Ho un marcato debito di riconoscenza nei confronti di un personaggio della storia dei viaggi del quale pochi conoscono l’esistenza e i meriti. Alludo al più affascinante tra i viaggiatori del Cinquecento, l’italiano Andrea Corsali, il cui nome compare anche nelle discussioni sulle prime notizie europee delle terre astrali. Ne tratteggio qui la figura che, mi piace credere, non annoierà nessuno.
Andrea Corsali nacque forse nel 1487 ed era ancora vivo nel 1524. Quando e dove sia morto, chissà!
Quando si parla di grandi viaggiatori e navigatori il pensiero va diritto a Marco Polo e a Cristoforo Colombo. Va benissimo, anche se per le mie conoscenze i loro meriti presso la storia sono enfatizzati all’eccesso.
Rifletto spesso su quanto siano stati il caso o la fortuna a determinare la gloria di tanti personaggi celebri. Ricordiamo i grandi ma dimentichiamo nelle pagine scure della storia nomi di navigatori ed esploratori che sono talvolta grandissimi, e forse anche più degni di memoria. Se di tanti sconosciuti fosse riconosciuta la rilevanza dei meriti, la loro fama oscurerebbe quella dello scopritore dell’America e del Viaggiatore veneziano. La gloria, ahimè, ha buona memoria per i nomi già stampati in grande.
Fra tutti gli ignorati protagonisti della conoscenza del mondo, mi limito a ricordare Andrea Corsali che nella schiera dei trascurati, più di tutti, avrebbe diritto a una distinzione particolare.
Di lui, gli addetti ai lavori sanno che è uno dei protagonisti dell’epopea delle scoperte del Cinquecento. Un secolo, questo, fremente di vita e di interessi, di uomini che presero a scrutare oltre gli orizzonti e a muoversi. Gli italiani soprattutto, di ogni regione, per nulla portati a condurre vite ritirate.
Così Corsali.
Fiorentino (quanto meno di adozione) al servizio dei Medici, fu un navigatore e un esploratore instancabile. Curioso di ogni sapere in maniera morbosa, mise da parte gli incerti dei viaggi di allora per dar sfogo alla sua smania di conoscenza del mondo e delle genti. Osservatore minuzioso nell’infinitamente grande del cielo stellato come nell’infinitamente piccolo della natura, era dotato di una cultura impressionante.
Attraversò l’Oceano Atlantico e l’Indiano, superò il Capo di Buona Speranza, percorse le coste dell’India e del Mar Rosso. Indagò nei costumi e nel passato delle genti con le quali venne a contatto. Portava con sé strumenti nautici e astronomici e, soprattutto, un’insaziabile curiosità.
Molti misteri avvolgono la sua vita e la natura degli incarichi che gli furono affidati dalla famiglia Medici. È certo che un personaggio così ha il potere di riempirti la testa di domande anche quando credi di conoscere tanto di lui.
Andrea Corsali ricevette da papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, una lettera di raccomandazione per l’imperatore cristiano d’Etiopia Dawit II. La lettera, redatta da Pietro Bembo, reca la data del 6 ottobre 1514. Il sovrano era un personaggio reale, sul quale l’Europa proiettava fantasie e leggende; la sua dinastia faceva risalire nientemeno che a Salomone stesso e alla regina di Saba l’origine della propria famiglia.
Dawit II (altri lo citano come David II), noto anche come Lebna Dengel, regnò dal 1508 al 1540. In Europa il suo regno veniva identificato con quello del leggendario Prete Janni, cercato durante il Medioevo dapprima in Asia e poi in Africa. È probabile che papa Medici avesse in mente un’alleanza tra la Chiesa di Roma e l’impero etiope contro le potenze musulmane. Nell’Oceano Indiano, tuttavia, il quadro era assai più complesso di una contrapposizione fra cristiani e musulmani: mercanti arabi, persiani, indiani e di altre provenienze percorrevano rotte antichissime, sulle quali i portoghesi stavano imponendo con le armi il proprio controllo. Venezia vedeva minacciati i rifornimenti di spezie attraverso il Mar Rosso e Alessandria. La nuova via del Capo spostava gli affari verso Lisbona.
Corsali avrebbe avuto il delicato incarico di favorire rapporti religiosi e commerciali con il potente imperatore africano per contenere la minaccia dell’espansione islamica.
Partì da Lisbona con una flotta portoghese e circumnavigò l’Africa. Della spedizione faceva parte anche il religioso Francisco Álvares, al seguito dell’ambasceria guidata da Duarte Galvão e destinata alla corte etiope.
Superato il Capo di Buona Speranza raggiunse le coste del Mozambico, dove i portoghesi avevano stabilito basi e fortificazioni. Corsali ricorda che questa terra era abitata anche da «uomini bestiali»: parole che rivelano i pregiudizi del suo tempo. Attraversò l’Oceano Indiano e raggiunse Goa e l’India del Sud. L’India lo incantò. In seguito esplorò le coste del Mar Rosso.
Navigò avventurosamente lungo le coste arabiche. Raggiunse isole strategiche lungo le rotte del Mar Rosso e del Golfo Persico. Visse combattendo fame, sete e disperazione. Partecipò con i portoghesi (non sappiamo con quale ruolo personale nei combattimenti) a spedizioni militari, distruzioni e stragi. Nella seconda lettera racconta il saccheggio e l’incendio di Zeila, porto sul Golfo di Aden, nell’odierno Somaliland, l’uccisione dei più vecchi e la riduzione degli altri in schiavitù. Lo racconta usando il «noi». Anche questo appartiene al suo ritratto. Gli strumenti per misurare il cielo convivevano con una sorprendente cecità verso gli uomini.
Andrea Corsali descrisse costumi e tradizioni religiose indiane navigando lungo la costa occidentale del subcontinente. Era intrigato dall’architettura dei templi e dalla religiosità complessa di cui erano espressione. Nelle sue lettere raccolse notizie su Ceylon, sul golfo del Bengala e sul Pegu, nell’attuale Myanmar. Progettava altri viaggi, anche per via di terra, con mercanti armeni cristiani. Quanto di quei progetti abbia realizzato resta incerto.
Il suo racconto si spinge oltre lo stretto di Malacca, fra le febbrili attività mercantili dell’Asia orientale. Ma occorre distinguere le terre che percorse da quelle di cui ebbe notizia. Le sue pagine allargano l’orizzonte fino alla Cina e alle isole delle spezie.
Contribuì a distinguere l’isola di Ceylon da Sumatra, spesso confuse dai geografi del suo tempo sotto il nome di Taprobana. Nella prima lettera aveva accolto l’identificazione con Sumatra; nella seconda la corresse a favore di Ceylon. Taprobana apparteneva già alla geografia antica: Strabone ne parlava riprendendo, fra gli altri, Eratostene. Corsali ebbe l’intelligenza di tornare sui propri passi. Per un esploratore, anche correggersi è avanzare.
Ceylon-Sri Lanka era nota anche come Serendip, nome di tradizione persiana e araba, ricondotto al sanscrito Siṃhaladvipa. Da Serendip nasce la parola serendipity (serendipità), coniata da Horace Walpole in una lettera del gennaio 1754. Indica la capacità di fare scoperte felici e inattese, per caso e per sagacia, mentre si cerca altro.
Delle peregrinazioni di Corsali restano molti tratti oscuri. Non sappiamo abbastanza dei suoi spostamenti, di come vivesse e dove. È ragionevole immaginare che, con lo spirito di adattamento proprio dei grandi viaggiatori, affrontasse difficoltà e rischi continui. Le terre di cui scriveva erano in parte poco conosciute agli europei, ma appartenevano a mondi popolati, percorsi da commerci e ricchi di una storia propria.
Mi piace pensare che, attraverso quelle esperienze, avvertisse quanto le distanze fra gli uomini siano piuttosto fra i luoghi di origine che nel comune sentire. È una riflessione che le sue pagine suggeriscono a me, pur con tutte le contraddizioni di chi viaggiava al seguito di una flotta di conquista.
Delle Molucche, leggendarie terre delle spezie, Corsali raccolse notizie che aprivano prospettive immense. Più a oriente collocò una «terra de’ Piccinnacoli», poi accostata alla Nuova Guinea. Il nome ha un curioso suono toscano e richiama gente di piccola statura. Nel passo, però, Corsali scrive «dicono»: riferisce una notizia, senza affermare di aver raggiunto quella terra.
A queste righe è stata collegata anche l’ipotesi che avesse raccolto un’eco dell’esistenza dell’Australia. Il riferimento rimane discusso: non dimostra che ne abbia visto le coste, né che abbia navigato nello stretto poi chiamato di Torres. La terra da lui evocata veniva addirittura immaginata congiunta al Brasile. Era un mondo che le notizie cominciavano ad allargare, mentre le congetture cercavano ancora di ricucirlo.
Questo avveniva agli inizi del Cinquecento, circa 250 anni prima che James Cook raggiungesse la costa orientale dell’Australia nel 1770. Il primo approdo europeo documentato sul continente risale però al 1606, con l’olandese Willem Janszoon. Per le popolazioni aborigene, naturalmente, quella terra era casa da decine di millenni. Corsali è ricordato in Australia soprattutto per la sua descrizione e il suo disegno della Croce del Sud. Un legame con quel continente che non ha bisogno di sbarchi immaginari.
Quei viaggi hanno dell’incredibile ancora oggi. Le difficoltà che il grande Fiorentino dovette superare e la tenacia con cui le affrontò ne fanno una figura mitica. Sovrumana. Solo con occhi di navigante e avendo davanti agli occhi una mappa delle rotte che percorse se ne può avere un’idea. Tante esperienze e osservazioni lo arricchirono di un sapere assolutamente unico per il suo tempo.
Nelle sue lettere indirizzate a esponenti della famiglia Medici, Corsali racconta con minuzia di dettagli e una scrittura ricca d’immagini le ricchezze dei paesi descritti: le spezie delle Molucche, i diamanti indiani, i rubini del Pegu, le perle di Ceylon e i frutti favolosi. Indugiò anche nel raccontare le malattie, gli stenti e le morti che accompagnavano quelle navigazioni.
Parlò perfino di una droga detta «amffiam, che nell’India è tenuta in grandissimo prezzo, la qual druga costumano gran parte de’ Gentili e Mori per lussuriare, perché è molto a proposito a levar il membro genitale». La identificava con l’oppio tebaico. «Gentili» erano qui gli abitanti di religione pagana, soprattutto gli indiani non musulmani; «Mori» designava genericamente i musulmani. Corsali riferisce un uso attribuito alla sostanza, senza che questo ne dimostri l’efficacia. Anche allora il commercio conosceva bene il valore delle promesse.
Un autentico reporter ante litteram come Corsali non temeva l’impego di parole non in linea con l’etica del linguaggio, così spesso aulico in quel tempo. Descriveva con i termini della lingua corrente, quelli più efficaci, ciò che riteneva fosse degno di essere raccontato. Le parole erano niente altro che lo strumento organizzatore di ciò che aveva visto.
A riprova di una straordinaria capacità di osservazione segnalò con singolare competenza nautica particolarità geografiche, orientamento di costellazioni australi, studi del cielo stellato, ubicazioni di porti, percorsi, rotte, latitudini e distanze in leghe marine.
Facendo mostra di grande sensibilità per l’arte, segnalò al suo destinatario, Giuliano de’ Medici – che fu poi pòapa col nome di Clemente VII – la bellezza di sculture in pietra scura lavorata con grande perizia. Era quello che rimaneva di un tempio induista nell’isola di Dinari, presso Goa, distrutto dai portoghesi per costruire la loro città. Corsali deplorò la rovina di quelle figure e si propose di inviarne qualcuna a Firenze. La sua ammirazione per la perizia militare dei conquistatori non gli impedì, almeno qui, di riconoscere la loro ottusità.
Mi consento qui una parentesi per ricordare che ho potuto personalmente ammirare anch’io la singolare raffinatezza della scultura indiana. Ne ho trovato una testimonianza magnifica a Somnathpur, o Somanathapura, nello stato del Karnataka. Qui sorge il tempio di Keshava, in scisto cloritico dalle tonalità anche verdastre, le cui finezze scultorie mi hanno lasciato senza parole. Di questo ho parlato in un video presente in rete al sito:
https://www.youtube.com/watch?v=W4hjFe34z1o.
A sottolineare la rigorosa capacità analitica di Corsali, devo aggiungere che descrisse anche due «nugolette» del cielo australe: quelle che oggi chiamiamo Nubi di Magellano, due galassie visibili a occhio nudo. La sua descrizione precede quella di Antonio Pigafetta, che le osservò durante la spedizione di Magellano (dal 1519 al 1522). Il nome con cui le conosciamo si affermò successivamente: sarebbe ingiusto accusare Pigafetta di aver sottratto il merito a Corsali. E sarebbe improprio parlare di una loro scoperta assoluta, dato che quelle luci erano già familiari alle popolazioni dell’emisfero australe.
Non mancano infine stupefacenti descrizioni astronomiche, di grande precisione per quel tempo, disegni di cieli stellati dell’emisfero australe e indicazioni ordinate di sconfinate costellazioni. Tutto sbalorditivo se si considerano l’esiguità degli strumenti di precisione a disposizione e la precarietà delle condizioni di vita in ambienti sconosciuti, quando non addirittura ostili, in cui Corsali dovette operare. Egli era indiscutibilmente dotato di un’esplosiva capacità deduttiva e di sintesi: sono i doni di intelligenze particolarmente scintillanti.
Ho studiato al Nautico, in tempi ormai lontani, il metodo del calcolo delle coordinate geografiche del cosiddetto «punto nave»: “formule brute” e artifici matematici, con tavole logaritmiche e calcoli trigonometrici. A distanza di anni, e di anni di navigazione, ancora non credo di avere le idee chiare in merito alla determinazione di detto punto. Per fortuna oggi abbiamo a disposizione i satelliti del GPS e telefonini che permettono di stabilire la posizione con una precisione, nell’uso comune, di pochi metri, senza più bisogno di sestanti e cronometri. Solo premendo un tasto.
Mi chiedo come riuscisse Corsali, con mezzi tanto limitati, a orientarsi e a raccogliere osservazioni così penetranti. La latitudine si poteva determinare dall’altezza del Sole e delle stelle; la longitudine poneva difficoltà ben maggiori. Dalle sue lettere non ricaviamo la prova che sapesse fissarla sistematicamente con grande precisione. Restano la sua perizia, la capacità di confrontare distanze e rotte, il coraggio di mettere alla prova le carte.
Per comprendere la difficoltà della cosa, occorre tener presente che una soluzione pratica e affidabile al problema della longitudine in mare si affermò soltanto nel Settecento. Un orologiaio inglese di nome John Harrison mise a punto, fra difficoltà di non poco conto e controversie di ogni sorta, strumenti capaci di conservare l’ora durante la navigazione. Il suo primo segnatempo marino fu completato nel 1735; le decisive prove del celebre H4 si svolsero negli anni Sessanta. Esistevano anche metodi astronomici: la soluzione con l’orologio non fu l’unica strada.
Nel 1714 il Parlamento britannico aveva messo in palio ricompense fino a 20 mila sterline per un metodo capace di determinare la longitudine in mare con la precisione richiesta. Il premio riguardava la soluzione del problema, senza prescrivere che fosse un cronometro. Confrontando l’ora locale con quella conservata da un buon orologio, riferita a un meridiano noto, si poteva ricavare la longitudine. Molto più tardi, nel 1884, Greenwich fu adottato come meridiano iniziale internazionale. Un invogliante libro che racconta la vicenda di Harrison s’intitola proprio Longitudine, di Dava Sobel. Si legge tutto d’un fiato.
Malgrado, dunque, nel Cinquecento si fosse ancora ben lontani dal disporre di un sistema pratico e affidabile per determinare la longitudine in mare, Corsali seppe confrontare le conoscenze antiche con le nuove esperienze di navigazione e segnalare errori nella geografia di Claudio Tolemeo. Non occorre attribuirgli la soluzione del problema della longitudine per riconoscergli questa indipendenza di giudizio. Alla trasmissione e alla deformazione delle conoscenze geografiche antiche Lucio Russo ha dedicato L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo. Le sue tesi sui rapporti con l’America appartengono al dibattito storico; il richiamo qui vale per la riflessione sulla fragilità del sapere tramandato.
Corsali ci ha lasciato una delle più antiche e precise descrizioni europee della Croce del Sud, accompagnata da un celebre disegno. La definì una «croce maravigliosa». Ne era stato affascinato e ne osservò il moto apparente intorno al polo celeste australe. Il merito è nella chiarezza con cui seppe riconoscerla, rappresentarla e raccontarla. Quelle stelle erano già conosciute ad altri osservatori, e da tempi remoti alle popolazioni australi.
Nei secoli successivi questa costellazione diventò un simbolo per diverse nazioni australi. La Croce del Sud compare infatti oggi sulle bandiere di Australia, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Samoa e Brasile, oltre che su quella del territorio dell’Isola di Natale. Sarebbe eccessivo ricondurre tutte queste scelte alla memoria di Corsali. Ma il suo disegno resta una testimonianza preziosa della storia europea di quel cielo.
Circa le conoscenze geografiche e nautiche di Corsali non smetteranno mai di stupirsi quelli che ne leggeranno le imprese. Le due lettere che scrisse ai suoi patroni Medici, pubblicate a Firenze nel 1516 e nel 1518, furono accolte nel primo volume delle Navigationi et viaggi dell’umanista e storico Giovanni Battista Ramusio, uscito a Venezia nel 1550. L’opera è reperibile gratuitamente in rete sul sito Liber Liber, che ospita pure un mio umilissimo scritto di tanto tempo fa dal titolo Santità!
Sugli ultimi anni del nostro Viaggiatore le notizie si fanno di nuovo esigue. Una testimonianza del maggio 1524 lo colloca a Barara, in Etiopia, intento a stampare quelli che la fonte chiama «Libri Caldei». È un indizio prezioso della sua attività tipografica, che lascia aperte molte domande sulla natura dei libri e sull’esito dell’impresa. Potrebbe essere rimasto in Etiopia fino alla morte. Del suo ritorno a Firenze e di un successivo studio di testi astronomici caldei e sabei mancano conferme sufficienti. Preferisco perciò lasciarlo dove lo raggiunge l’ultima notizia: fra i libri, ancora occupato a trasmettere conoscenza.
Un uomo di simile spessore merita, a mio avviso, di essere annoverato fra i viaggiatori più singolari di tutti i tempi. Per quel che riguarda noi italiani è importante non solo per le conoscenze quanto per la lingua con cui le rese patrimonio dei lettori.
Già il suo contemporaneo Giovanni da Empoli ne lodava la cultura, la competenza astronomica e cosmografica, la capacità di riferire con attendibilità. È un riconoscimento che viene da chi quei mari li conosceva e sapeva quanto costasse impararli.
Andrea Corsali mi entusiasma oggi come la prima volta che lessi le sue lettere. Posso solo esprimergli una mia ideale gratitudine per le ore di piacevole lettura che mi ha regalato con la sua scrittura, così fiorentina e suadente. Mi sono abbandonato a essa in sognanti fughe dalla realtà e continuo a farlo in queste giornate cupe, oppresse dall’ansia di guerre nelle quali la stupidità umana rinnova i propri fasti. Mentre i disastri s’infittiscono, lasciandoci appena il fiato per temere il successivo.
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Bibliografia essenziale
• Andrea Corsali, le due lettere dall’India, in Giovanni Battista Ramusio, Primo volume delle navigationi et viaggi, Venezia, eredi di Lucantonio Giunti, 1550. Le lettere erano già apparse separatamente a Firenze nel 1516 e nel 1518.
• Giovanni Corsi, «Corsali, Andrea», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 29, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1983.
• Dava Sobel, Longitudine. La vera storia della scoperta avventurosa che ha cambiato l’arte della navigazione, Milano, Rizzoli, 1996.
• Lucio Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Milano, Mondadori Education, 2013.
• Vittorio Russo, Pigafetta e Magellano. Un viaggio alla fine del mondo, introduzione di Franco Cardini, Sandro Teti Editore, 2023.
