1. In alto colle, nei pressi di deserte solitudini di sabbia
«Gaza è città de la Giudea nel fine,/ su quella via ch’invêr Pelusio or mena,/ posta in un alto colle, ed ha vicine/ deserte solitudini d’arena;/ le quai, com’Austro suol l’onde marine,/ mesce il turbo spirante,/ e trova a pena l’incerto peregrin riparo o scampo,/ ne le tempeste de l’instabil campo». Quest’ottava rinascimentale è di Torquato Tasso, il cui arco cronologico (Sorrento, 11 marzo 1544 – Roma, 25 aprile 1595) ha a che fare con la stagione del re-inserimento del Regno di Napoli nell’orbita della monarchia ispanica. Prima con Ferdinando il Cattolico (1479-1516) e poi con il successivo inquadramento tra i domini del vasto impero ispano-asburgico del nipote, Carlo V d’Asburgo (Gand, 1500 – Yuste, 1558), re e imperatore, la famiglia di Bernardo Tasso, appare legata alle vicende del segretario del principe Ferrante Sanseverino (Napoli, 1507 † Avignone, 1568): principe di Salerno, conte di Marsico e duca di Villermosa, il quale ebbe, appunto, per segretario Bernardo, il papà di Torquato.
Torquato tasso, grande meridionale intellettuale moderno, insisteva, nell’ottava sopra riferita, sull’ubicazione di Gaza (un alto colle), in particolare sul turbinio del vento Austro (che spira da sud, caldo e umido), provocando terribili tempeste di sabbia in quelle zone, ieri come oggi. Parole rinascimentali le sue, che quasi preludevano alla tempesta di sabbia che, appena nel marzo scorso, provocò una violenta tempesta proprio nell’attuale Striscia di Gaza: soffiando tra le tende delle migliaia di sfollati, coperti sotto una fitta coltre di polvere che rese l’aria irrespirabile, si creò la condizione di u’atmosfera calda, polverosa e parzialmente nuvolosa.
Forse non molti avranno riconosciuto, nell’ottava di esordio sulla città della Giudea di cui parlava il poeta Torquato Tasso, la Gaza quale era descritta nella Gerusalemme liberata. Esattamente nel canto XVII,1, il poeta tratteggiava proprio la stessa città che l’intelligenza artificiale del Presidente degli USA – dopo averne autorizzato la distruzione attraverso le truppe sotto la guida del governo di Benjamin Netanyahu, che hanno riguardato il conflitto nella Striscia di Gaza e le aree limitrofe in Medio Oriente, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 -, ha oggi addirittura immaginato come un improbabile nuovo luogo di vacanza da nababbi: “Faremo di Gaza la riviera del Medio Oriente. La chiameremo Mar-a-Gaza. Ci saranno resort di lusso. Grattacieli. Mare fantastico, clima fantastico”. Insomma, un business immobiliare da miliardi di dollari, indotto da una guerra, non dichiarata, “di liberazione” (da chi? Da cosa?), che in molti continuano, invece, a ritenere ingiusta.
2. Esistono “guerre di liberazione”?
Il sorrentino Torquato Tasso già immaginava cosa significhi portare armati e guerre proprio da quelle parti intorno a Gaza, seppur in nome di un’azione di “liberazione”. Fin dal tentativo giovanile – intitolato Gierusalemme (opera composta nel biennio 1559-1560, ancora quindicenne, in appena 116 ottave) – Torquato immaginò, nel 1565, un’opera ambientata nella prima crociata, finalizzata alla liberazione di Gerusalemme, con una spedizione capeggiata da Goffredo di Buglione. Quello scritto epico tassiano, che voleva superare la furia dell’Orlando di Arisoto, fu chiamato, nel 1581, da Angelo Ingegneri – curatore di una delle prime stampe del poema eroico di Tasso -, con il titolo fortunato di Gerusalemme liberata. Ma poi il poeta di origini sorrentine, ripensa, rifinisce, riscrive… il poema epico, innalzandone il linguaggio poetico e lo stile, avvicinandolo ai poemi omerici (in particolare all’Iliade), soprattutto prestando maggior attenzione alle fonti storiografiche. Nelle diverse stesure poetiche, l’ambientazione resterà quella – già immaginata nel corso del 1095 (Concilio di Clermont) -, allorché il Papa Urbano II in persona aveva lanciato l’appello a liberare la Terra santa dalla conquista islamica, ripristinando il culto nei luoghi santi, con un misto di motivazioni religiose, penitenziali e difensive. Ma ormai il poeta rinascimentale, originario della bella Sorrento, va piegando i fatti storici alle esigenze della “sua” idea di poema epico o eroico, le cui caratteristiche egli aveva letto negli autori antichi.
Davvero, le parole vengono prima dei fatti: Autori, che parlavano anche di Gaza, ricompaiono nella mente fervida di Torquato. Autori, come Procopio di Cesarea nelle sue Guerre persiane, il quale aveva descritto proprio Gaza e il suo territorio; o come Polibio, che aveva tessuto l’elogio della relativa popolazione di Gaza (da Polibio denominata dei Gazei): «A me sembra giusto insieme e convenevole di rendere ai Gazei la meritata testimonianza. Imperocché quantunque nelle gesta belliche non sieno più valorosi degli altri abitanti della Celesiria, molto pertanto li avanzano nel coltivare le società». Tasso, pensando anche a Gaza e al territorio circostante, riusciva a mettere in versi memorabili le difficoltà che i crociati di Goffredo − aiutati dagli angeli di Dio − dovettero vincere, pur di riconquistare Gerusalemme e il santo Sepolcro, strappandolo ai musulmani guidati da Solimano – che erano raffigurati come assistiti, invece, dai demoni di Lucifero. Ne seguivano, nel poema tassiano, non solo tanti singoli atti eroici, ma anche tanti, tantissimi, massacri e sangue, quasi una furia epica, descritta con parole, ma avvenuta nei fatti: ed ecco «vincitrice la Morte errar per tutto/ vedresti ed ondeggiar di sangue un lago (Liberata IX,93, 1-4)». La violenza, il sangue e la morte erano, nell’universo della Gerusalemme di Torquato Tasso, oltre che delle ragioni ideologiche, nient’altro che violenza, sangue e morte. Davvero una furia, insomma, già per quei tempi moderni che rievocavano precedenti tempi medievali.
3. Epic fury?
La furia epica, reale e letteraria, non si ferma. Israele e Ismaele si fanno ancora guerra (come ha scritto Marcello Del verme, in Angeli su Israel e Ismael in attesa della pace (edizioni La Valle del Tempo, 2025). Oggi, in meno di tre anni, dobbiamo amaramente constatare che la folle guerra dei nostri giorni, nella striscia di Gaza e in tutto il vicino Oriente, ha cancellato decenni e devenni di sviluppo umano. Proprio intorno a Gaza, ha annientato vite, distrutto abitazioni, servizi essenziali, infrastrutture e legami sociali… cose che richiederanno generazioni per essere ricostruiti. Sono stati uccisi almeno 73 mila abitanti nella Gaza odierna (non solo palestinesi), i feriti sono 173 mila e 1,9 milioni di persone sono state ripetutamente sfollate. Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Ricordiamo che quella Commissione d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e su Israele, fu istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite il 27 maggio 2021, allo scopo di indagare su tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario e su tutte le presunte violazioni e abusi del diritto internazionale dei diritti umani.
Il Rapporto del 2026 mostra che l’uso della tortura e di trattamenti disumani e degradanti, inclusa la violenza sessuale e di genere, contro i bambini palestinesi, in particolare durante gli arresti di massa e in detenzione, è proseguito; anche dopo il cessate il fuoco, stabilito dal piano di pace per Gaza dell’ottobre 2025. Nel Rapporto, la Commissione invita, perciò, l’intera comunità internazionale a rispettare i propri obblighi legali e a chiedere la fine delle ostilità; invita Israele a cessare immediatamente di commettere violazioni e crimini contro i bambini, e a porre fine alla propria occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, in conformità con il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024. Frattanto, tanto sangue, tanta violenza e morti.
Quando infuria la follia bellica, inoltre, il conto ecologico (acqua, servizi igienici, vegetazione…) diventa spaventoso. In maniera reale, e non solo narrata. Già la Liberata di Tasso parlava di: «La cittá dentro ha lochi in cui riserba/ l’acqua che piove, e laghi e fonti vivi;/ ma fuor la terra, e ‘ntorno, è nuda d’erba, e non sorgono in lei fontane, o rivi» (IV,68). E non manca oggi il conto economico di quella che ormai appare una vera e propria devastazione di Gaza, senza precedenti: 71,4 miliardi di dollari (sette volte più del costo complessivo di tutte le precedenti ricostruzioni della Striscia di Gaza negli ultimi vent’anni). Basta scorrere il Report di Oxfam Italia – realizzato con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e il Palestine Trade Centre (PalTrade) -, per rendersi conto che una serie di consultazioni, tenutesi in tutta Gaza, hanno fatto emergere la richiesta al cosiddetto Board of Peace, presieduto dagli Stati Uniti, e ai leader mondiali, di adottare presto un modello di ricostruzione che, però, non sia guidato dall’esterno.
Si riuscirà mai ad operare per il riconoscimento della titolarità del popolo palestinese a guidare il processo in termini di visione, priorità e sequenza delle azioni, oppure si procederà come fecero un tempo i crociati occidentali, narrati poeticamente dal rinascimentale Torquato Tasso? Prevarrà la furia epica, ammantata di ragioni ideali? Ecco una domanda non soltanto storico-letteraria, ma di consapevolezza sociale. Per descrivere la città di Gaza nel Cinquecento, il grande letterato di origine sorrentina chiamava in causa la Musa: è lei la divinità ispiratrice, che gli dovrebbe consentire di ricordare «quale stagion, qual ivi fosse stato di cose, or tu mi reca a mente» (XVII, 3). In un canto della Liberata, Armida distrugge il palazzo, volando sul suo carro per raggiungere il castello sul Mar Morto, per poi portarsi fino a Gaza (XVI 68-75). Nel canto XIX della Liberata, Vafrino scoprirà proprio a Gaza la congiura contro il crociato Goffredo (XIX, 57-76). In seguito alla lettura del messaggio della colomba, infatti, Giovanni di Étampes ha consigliato a Goffredo di inviare una spia a Gaza, nell’accampamento di Emireno, il comandante degli egizi, e Tancredi ha proposto per la missione il proprio scudiero Vafrino: egli si mette subito in cammino verso il campo nemico; durante il tragitto, la spia cristiana incontra un egiziano, travestito da greco, che si stava recando al campo crociato per raccogliere notizie e, dopo averlo fatto ubriacare ed avergli estorto alcune informazioni, lo uccide (Conquistata, XVI, 71-90).
Mai contento del proprio poema, il letterato sorrentino – mentre vedevano già la luce di stampa alcune edizioni, da lui non approvate, va procedendo a revisione e integrazione della sua Gerusalemme. Sta costruendo quella che diventerà la Gerusalemme Conquistata: anch’essa sarà capace di apprendere, dalle gesta dei crociati, le grandi imprese, che avvengono dopo aver superato un percorso di traviamento e di redenzione: ecco il caso emblematico di Rinaldo, il paladino di fondamentale importanza per gli esiti della crociata, che si lascia distrarre dalla relazione con Armida. Qual è allora la grande differenza tra la Liberata e la Conquistata, si chiedono gli studiosi? Una prima risposta si può trovare nel Giudicio sovra la «Gerusalemme» riformata dello stesso Torquato Tasso, il quale segnalava che l’azione narrata, per essere perfetta, dev’essere tutta ed intiera, cioè non tralasciare alcuna parte dell’azione più illustre. Insomma, Torquato, nelle sue revisioni e integrazioni, non sembra tanto esser mosso da scrupoli etico-religiosi, bensì da motivi di carattere prettamente letterario e culturale: dare forma, questo l’intento finale, a un grande poema epico cristiano dell’età moderna.
Si badi bene: epicità, non furia epica: questo era l’intento del moderno Tasso. Un intento che certamente non è stato tenuto presente, nel postmoderno, da coloro che, il 28 febbraio 2026, negli Stati Uniti hanno voluto denominare Epic Fury (Furia epica) l’operazione di guerra i cui esiti sono ancora tragicamente in corso. Una furia folle, non liberante come pure voleva essere una crociata, che sciaguratamente avrebbe aperto, com’è avvenuto, il nuovo fronte degli attacchi americani contro obiettivi iraniani, condotti insieme con Israele. Epic Fury, ovvero operazione di guerra furiosa che non solo distrugge ecosistema e persona, ma va producendo gravissimi effetti economici: ecco la perdurante crisi energetica generata dagli attacchi e controattacchi, in corso nel Golfo Persico, e il blocco del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz e in altri delicati stretti di mare.
4. Un convegno internazionale a Sorrento
Dopo il dialogo tra il capitano crociato e i due paladini, le due Gerusalemme di Torquato Tasso (la Liberata e la Conquistata) – come si dirà nel corso del Convegno internazionale promosso a Sorrento città del Tasso il 6-7 novembre 2026 da Esse 85 (Istituto di cultura internazionaleTorquato Tasso, che opera in collaborazione con la Fondazione Ad Astra) – procedevano parallelamente: il canto X e il libro XI cominciavano con la descrizione della ritirata del turco Solimano, il quale cerca rifugio presso l’esercito egiziano, e del suo risveglio da parte del mago Ismeno (Liberata X, 1-14; Conquistata, XI, 1-22). È significativa la rappresentazione tassiana dell’itinerario seguito da quel re turco, in cui si rievoca la strada da Gerusalemme a Gaza: fatta lastricare da Salomone, essa porta alla colonna sulla tomba di Assalonne, al mausoleo della regina dell’Adiabene, Elena (Conquistata, X, 5-7). Tratta da Torquato Tasso dalle Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio (VIII, 187; VII, 243; XX, 94-96) e dal secondo libro biblico dei Re (2Re, 18,18), la Gaza antica e i suoi arenosi lidi venivano evocati più volte dal grande poeta sorrentino, che presentava la strategia del re d’Egitto: strappare la città e altri territori ai Turchi ottomani, in una guerra dura e sanguinosa tra difensori della cristianità (tra cui anche il valacco Vlad Tepes III, forse sepolto a Napoli) e difensori dell’Islàm: «Presa fu la città dal re d’Egitto,/ con altre molte, in lacrimosa guerra,/ quando a l’imperio già pe’ Turchi afflitto/ tolse gran parte de la Siria terra/ insino a Laodicea, sí com’è scritto,/ che d’alte mura s’incorona e serra;/ ma Gaza parve più opportuna parte da raccôr varie genti, e schiere sparte» (Liberata, XVII,2).
Certo, retorica bellica, scontro di civiltà e spettacolarizzazione della forza sono cose ben diverse agli occhi di chi rilegge i versi del Rinascimento e guarda i fatti tragici della contemporaneità. E tuttavia, quell’aggettivo epico della strategia geopolitica degli USA di oggi, insieme con il nome che Israele ha voluto dare alla propria operazione (“Leone Ruggente”, con un richiamo esplicito alla Torah) restano la prova che ogni Paese attinge sempre a un proprio immaginario culturale, anche nell’intento di costruire la cornice dentro cui la guerra “deve” essere percepita e giustificata. Le Chiese luterane in Italia ci hanno avvertito proprio ora: “Ogni epoca trova il suo modo di dare senso alla violenza. Il problema non è che ci siano giustificazioni. Il problema è quando le giustificazioni diventano così fluide da non richiedere più nemmeno di essere nominate. Quando la guerra smette di chiamarsi guerra. Quando ‘Epic Fury’ suona come il titolo di un film d’azione. Quando le parole hanno già fatto il lavoro prima che le bombe vengano sganciate” (Chiesa evangelica luterana in Italia, intervento del 25.3.2026).
Un’ottava della Gerusalemme liberata rinascimentale descriveva la rotta e il panico dei soldati nemici dopo un assalto a quei luoghi intorno a Gaza, pur evidenziando il coraggio di Lutoldo e Unichier. Il sangue non resta forse sangue, la violenza sempre violenza? La guerra non resta sempre guerra, nonostante le parole e i versi di ieri e di oggi, che cercano di tratteggiarla e narrarla? Non è un caso che Cesare Pavese, nel cap. XXII de La casa in collina, scriverà, a proposito della guerra di colore partigiano e dei “diritti” per farla e attuarla: «Se i partigiani requisiscono farina o bestiame, mio padre dice: – Non è giusto. Non hanno il diritto. La chiedano piuttosto in regalo. – Chi ha il diritto? – gli faccio. – Lascia che tutto sia finito e si vedrà, – dice lui. Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero».
