A proposito di miti e leggende della Grecia classica, un tempo erano gli opposti approdi di Scilla e Cariddi a rappresentare le insidie della “Navigazione”. Il successo internazionale di pubblico di “The Odyssey” – il bel film diretto e co-prodotto da Christopher Nolan – ha contribuito a rendere a noi contemporanea la narrazione epica di un classico della letteratura greca, su cui si sono formate tantissime giovani generazioni. Il suo ricco simbolismo nutre alcune espressioni ricorrenti, che hanno una loro forza evocativa più di un articolato discorso, come, a.es., avviene quando si ha la sensazione di trovarsi in uno stato di immobilità dinanzi ad ostacoli insormontabili come “tra Scilla e Cariddi” nello Stretto di Messina. Persi come siamo con Ulisse verso le nostre Itaca, ci pensano la maga Circe, Polifemo e anche il canto ammaliatore delle Sirene a tratteggiare le prove e il rischio dell’esplorazione, con cui bisogna confrontarsi come epici eroi di valore: 

“Ma non prima là giunsi, che a gran pena

Tutti noi spaventò subita piena.

D’una parte Cariddi orrida e tetra,

L’acque sordo inghiottìa: dall’altra, dietro

Uno scoglio, Scilla a divorarci stava.

Dentro al cupo speco

Sei de’ miei più gagliardi e fidi amici

Trasse fuor della nave, e a’ suoi crucifissi.

Vidi le membra lor, vidi le mani

E i piè levarsi in alto, e invano, invani

Chiamarmi… Questo sol de’ miei travagli

Gli occhi m’empì di lagrime e di saggi”.

Ogni epoca ha i suoi mostri e quelli marini della grecità si chiamavano per l’appunto Scilla e Cariddi: l’una (colei che dilania), su di uno scoglio calabro, trasformata in un mostro a sei teste per la gelosia della maga Circe; l’altra (colei che risucchia) su uno scoglio opposto in Sicilia, punita da Zeus e resa una devastante creatura marina. 

Da qualche giorno lo specchio del Mediterraneo e del simbolismo dell’insidia si è come ribaltato sino al varco del Nuovo Mondo nello Stretto di Gibilterra. Proprio lì abbiamo scoperto che nel Nord Africa maghrebino, vi è un’enclave spagnola di 18,5 km quadrati, Ceuta per l’appunto, ovvero una cittadina che è stata presa d’assalto per un presumibile allentamento delle misure di sorveglianza del confine con il Regno del Marocco. Dal Regno di Rabat sono partiti tra i 50 e i 60mila migranti, facendo ricadere nell’emergenza una città improvvisamente aumentata di un terzo dei suoi 85.000 abitanti censiti. L’ondata migratoria è improvvisamente esplosa dieci giorni dopo il viaggio ad Algeri del Premier spagnolo Sánchez, destando più di qualche dubbio sulla strumentalità dell’avvenimento in considerazione dei rapporti regionali antagonistici tra Algeria e Marocco. D’altra parte, il flusso migratorio è stato così inspiegabilmente affollato da non poter essere certamente considerato solo come una svista dei turni militari di sorveglianza. Questo tsunami umano ha ben presto arrestato sogni e vite con il sacrificio di almeno 67 naufraghi, tra le acque profonde e pericolose dei tre chilometri in cui il Mediterraneo si mescola con l’Atlantico; tutti gli altri in fuga hanno dovuto ben presto arretrare oltre i confini del Regno del Marocco, poiché i territori peninsulari del Regno iberico di Felipe VI distano altri 14 chilometri di mare dalla linea di costa. I “reali” confini dell’Unione europea sono dall’altra parte dello Stretto di Gibilterra, rendendo ancor più incomprensibile la fretta governativa italiana, che ha sospeso le misure previste dal trattato di libera circolazione di Schengen, anche in considerazione delle norme speciali europee che già sono in vigore per la contiguità territoriale di Ceuta insieme all’altra enclave spagnola della città di Melilla. Non a caso ci ha pensato il cinismo tecno-miliardario di Elon Musk, che dal megafono digitale di X si è affrettato a paragonare l’imprevista ondata migratoria a Ceuta ad un’invasione di Zombie, come nelle scene del film “Word War Z”.

Su queste tragedie migratorie resta, come una pietra d’inciampo, la celebre Trilogia di Oriana Fallaci (1929-2006), in cui sono raccolti i suoi precedenti interventi con La rabbia e l’orgoglio (2001), poi con i successivi La forza della ragione (2004) e Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse (2004), che sarà pure la sua ultima pubblicazione. A pochi giorni, infatti, dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, la celebre giornalista e scrittrice, dopo un decennale silenzio, accettò di intervenire sulla scena del dibattito pubblico internazionale con un lungo articolo, apparso sul Corriere della Sera del 29 settembre 2001, da cui ne nacque la forma estesa che diede il via alla Trilogia. Si trattò di uno straordinario successo, arrivando alla ventottesima ristampa e scatenandole contro ben due processi per istigazione all’odio razziale, di cui uno a Parigi e l’altro a Bergamo. 

Sullo sfondo iconico e cruento delle Torri Gemelle in fiamme, in una città cosmopolita e mai violata da venti di guerra come New York –  dal I gennaio 2026 governata dal democratico Zohran Kwame Mamdani, 111.mo sindaco, di origini ugandesi e fede islamica sciita cittadino USA dal 2018 – le taglienti affermazioni della Fallaci hanno nutrito l’immaginario collettivo, avendo certamente il merito di aver posto sul tavolo della politica delle questioni centrali, così riassumibili con le sue stesse parole:

“Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo”.

Si tratta di parole molto dure e senza appello con una diffusa circolazione nell’opinione pubblica europea, che, in verità, dovrebbero aprire al dibattito e ad un’attenta riconsiderazione. 

L’appello alla remigrazione e gli slogan assunti come farmaco quotidiano di rabbia dalla politica populistica hanno solo volgarizzato un’analisi, che va certamente letta per la centralità delle questioni proposte. Una prima obiezione, tuttavia, è l’inevitabile parzialità del giudizio complessivo che la Fallaci propone sull’Islam – religioso, storico e politico – che non tiene conto della sua diversificazione nazionale, che ci dovrebbe prudentemente far parlare degli islam e non di un unico monolite senza distinzione, prendendo in carico una contestualità storica. A tal proposito, mi chiedo a. es.: che cosa si sarebbe potuto scrivere del cristianesimo, se lo avessimo dovuto considerare solo con gli occhi di chi ha scritto le cronache di crociate o di persecuzioni contro quanti erano ritenuti eretici o posseduti dalla stregoneria? Allo stesso modo, quanto è cambiata la nostra percezione del diritto alla terra eletta d’Israele sullo sfondo delle ripetute cronache di guerra nella Striscia di Gaza e nei territori vicini rispetto, invece, al convinto lavacro collettivo dinanzi all’immane dramma della Shoah con sei milioni di ebrei uccisi tra il 1941 e il 1945 dalla Germania nazista e dai suoi alleati? La contestualità storica non è solo una variabile, ma ci offre le lenti del nostro giudizio.

A lungo si è parlato delle radici culturali e religiose della costituenda unione “politica” europea, allorquando si ritenne urgente la scrittura di una sua carta costituzionale, per liberarla dalle sole priorità economiche del mercato unico dell’euro. Ne scaturì un grande dibattito, che ricordò come le radici dell’uomo europeo affondino nella civiltà greco-classica, nella tradizione del diritto romano e nella tradizione giudaico-cristiana. Si preferì mettere tra parentesi il contributo culturale offerto dalla presenza islamica nella Spagna dell’Andalusia (al-Andalus) e nella Sicilia normanna. Questo contributo di civilizzazione ha plasmato l’umanesimo europeo tra la fine del secolo VIII e tutto il XIII secolo e ci ha consentito – a titolo esemplificativo – di poter acquisire, leggere e custodire i capolavori testuali della filosofia greca come le opere di Aristotele o di sapere di medicina con Avicenna (latinizzazione di Ibn Sīnā, vissuto tra 980-1037)  o di introdurre i nostri numeri arabi con lo sviluppo del linguaggio matematico dell’algebra (dall’arabo al-ǧabr che significa “unione”, “connessione”). 

Della questione se n’era occupato, da fine intellettuale e teologo qual era, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, che aveva ribadito come il concetto stesso di determinazione europea fosse culturale e storico e solo in secondo luogo anche una definizione geografica. Il Cardinale ne sottolineò nei suoi interventi l’eredità greca, cristiana, latina sino a dichiararsi favorevole all’assunzione di alcuni puntuali aspetti dell’eredità moderna dell’Illuminismo francese, ovvero: la separazione relativa di Chiesa e stato, la libertà di coscienza, i diritti umani e l’auto-responsabilità della ragione (morale). Vi ritornò sulla questione con l’autorevolezza dell’esercizio magisteriale, una volta eletto con il nome di Papa Benedetto XVI, con il suo celebre discorso all’Università di Ratisbona (12 settembre 2006) in Germania: la concordanza umanistica tra ragione e fede, nel solco dell’identità culturale europea, è giudaica e cristiana Questa acquisizione non è solo teologica e dottrinale, ma intende marcare la differenza “culturale” rispetto alla visione islamica, che crede in un’assoluta trascendenza divina oltre ogni mediazione di linguaggi umani. 

Il progetto – finora fallito! – di una carta costituzionale europea oltre i puntuali trattati di adesione, avrebbe certamente aiutato a chiarire meglio tali snodi socio-politici, rafforzando il senso unitario di uno sviluppo comunitario e generando istituzioni statali realmente sovranazionali. D’altra parte, questi aspetti sono tutti da discutere nella cornice del lungo inverno demografico dell’Occidente e dell’Europa e rispetto al cambiamento del mercato del lavoro.

In realtà prima di questi autorevoli interventi, politicamente ci avevano già pensato francesi e olandesi a bocciare il disegno di introdurre una carta costituzionale dell’Unione Europea con gli esiti referendari del maggio e giugno del 2005, a cui seguì la sospensione del quesito referendario per britannici, polacchi e danesi rendendo così impossibile la ratifica. La pubblica cerimonia del 29 ottobre 2024 con la firma del dettato costituzionale – nella grande sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio a Roma – non trasformò la sottoscrizione avvenuta per mano di ben venticinque capi di Stato e di Governo, con relativi ministri degli Esteri, in una successiva ratifica referendaria dei 448 articoli e 36 protocolli. La coalizione dell’estrema destra nazionalista e dell’estrema sinistra antiglobalizzazione, proprio come in una riedizione politica tra Scilla e Cariddi, aveva provveduto alla sua bocciatura e, soprattutto, alla consacrazione di quel che è diventata l’onda di un movimento interno antieuropeo, che è motivo della sua denunciata fragilità. 

La rifondazione dell’Unione Europea è ancora immobile nel dilemma “tra Scilla e Cariddi” delle procedure burocratiche e dei protezionismi nazionali, che non hanno trasformato in appartenenza comunitaria la libertà della circolazione di persone e di merci all’interno dello spazio continentale di Schengen. Il sovranismo è divenuto così un diffuso tema per il consenso elettorale.

Dall’altra parte del Mediterraneo, mentre la competizione politica divide e il dialogo tra le religioni distingue, ci pensa la morte a unire con i cadaveri di quest’ultima tragedia delle migrazioni, che, privi di documenti, verranno seppelliti nel cimitero cristiano di Ceuta in loculi senza nome, come già avvenuto per migliaia di migranti.

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  1. La traduzione francese con La Rage et l’Orgueil  portò la Fallaci dinanzi al Tribunale di grande istanza di Parigi (ottobre 2002) per il ricorso congiunto del  Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli con cui si costituirono parte civile altre due associazioni antirazziste francesi; l’avvocato della Lega dei diritti dell’uomo, Patrick Badouin, accusò che “la signora Fallaci fa parte di coloro che considerano che esiste una civiltà occidentale e il resto, per cui prova un disprezzo senza limiti”. Il Tribunale si espresse annullando la procedura per vizi formali e il libro non fu ritirato dalle vendite in libreria, avendo raggiunto le 160mila copie vendute.
  2.  In Italia Adel Smith – fondatore dell’Unione Musulmani d’Italia, con pochi membri realmente associati – querelò la Fallaci presso la Procura di Bergamo, accusando la scrittrice di vilipendio contro la religione islamica; il suo rinvio a processo nel 2006, dopo un primo parere di archiviazione della stessa autorità inquirente, non si tenne per la sua morte nel settembre di quello stesso anno.
  3. Cfr. Giovanni Reale, Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell'”uomo europeo”, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003.
  4.  Massimo Cacciari, Le radici islamiche dell’Europa, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 2016.
  5.  https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html
  6. https://www.limesonline.com/articoli/crisi-demografia-occidente-natalita-immigrazione-22267766/
  7.  Con varie date di adesione, dal 1985 vi partecipano 27 su 29 paesi UE.