Era l’ormai lontano 1963 quando Gino Paoli offrì agli italiani rinati con il boom economico una melodia e delle parole, che sono divenute nel tempo un sentimento intramontabile e condiviso tra le generazioni. Il sapore del mare è un gusto del vivere, che viene quasi spontaneo ad un popolo di naviganti come il nostro insieme a quanti, a latitudini diverse, , si sono intestati la dignità marinara al di là delle differenze storiche e culturali. È questo sodalizio del mare che ha ispirato usi e tradizioni, dove silenzio e coraggio, sole e sale si sono impressi come una traccia indelebile della pelle e del cuore. Il sapore del mare certamente privilegia il gusto spiccato del sale, candido alla vista ma respingente al palato, avendo il potere di legare il mare agli usi sacrali e abituali praticati sulla terra. La sua scoperta, infatti, ci riporta all’era Neolitica (10000 a.C.), quando le popolazioni divenute sedentarie (intorno al 6000 a. C.) avvertirono la necessità di conservare cibi e il sale si manifestò utile allo scopo con la pratica rivoluzionaria della salagione. Fu proprio la necessità di integrare il sodio mancante nella dieta vegetale, che favorì il commercio e l’iniziale contatto tra le popolazioni. Ancor prima che le tradizioni popolari del Sud Italia lo adottassero nei rituali contro le influenze malefiche, il sale ha avuto un suo impiego religioso sin dai tempi dei Babilonesi e allo stesso modo degli Ebrei, a cui – come si racconta nel Libro del Levitico (cap. 2,13) – era prescritto di dover “salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio; sopra ogni tua offerta porrai del sale”. Presso gli Egizi, invece, veniva impiegato per la mummificazione dei morti, esaltando questo suo potere di sospendere il tempo nella regolazione dei rapporti tra cielo e terra, tanto che nel libro biblico della Genesi (cap. 19,26) la moglie di Lot che si attardò a guardare indietro divenne una statua di sale.
A conferma della sua fama e del suo diffuso impiego basti pensare che Plinio il Vecchio (400 a. C.) gli dedicò ben sette capitoli della sua Storia Naturale e Gesù il Nazareno ne nobilitò l’antico uso facendovi ricorso con una metafora riportata dal Vangelo di Matteo (cap. 5,13), che lo trasforma in un simbolo del senso e del significato: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Proprio l’estrazione e il relativo commercio del sale hanno collegato coste e città, unendo le saline ai percorsi fluviali dell’entroterra con l’intento di controllarne le rotte, come avviene nell’antica Roma con la via Salaria – il cammino del sale – che anche oggi ne traccia il tessuto urbano.
Il suo simbolismo universale è ben riposto nell’uso comune di parole, che appartengono a pieno titolo al nostro linguaggio. A. es., la razione di sale – o il denaro per poterne acquistare – è il salarium da concedere ai soldati romani, che oggi diviene il salario da riconoscere al lavoratore. Allo stesso modo, l’uso comune sulle nostre tavole di insalate non può che ricordarci come i Romani aggiungessero sale alle verdure crude, da cui il termine di salada.
La chimica del mare è, dunque, arte e saggezza del saper vivere in un tempo sottratto, sospeso e disponibile perciò a durare, ma sempre pronto a richiamare tutta la nostra attenzione, poiché tutto può diventare improvvisamente impegnativo e inavvertitamente “salato”. Non sarà certamente un caso, se la saggezza di un comportamento è metaforicamente ascritta all’ “aver del sale in zucca”.
Il sapore del mare adotta il linguaggio dei nostri sensi, trattenendoli senza escluderne alcuno, proprio come avviene con il suo ineguagliabile odore che entra nelle narici con un solo respiro. Quando ci si avvicina ad una linea di costa, infatti, la salsedine marina è un tutt’uno con l’aria che si trattiene, formando una cangiante miscela, in cui non c’è più solo sale, ma vi si riconosce anche respiri di alga, iodio, mirto, pino. Come scriveva nel 1987 nel suo romanzo “portolano” un illustre esperto della scrittura di navigazione come Predrag Matvejević (Mostar 1932 – Zagabria 2017), “gli odori del mare non sono gli stessi in ogni punto e in ogni momento, all’alba e all’imbrunire, nelle profondità e in superficie. Sono diversi quando il mare è calmo e quando è agitato; quando evapora per la calura e il vento o quando lo bagnano le piogge e l’umidità; quando si stende sui ciottoli o va a infrangersi sulle rocce; quando lo frustano la bora e la tramontana o lo fanno rotolare il levante e lo scirocco”.
Se è vero che l’esperienza della terra è il luogo della stabilità e del radicamento, della destinazione e della sicurezza con dei piedi ben messi, il sapore salato del mare e il suo odore cangiante si candidano a essere l’esperienza del suo continuo rovesciamento, lì dove tutto è inatteso e imprevedibile come un’epica metafora della consapevole incoscienza del vivere. Sarà per questo che il semplice sedersi su una scomoda seduta dinanzi al mare ha di per sé un prolungato valore terapeutico, fatto com’è di sguardi sconfinati tra le onde che si rincorrono senza mai poterle fermare o semplicemente contare. È questo un esercizio di analisi, a cui non bisogna sottrarsi ma è da compiere con la frequenza di un appuntamento complice. Si è seduti dinanzi al suo giudizio, infatti, come la convocazione di un appello a cui non si può mancare, facendosi specchio del vissuto e promessa di ciò che sarà. È una richiesta di profondità e di immersione, come lo è l’abisso delle acque e quello ancor più insondabile del cuore umano: è sorprendente, infatti, che mare e cuore condividano ilo stesso lessico dell’esplorazione, sfidando ciò che va oltre un’immagine da superficie sino all’oscurità dove la luce non vi penetra abitualmente. Immergersi nelle acque del mare e della memoria è, dunque, esperienza di rischio e di cambiamento, poiché il sapore marino del sale brucia e ripulisce; il suo odore ha saputo metabolizzare vita e morte; il suo abbraccio è accoglienza e pericolo come destino e libertà che si sfidano; è sicuramente balsamo di pensieri che sfuggono all’ovvietà del tumulto quotidiano, potendovi sostare più a lungo in ascolto di un silenzio mai apparso uguale.
Sarà così che il “sapore del mare” si esprime come un “sapere di mare”, un’intelligenza inusuale e non comune, sottratta com’è all’abitudine di sé e del vivere, che attraversa l’epica del mare tempestoso senza perdere la bussola sino all’abbandono della bonaccia che verrà. È un sapere fatto di coraggio e di attesa, di decisione e di pazienza, di saggezza e di novità in una logica degli opposti, che solo osservando la follia del mare sembrerà possibile sotto il cielo. La terra sta dinanzi agli occhi che scrutano l’orizzonte come un’ipotesi rassicurante e la promessa di un approdo, ma solo il mare ne sa rilanciare le onde del vivere senza mai diventare prigionieri della paura.
Il sapere del mare è quel mare d’origine e di destinazione dell’incontro che muove – per fortuna inspiegabilmente! – ognuno di noi, come nella poesia che riepiloga in versi la bella e drammatica storia di Ramòn Sampedro e a cui si è ispirato un bellissimo film del 2004 con la regia dello spagnolo Alejandro Amenabar:
Mare dentro, in alto mare – dentro, senza peso
nel fondo, dove si avvera il sogno: due volontà
che fanno vero un desiderio nell’incontro.
Sarà magari per questo – o forse non solo! – che “porto” e “porta” condividono la stessa radice come passaggio e ingresso, disegnando sia il luogo dell’approdo che quello della possibile destinazione. Nel porto tutto va e viene: è barche, è uomini, è merci, è etnie di umanità e tutto può sempre cambiare come le promesse da marinaio che possono ancora finire, perché si sa che loro sono “mascalzoni imprudenti con la vita nei calzoni col destino in mezzo ai denti”, come cantavano in tandem Lucio Dalla e Francesco De Gregori in un loro celebre successo del 1979.
Quando il porto si arrende alla terraferma, ogni porta apre al linguaggio potenziale della presenza a sé stessi, facendosi identità della propria storia secondo l’immagine di uno spazio divenuto appartamento familiare. Non è più solo la parola ultima di un attraversamento finalmente compiuto una volta per tutte, ma quello della promessa che si manifesta come una possibilità in uno spazio dove voler restare, senza potersi sottrare allo sguardo silente o fragoroso del mare che, come il sale, resta la sfida per ogni acquiescenza.
- Predrag Matvejević, Mediterraneo. Un nuovo breviario, Garzanti, Milano 1987.
