Nella notte di Halloween si accendono le luci nel buio tunnel di tenebrose e ancestrali repertori di paure e, soprattutto, si ridestano anche le polemiche. Al netto di un fatturato potenziale stimato in 300milioni di euro – ma che può spingersi sino ai 550 milioni se si considera l’indotto generato – questa festa ha colonizzato i riti legati alle festività cattoliche di tutti i Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, divenendo l’ennesima occasione per polarizzare la pubblica opinione in schieramenti. Da una parte, infatti, si appendono ovunque zucche vuote e bucate – che un tempo servivano solo in cucina o ad apostrofare chi non ritenuto troppo arguto  –  mentre si diffonde allegria mista a “scherzetti” con zombie redivivi, streghe e fantasmi, bianchi scheletri con pipistrelli svolazzanti e con un vasto repertorio di travestimenti con cui popolare la notte. Dall’altra, c’è chi ne fa l’occasione per denunciare l’ennesima colonizzazione sociale con l’importazione di riti e tradizioni anglosassoni, sino a denunciare i rischi di un’inconsapevole adesione a rituali esoterici, macabri e addirittura satanici. Insomma, si tratta di una festa che fa tanto guadagnare e tanto discutere, ma anche scoprire un varco simbolico e dei linguaggi d’oltretomba, che nutrono l’immaginazione e custodiscono domande. In questi casi, si scopre che i codici religiosi non offrono l’unico linguaggio legato ai temi del morire, con le sue ancestrali paure da esorcizzare, ma esiste una vasta letteratura che le ha progressivamente laicizzate, ripetendo al contrario un viaggio nel tempo sino a isolare un affollato pantheon di liturgie popolari e superstizioni ossessive. In un approccio “ereticale” e non dogmatico, l’anima popolare ha nutrito un immaginario pagano e rituale, che con la ripetizione di gesti ed usanze si è data risposte semplici a domande insopportabili e complesse come l’al di là e la morte.

Questo stile narrativo, capace di abitare un immaginario da paura,  ha avuto una funzione quasi terapeutica, riprendendo simboli e familiarizzando con linguaggi con cui avvicinarsi all’inconsapevole profondità di sé stessi. Come scrive Mary Shelley, introducendo il suo Frankenstein (1818), il suo romanzo era nato come una sfida tra amici per scrivere “una storia che si basasse su qualche evento sovrannaturale”; nell’edizione rivista del 1831, spiegò come si era impegnata “a concepire una storia che parlasse delle misteriose paure insite nella nostra natura, in grado di suscitare brividi d’orrore e capace di far sì che  i lettori avessero paura di guardarsi alle spalle, di far gelare il sangue e accelerare i battiti del cuore”. A conferma dei temi che verranno prediletti dagli sviluppi del romanzo gotico – cosiddetto per le ambientazioni in castelli medievali diroccati e in ambienti tenebrosi – il barone Étienne-Léon de Lamonthe-Langon anticipò nel 1825 l’intreccio tra passione di sangue e vampirismo con la sua La vampira ossia la vergine d’Ungheria. In quest’opera fondamentale per la letteratura gotica europea, recentemente riscoperta e per la prima volta presentata ultimamamente in traduzione integrale italiana, si “anticipa il vampirismo femminile, svelandoci i tratti più umani di una predatrice intrappolata nel proprio destino” (Luca Cena). Tanti anni prima della giovane Laura, protagonista del Carmilla (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu, o del celebrato Dracula (1897) di Bram Stoker, la fascinosa e vendicativa Alinska tiene insieme quel dissidio tra destino e passione, che trova nell’immagine del sangue “succhiato” come un’ingiusta privazione ma anche come un rituale di liberazione da conflitti interiori senza soluzione.

Nell’800 inglese, al razionalismo dell’età illuministica e alle forme bianche e lineari del neoclassicismo, si contrappose la riscoperta delle ambientazioni gotiche e medievali, da cui si svilupperà un vero e proprio gothic revival, che influenzerà lo stile e il gusto architettonico, diffondendosi ben presto in diversi paesi dell’Europa del nord sino a sbarcare anche in Italia. Ce lo ricorda visibilmente, tra gli altri capolavori, il celebre completamento della facciata del Duomo di Milano (1805-1813) per ordine di Napoleone. È da questa riscoperta emozionale che il comune immaginario verrà fortemente influenzato da una rinnovata sensibilità “gotica”, che in autonomia dal suo periodo storico medievale predilige un’estetica del notturno, sino a orientare e animare, a.es., il lifestyle degli anni ’80 del Novecento con l’essere goth. L’identità gotica di moda nelle fasce giovanili è un filtro estetico ed emotivo, un modo di stare al mondo, che non può essere confinata solo in una sua predilezione nella complessa ricerca identitaria della fase adolescenziale. La psicologia goth si alimenta di una sensibilità emotiva, in cui la morte, l’oscurità, la solitudine non suscitano paure dell’ignoto e dell’orrido, ma si stabilisce un rapporto significativo anche senza ricorrere alla tradizione di una simbolica religiosa. “L’interesse per temi come la morte non riflette ideazione suicidaria ma spesso una elaborazione filosofica matura della finitezza umana — ciò che i teorici chiamano memento mori awareness: la capacità di tenere presente la mortalità come stimolo a vivere con maggiore intensità”.

È in questo esercizio della scrittura, al confine tra interesse letterario e pratica terapeutica, che si colloca una prolifica creatività, in cui il riferimento al personaggio leggendario di Dracula, in realtà, fa da catalizzatore di diversi livelli d’interesse. Come avviene, a.es., con merito e grande abilità nell’ultimo romanzo del noto giornalista Marco Perillo, che da sempre ha oltrepassato ed esplorato i confini della cronaca con la capacità divulgativa di raccontare i segreti della Napoli storica. 

Nell’originale contesto partenopeo, infatti, la Città del sangue che si liquefa e ribolle, con le sue innumerevoli chiese abitate da purganti “anime pezzentelle”, vive perennemente in bilico tra esercizi architettonici di futuro e scavi nel suo gravido e tufaceo ventre. Nel suo paesaggio urbano parallelepipedi da grattacielo – per fortuna concentrati per lo più in un quartiere – affondano il peso della loro sfida al cielo in un fertile suolo vulcanico, in cui scale mobili da discese agli inferi – quando funzionano! –  oggi liberano non solo dal traffico con le Stazioni dell’arte, ma che potrebbero anche ispirare la pratica dei piani inclinati della memoria. Qui l’arte a noi contemporanea prova a far breccia nella meraviglia dei resti della Neapolis greco-romana sino a cavità tufacee da visitare – o solo per parcheggiare – senza privarci della suggestione di catacombe da attraversare all’ora dell’aperitivo. 

Marco Perillo esemplifica con talento e creatività questa complessità: con il profilo gentile e accurato della sua penna su un taccuino da giornalista d’altri tempi, non si concede agli eccessi del sensazionalismo o dell’esibita erudizione, ma trasforma la sua curiosità “investigativa” in un interesse formativo per tutti. Lo fa inaugurando una trilogia editoriale, che con Neapolis Arcana – grazie al meritorio sostegno dello storico marchio napoletano di Colonnese Editore – ci regala il suo atteso romanzo dedicato a Il Codice Dracula. Si tratta di una fatica editoriale preannunciata sin dai tempi in cui lo conobbi per il comune coinvolgimento nelle ricerche storiche sulla possibile sepoltura di Vlad III nel Complesso Monumentale di S. Maria la Nova a Napoli. Nel corso di più di un decennio, Marco Perillo ha accompagnato con sobria sollecitudine i ripetuti tentativi di offrire una traduzione plausibile del Codice La Nova, da me posto sotto i riflettori dal giungo 2014, aguruandomi che la Signora Turbolo dell’omonima Cappella sepolcrale non me ne voglia per il fastidio così “colpevolmente” arrecato. Il suo romanzo va letto come una libera trascrizione letteraria a quelle ricerche, che hanno poi consentito inaspettati incroci con le medesime investigazioni che dall’est europeo della Romania di Mircea Cosma hanno suscitato amicizia e scambio culturale tra Snagov, Napoli e Acerenza. Traccia ne è la stessa struttura narrativa, in cui l’Autore prova a distinguere e isolare i tre livelli della questione, riuscendo in un intento letterario e storiografico, in cui taluni si perdono nel labirinto delle congetture dettate da smemorato scetticismo o semplicemente per un’onesta diversità di opinione.

Gennaro De Simone – questa la trasposizione letteraria scelta dal giornalista nelle vesti di uno Sherlock Holmes partenopeo – si muove con scaltra agilità tra i vicoli e i luoghi della Napoli sempre antica, in cui, come in un perenne gioco degli specchi, l’immaginario da inferi di dantesca memoria genera suggestioni e miseri. Nella Napoli del 2014 del cronista del “Corriere del Mattino – come solitamente avviene in esordio a pagine di fantasia – il lettore è avvertito che “ogni riferimento a persone o fatti reali è del tutto casuale”, anche perché lo sviluppo sconfina costantemente tra l’ungherese Buda del 1477 con la prigionia di Vlad e la Dublino del 1876 del giovane critico teatrale irlandese Bram Stoker. Questi tre livelli del racconto – come i tre livelli di scrittura e di significato proposti dal traduttore romeno Christian Tufan, per decriptare l’epigrafe del Codice La Nova – si rincorrono tra storia, letteratura gotica e l’odierno tentativo di stabilirvi una connessione della memoria tra verità dei fatti e profondità onirica. A indicare la necessità e la pericolosità della discesa negli inferi della Storia e di sé stessi, ci pensa il misterioso Avetis, quando avverte che “a volte, dinanzi a situazioni estreme, occorre fare scelte estreme. Bisogna scendere a patti con il diavolo, allearsi con il drago che è dentro di noi. Altrimenti si rischia che il diavolo stesso ci faccia soccombere e, sconfitti noi, sarà sconfitto anche il Vero Dio. Per questo motivo, lo stesso Dio capirà”. Se necessario, dunque, bisognerà mettere nel conto di poter uscire dal proprio habitus, sino ad andare a cercarsi anche nella profondità degli inferi di sé stessi! 

L’originale romanzo storico e gotico di Marco Perillo è, dunque, anche l’esercizio della connessione e dello sconfinamento dei piani della memoria, in cui il tentativo di rendere abitabili le nostre consuete e umane paure non genera solo zombie e vampiri, ma anche storie di passione come per la giovane studentessa Stella Pinelli, ma di cui nulla si potrà ora svelare, perché, come per ogni storia che si rispetti, il finale lo si potrà scoprire solo accarezzando le pagine cartacee di un bel libro ispirato.

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  1.  https://quifinanza.it/lifestyle/halloween-quanto-spendiamo/1022190/
  2.  https://www.famigliacristiana.it/credere/halloween-origini-storia-significato-cristiano-g68jkrw5
  3.  Mary Shelley, Frankenstein, Gribaudo Milano 2023, 9-10.
  4.  Étienne-Léon de Lamothe-Langon, La vampira ossia la vergine d’Ungheria, Oblivium Edizioni, Vasto (CH) 2026.
  5.  https://www.goticomania.it/goth/essere-goth-oggi-psicologia-identita-stereotipi.html