Ferragosto arriva insieme al caldo asfissiante con la pressione di un Capodanno d’estate. Si è ormai spogliato di ogni pubblica convenzione della memoria collettiva dell’antica festa cattolica dell’Assunta, con cui si volle, invece, celebrare, con cattedrali e chiese dedicate, la vittoria apocalittica della Cristianità contro le incursioni di altre civiltà.  In un percorso al contrario della stratificazione bimillenaria del nostro calendario sociale, anche in questa occasione le date non perdono il rosso festivo, ma assumono significati unicamente ricreativi ormai semplificati come sono da belle e complesse tradizioni religiose. Ferragosto è, dunque, un tornante della stagione estiva, da cui per molti si comincia a contare il ritorno a casa e al lavoro. Le vacanze, infatti, sono come un buco nel tempo, come delle pagine da lasciare rigorosamente vuote in agenda, in cui il tempo non rischia di esaurirsi mai insieme alle forze, ma ha il respiro di uno spazio inaspettatamente aperto. Complice l’afa e la calura, le lancette si invertono e le notti insonni hanno la meglio sulle ore assolate: mi percepisco davvero come di un’altra epoca, quando sento i più giovani darsi appuntamenti in piazzetta o sull’arenile allo scoccare della mezzanotte. Così tutto si inverte! Si raggiunge la destinazione delle meritate vacanze solo quando è lo spazio ad avere la meglio sul tempo: ovunque si sia, su di un’isola lontana o su una spiaggia affollata, è questa inversione delle coordinate del mondo, che cambia la prospettiva abituale del resto dell’anno. Complice i venti di crisi, ormai si contano giorni e non più mesi da vacanzieri, ma non è venuta meno l’implicita e silente contestazione che la vacanza muove alla società della produttività e della fretta. Si ha così la chiara sensazione di potersi un po’ liberare dall’abbraccio asfissiante del ritmo del tempo e della durata, schiacciati come siamo nella morsa di un’efficienza a tutti i costi, in cui anche la sostanza umana dei sogni e dei progetti diventa materia di una catena di produzione. Il vuoto delle vacanze è proprio la sospensione della durata e in questa dimensione di restituita libertà tutto diventa plausibile fino al “dolce far niente” dinanzi ad un’alba del sole o al suo tramonto al confine del mare. È in questa liberazione dal ritmo inesorabile delle lancette del tempo, che ricompare la curvatura della terra, come una dimensione dello spazio da poter tornare a esplorare almeno con i nostri sguardi. L’altro giorno – il 12 agosto – in tanti dalla Groenlandia alle Baleari sono rimasti con il naso all’insù a scrutare per un solo minuto il lembo luminoso di sole oscurato dal transito della luna: è stata la celebrazione della breve sospensione di un ciclo, che ci gestisce e determina. 

La dimensione del tempo è, infatti, una sola cosa con la possibilità di un futuro, poiché non c’è un viaggio al passato se non come la memoria di un ricordo; lo spazio, invece, è sempre sconfinato ed è sempre tutto percorribile ora che le invenzioni della tecnologia ci consentono attraversamenti con velocissimi vettori. Il vuoto del tempo vacante ci  restituisce così alla sensazione dello spazio liberato, non più eroso e prigioniero della durata, poiché non va per forza vissuto con l’imperio di un esito produttivo. Che cos’è, infatti, il mito dell’efficienza sempre e comunque, della produttività che si impenna ad ogni costo, se non la trasformazione delle nostre stesse vite in un ciclo produttivo? Il progetto da realizzare si fida della capacità umana di immaginare e di creare, gettandoci sempre in avanti e impegnando una parte del presente di noi stessi. Questo ottimismo umano della volontà è la cifra più alta di ciò che è detta civiltà occidentale, che ha sacrificato tutto sull’altare del tempo, laddove destino, provvidenza e futuro si sono fusi in un unico credo nella potenza dell’umano. La Storia è così detta perché è il tempo orientato da un senso, reale o creduto, che tiene insieme i nostri giorni e i nostri desideri individuali. La fiducia lineare, senza vuoti e interruzioni, è al cuore dell’impeto e delle pagine drammatiche della narrazione della civiltà occidentale: tutto il resto non conta o semplicemente è considerato marginale rispetto al mito del progresso sempre e a ogni costo! L’emergenza migrante è – non a caso – l’immagine controversa di uno sconfinamento geografico e civile dinanzi alla sfida dei tempi. Solo la geografia della Terra resiste all’illusione di dichiararsi  proprietari, poiché sa di non potersi rappresentare come una funzione lineare al di là dell’invenzione dei confini. La Terra è interruzione, è paesaggio, è mare, è cielo etereo, è roccia, è alberi, è dirupi e avvallamenti, è pianura e altezza di cime. Vulcani ancora eruttanti e terremoti terribili quanto imprevedibili stanno a ricordarci che lo spazio si sottrae all’abile governo degli umani, perché la terra resta comunque curva. I terrapiattisti, come tanti funamboli delle paure di questi tempi, alla loro maniera vorrebbero semplificare la Terra e smussarne la curvatura, cancellando per decreto la complessità e il romanticismo di un orizzonte. La geometria delle rette parallele che non si incontrano mai nel loro infinito rincorrersi, è davvero una grande invenzione del greco Euclide: è un tentativo  geo-metrico di contenere lo sguardo su ciò che ci sfugge all’orizzonte con una giaculatoria postulatoria da cui far dipendere tutte le altre dimostrazioni. Così diventa più evidente che le tracce lineari della geometria sono solo un gioco d’imperio, per disegnare delle forme laddove tutto resta incontenibile se non per la forza di un’astrazione di convenienza. 

In tal misura, il tempo delle vacanze scocca come interruzione concordata, quasi come una contenuta rivoluzione annuale – consapevole o meno! – di un esercizio che ci concediamo – o ci viene ancora concesso? –  come durata liberata dall’ossessione produttiva. È tutto tempo consegnato alla possibilità dell’incertezza e all’imprevedibilità delle fughe in solitaria; è ancora il tempo per innamoramenti passionali, che gli immancabili gossip balneari – che non possono mai mancare – immediatamente qualificano come amori d’estate, perché non ci sarebbe l’impegno di una durata; è tutto il tempo per concederci esplorazioni e camminate senza fiato a noi che poltriamo dietro alle nostre scrivanie d’ufficio o in smart working; è solo il tempo liberato dal ritmo incalzante dello scorrere inesorabile delle sue lancette. 

Nell’arredare la nostra casa ho appeso alle pareti un cimelio d’altri tempi, a dire il vero un po’ mal ridotto ma proprio per questo con una sua potente vocazione artistica: è un orologio senza lancette, che ho presto battezzato con istinto creativo come l’opera dedicata al “Tempo senza tempo”. È un’opera che silenziosamente parla come un’invocazione o una sfida al Cielo, poiché ben sappiamo che il tempo non ci apparterrà mai per sempre, per noi esseri viventi segnati dall’unica certezza di dover contare i nostri giorni. In fondo, che cosa sarebbe lo spazio della Terra senza l’ossessione della durata del tempo? Potrebbe apparirci tutto come una s-confinata possibilità da attraversare, che alla nostra maniera vorremmo contenere in barriere di proprietà privata, ma poi gli eventi ineluttabili ci svegliano dalle vertigini del tempo e ci consegnano alle radici della nuda terra: triste destino questo che livella le nostre umane ambizioni e ci accomuna senza appelli. La durata del tempo viene così sfidata dai progetti e dall’impegno, quando la Terra potrebbe essere una casa comune per tutti dove potervi abitare per trovare riparo e riposo. È la paura di una durata che finisce che si tenta di esorcizzare con l’appropriazione, se non delle lancette, almeno dei metri dei confini e degli ettari di terra. Il tempo, infatti, si sottrae e sfugge sempre alla presa delle nostre illusioni, mentre lo spazio della terra sa stare apparentemente al nostro gioco. 

Il tempo senza durata e lo spazio senza confini saranno pure sogni vacanzieri di mezza estate o solo rigurgiti di anarchie da figli dei fiori ormai reduci di convivenze sessantottine: sono di sicuro le avvertenze da portare nel sistema; sono le controindicazioni con cui limitare gli effetti nefasti dell’operosità ingabbiata in un ciclo produttivo; sono gli antivirus affinché l’epidemia del consumo non si diffonda senza ulteriori antidoti; sono magari anche solo una domanda con cui alimentare l’utopia prima del baratro incombente della disumanità. D’altra parte, si può pure rischiare di apparire dei vetero utopisti d’altri tempi, quando si ritiene che questo sistema sia in crisi allo stesso modo di come pubblicamente aveva denunciato l’inascoltato allarme della febbre ambientale. Le guerre di questi tempi, come quelle di ogni epoca, non sono, infatti, momenti sfuggiti al controllo, ma solo una necessità produttiva, una funzione prevista dai cicli della Storia, affinché chi ha prenda e chi non ha perda ancora. Sono di sicuro parole di cambiamento, consegnate insieme alla disillusione comune come denuncia dell’assenza di un’arte del governo con politici all’altezza di proporre una visione collettiva che non sia la pelle di un nemico. Quest’altra e vuota vacanza – non più di durata ma solo di visione – è altrettanto evidente:  quando una scadenza elettorale si approssima, allora si riesce a trasformare perfino un incerto balbettio nell’ambizione di un progetto politico, che già sappiamo in anticipo che non determinerà alcun ulteriore futuro nazionale. Questo vuoto, se non di lancette sospese ma certamente di idee, chiede più politica, ovvero più partecipazione, più impegno, più istruzione e crescita culturale, poiché il tema della giustizia e dell’uguaglianza resta la questione sociale al centro dei nostri interessi e che non potrà mai essere risolta solo lasciandola come un ulteriore debito per le generazioni che verranno. La giustizia sociale non risponde alle norme dell’economia, ma alle domande sospese poste dall’ecologia, poiché il surriscaldamento che ci avvolge e brucia le nostre città non è solo asfissia del respiro, ma solo squilibrio e saccheggio di risorse che la terra destina nativamente per tutti. 

“La cosa importante è il muoversi; sentire più intensi gli imperativi e gli stimoli della nostra vita, saltar fuori dal letto della civiltà, e provare sotto i piedi il granito del globo terrestre e le schegge taglienti” (R. L. Stevenson). Non è un caso che le rivoluzioni del pensare hanno avuto sempre inizio da un atto di insurrezione come dei nomadi di certezze o  come accaduto con i filosofi peripatetici della Grecia classica, con la sapienza di Socrate a passeggio nel giardino o lungo la Via del Nazareno o, in epoche più recenti, con l’andar pacificamente per città con Francesco d’Assisi e compagni sino alla grande marcia del sale del Mahatma Gandhi o al sogno di Martin Luther King. Tutte rivoluzioni nate a piedi, ma considerate tanto pericolose per il potere sedentario da tentare di fermarle con il sangue innocente: inutilmente, poiché le loro idee sono ancora a noi contemporanee!                                        

In fondo, come ci ha insegnato con preveggenza la teoria di un genio della scienza, tutto è sempre relativo: il tempo, come lo spazio, è una certezza insicura, dove si gioca, tra convenzioni e convinzioni, a rendere immortale l’umana durata appropriandoci di uno sguardo d’orizzonte, come se potessimo stare ai confini della terra. È solo una vanità che alimenta guerre tra uomini e nazioni, fino a quando qualcuno ci potrà tristemente augurare che la terra ci sia lieve.