. Insieme alla terra, rischiamo di perdere un patrimonio umano, culturale e spirituale che appartiene a tutti». 

Se occorre riconoscere, nella terra, non soltanto una fonte di sostentamento, ma un dono affidato alla responsabilità della persona umana, ecco che la riflessione non può che diventare, inevitabilmente, sociale e politica, come del resto stiamo verificando anche nelle manifestazioni popolari autogestite di questi giorni: «L’aumento dei costi di produzione, dai carburanti ai fertilizzanti, dalle sementi all’energia, si accompagna spesso a prezzi riconosciuti ai produttori che non compensano adeguatamente le spese sostenute e il valore del loro lavoro». Del resto, troppo spesso il reddito riconosciuto a chi coltiva la terra non è proporzionato alla fatica del lavoro, agli investimenti necessari, ai rischi affrontati e al valore dei beni prodotti… Ne nasce una vera e giusta domanda politica e religiosa di giustizia, che interroga soprattutto le aree interne: «Può dirsi davvero giusta una società nella quale il lavoro di chi produce il cibo indispensabile alla vita non garantisce un reddito adeguato per vivere?». Il settore attraversa, infatti, una condizione di crescente difficoltà. Tra i principali fattori critici, figurano le carenze infrastrutturali, la ridotta disponibilità di manodopera, i conflitti nell’uso del territorio, la predazione e, più in generale, le interazioni con la fauna selvatica, nonché le difficoltà di accesso ai servizi veterinari e tecnico-assistenziali.

E a tutto ciò, si addiziona lo spopolamento, che mons. Melillo non teme di denominare dramma dello spopolamento. Nei nostri paesi, del resto, la partenza di tanti giovani non è mai soltanto una vicenda individuale. Ogni giovane che se ne va porta con sé energie, competenze, desideri e possibilità di futuro. Quando partire diventa una necessità anziché una scelta, siamo davanti a una questione non solo delle aree interne di una Regione, ma una questione meridionale, nel senso che coinvolge non soltanto il Sud, ma l’intera comunità nazionale. Lo verificheremo a breve, anche dai risultati dell’imminente Censimento: dal 5 ottobre, infatti, ha preso avvio la fase di raccolta diretta dei dati del Censimento permanente della Popolazione e delle abitazioni, che nell’edizione 2026 coinvolge 2.529 Comuni e circa 1 milione di famiglie.