- Stringimi sul tuo cuore
«Voglio abbandonarmi al tuo Cuore, Gesù, come un bambino che riposa sul cuore della mamma. Domanderò la grazia di morire, amando Dio con tutte le mie forze, ripetendo spesso nella mia vita la proposta di amore, <che> desidero <compiere> con tutte le mie forze, dicendo: mio Dio, Ti amo! Stringimi, o Gesù, sul tuo cuore». No, non sono parole di una canzone di successo, che canta, con le immagini di sempre, l’amore intenso tra una lei e un lui. Sono battute vergate dalla giovanissima Teresa Musco, l’otto maggio 1950, quando contava soltanto dieci anni, ma già ormai sorprendiamo quella ragazza di Terra di Lavoro, che vive pienamente un’esperienza d’amore, che gli esperti oggi denominerebbero ascetica e che nutre la devozione popolare meridionale con accenti di carica affettiva e perfino erotica.
In particolare, il cuore innamorato di Teresa vorrebbe aiutare a svellere il corpo di Gesù Cristo dalla croce, appena spirato, stringendosi con lui cuore a cuore (anche il già anglicano e poi cardinale cattolico Newman scrive nel suo motto: Cor ad cor loquitur, il cuore parla al cuore). Un amore, quello indotto in Teresa, dalla Madre stessa di Gesù, che le appare in un momento di preoccupazione e le confida, appunto, che Gesù vuole la piccola Teresa insieme con lui sulla Croce: «Pregavo perché avevo paura, dovendo dormire proprio vicino la finestra, che era senza imposte, <ma aveva> solo vetri. Pregavo per non pensare a tutto quanto stava succedendo. Ma ad un tratto ai piedi del mio letto ho visto la Mamma Celeste che mi chiamava dicendo: “Teresa, figlia mia, mio Figlio ti vuole con Lui sulla croce”».
Ormai tutte le “sorprese” di questa vicenda di Teresa Musco, ovvero di un cuore femminile innamorato sono prossime alla stampa in un mio volumetto, edito per le edizioni ETN di Caserta (a cura della Fondazione Teresa Musco). Il 16 novembre 1976, l’allora vescovo della diocesi di Caserta, mons. Vito Roberti, invitò tutti coloro che avessero conosciuto Teresa Musco – scomparsa il precedente 19 agosto -, a depositare, presso gli uffici della Curia vescovile, le proprie testimonianze, onde predisporre l’istruttoria in ordine all’avvio della fase diocesana del processo canonico circa il riconoscimento delle virtù eroiche della piccola mistica caiatina. Nell’ambito di questa prima ricognizione, padre Franco Amico, “fratello spirituale” di Teresa, acquisì i quattordici Quaderni reperiti in casa della stessa e iniziò un lavoro di catalogazione provvisorio, ma puntuale. Sulla base delle date successive che egli andava riscontrando negli appunti, numerò i singoli quaderni di Teresa, ordinandoli da I a XIV. Il mio volumetto imminente attingerà alla Silloge prodotta in vista dell’edizione critica dei Quaderni (i primi due furono curati dal monaco e teologo prof. Gianpiero Tavolaro, gli altri dodici dal prof. Antonio Tubiello, su incarico della Fondazione).
- Nella lunga catena delle mistiche cristiane
È un racconto avvincente, quello di Teresa. Chi ha letto il primo e il secondo commento al Cantico dei cantici del cristiano Origene (nato intorno al 185 ad Alessandria d’Egitto), riesce a cogliere subito anche la sua intensa carica erotica: pure se, nel secondo commento origeniano, la tendenza andava più verso la metaforizzazione dei passi che devono essere compiuti dalla incipiens (alla lettera, incipiente: è detto nel senso di chi è alle prime armi nell’accostarsi all’amato). Ma il lettore percepisce la carica erotica di una lei che sta crescendo in perfezione affettiva, per unirsi intimamente con il suo lui, l’Amato (il motivo mistico della freccia e della ferita d’amore è sviluppato sempre da Origene nel commento a Ct. 2, 5.). Perciò tale unione veniva descritta, già dal commentatore Origene, nei termini dell’eros concreto e con vari gradini dell’amore (come già presente nella tradizione platonica), respingendo comunque un’interpretazione soltanto allegorica di quel testo sacro: se Cantico 1, 2 esplicitava testualmente il petto dello sposo, Origene, rispetto, per esempio, a Ippolito, sosteneva che esso andasse assunto letteralmente: un petto maschile dunque, non nel significato allegorico di parole di Dio. In ogni caso, il corpo dello sposo del Cantico emana profumo e perciò attrae il senso dell’olfatto di lei, come anche sottolineava Girolamo, il quale preferiva, comunque, insistere sul concetto di diffusione/emanazione di un profumo = effusum-proveniente dal corpo morto di Cristo, che quasi conserva l’odore fragrante del corpo Crocifisso che sta già per risorgere (Cfr. Lc. 2, 52).
Nel colloquio d’amore tra Teresa Musco e il corpo fragrante e profumato del “suo” Crocifisso, ricompaiono, come in filigrana, le teorie degli antichi scrittori cristiani, che si cimentavano con il libro biblico del Cantico dei cantici, che il teologo Andrea Milano poté definire il libro dell’eros allo stato puro. Teresa, da parte sua, vuol mettere Gesù al sicuro, portarlo a casa sua, adagiarlo sul proprio lettino… Ma poi quel corpo vivido e profumato del Crocifisso-Risorgente è lui a compiere il primo passo e a prenderle il cuore dal petto con le proprie mani, abbassandole la camicetta. Certo, data l’età in cui scrive i suoi Quaderni, la piccola Teresa Musco non può aver già conosciuto o studiato i commenti antichi a quel testo biblico di vero eros e passione, che è, appunto, il Cantico dei cantici. Certamente non ha letto, o, al massimo, potrebbe aver sentito parlare, dei testi dei grandi mistici e mistiche del cristianesimo, così ricchi di immagini erotiche, di tensioni attrattive, di slanci di cuori amanti, in analogia con la sposa e lo sposo del Cantico biblico. Né Teresa può aver conosciuto direttamente le Poesie strofiche, le Poesie miste, le Visioni e le Lettere di un’altra donna mistica dell’epoca medievale, quale fu Hadewijch di Anversa. Questa donna degli inizi del secolo XIII, riscrivendo nuovi testi su musiche e melodie precedenti, utilizzava dei versi e delle musiche da cantare al suo Signore, ovvero delle musiche d’amore per il “suo” Gesù. Ormai non solo degli uomini, ma anche delle donne si potevano dichiarare innamorate perdutamente del cuore di Cristo. La supplica di Bernardo alla Vergine, nell’ultimo canto del Paradiso dantesco, non si spiegherebbe senza quegli accenti d’amore precedenti, di cuori, cioè, che palpitano all’unisono con il cuore del Figlio e di sua Madre; come quelli di quella donna fiamminga che, in versi, sviluppa, appunto, una spiritualità cristiana tutta al femminile e tutta intrisa d’amore, che, perciò, non si può non manifestare che nel canto. O almeno in qualcosa di simile alla musica e al canto – che Teresa Musco dice una volta di udire, appena sveglia -: «Non appena sveglia sento un dolce canto. Pensando che fosse la radio della vicina, accendo la radio e vidi che non vi fosse altro che musica. La spengo e mi metto ancora distesa un altro po’ sul letto. Vedo Gesù Bambino e una corona di angeli che gli cantavano la ninna nanna col sorriso del cielo». D’altra parte, la voce della “nostra” Teresa era adusa al canto della ninna nanna, cantata per un piccolo che doveva addormentarsi, ma che ben presto in lei si fa preghiera: «Sono sola in casa. Stando seduta accanto alla culla cantavo la ninna nanna al piccolo Pietro. Appena lui si <è> addormento, ho <avuto> voglia di pregare».
È come una linea ininterrotta dal tardo-antico al Medioevo e all’età moderna e contemporanea, in cui le anime spirituali di uomini e donne si accostano, anche con una forte carica sensuale, al corpo del Crocifisso-Risorgente, in unione con il cuore della Vergine Maria, Madre del Dolore e Madre di tutte le nostre gioie, spesso sull’onda del canto e delle note musicali. Teresa Musco, da parte sua, descrive la flagellazione di Gesù e la sperimenta nella propria carne, che viene ferita e insanguinata, mentre partecipa attivamente a quel momento, difendendo Gesù: è una visione reale, ma anche simbolica, che esprime il suo desiderio di compartecipazione fisica al dolore del Signore. Non è un caso che Teresa riceva anche il dono della ferita del costato e delle altre stimmate.
- Il corpo di Gesù come un tirassegno
«La notte <feci> un bellissimo sogno. Sognai che Gesù era sulla croce e gli uomini lo colpivano con frecce e lance. <Trattavano> il corpo di Gesù come un tirassegno. L’avevano ridotto <ad> un colabrodo. Io salii sopra la scaletta e dalla scaletta alla roccia». Chi ha visto le sagre di paese della zona casertana, ricorderà che, tra le altre attrazioni, s’incontra spesso il tirassegno: ognuno compra dei colpi da sparare a salve e, se colpisce il bersaglio, guadagna un piccolo premio. Nel sogno qui riferito dalla caiatina Teresa Musco, il bersaglio non è un barattolo, o una carta millimetrata da centrare, ma il corpo di Gesù, purtroppo, però, ridotto a un colabrodo. La nostra “mistica del cuore innamorato” ha trovato il modo, tutto infantile e tutto femminile, per tradurre plasticamente quanto accade negli errori della vita e quanto si vede nelle stazioni della Via crucis, ma soprattutto per rendere plasticamente i moti del suo animo innamorato, come in un rapporto nuziale. Non è questa la forza nuova di una teologia espressa al femminile, come ricordava già papa Francesco? «Durante il restauro del Tempio di Gerusalemme, viene ritrovato un testo; forse è la prima edizione del Deuteronomio, andata perduta. Un sacerdote e alcuni studiosi lo leggono; anche il re lo studia; intuiscono qualcosa, ma non lo capiscono. Allora il re decide di consegnarlo a una donna, Culda, che immediatamente lo comprende e aiuta il gruppo di studiosi – tutti uomini – a intenderlo (2 Re 22,14-20). Ci sono cose che solo le donne intuiscono e la teologia ha bisogno del loro contributo. Una teologia di soli uomini è una teologia a metà. Su questo c’è ancora parecchia strada da fare» (Discorso del santo Padre Francesco ai partecipanti al Congresso internazionale sul futuro della teologia organizzato dal Dicastero per la cultura e l’educazione-Aula della Benedizione Lunedì, 9 dicembre 2024).
Non è questione di ministeri a cui poter accedere o di posti vaticani, tradizionalmente maschili, a cui essere ammesse. Soltanto un cuore femminile, solo il cuore di Teresa Musco, intuisce simili cose… Se a un cuore largo corrispondono un’immaginazione e un pensiero di ampio respiro, mentre un pensiero rattrappito, chiuso e mediocre difficilmente potrebbe generare creatività e coraggio, al cuore largo e innamorato, come quello di Teresa Musco, si potrà oggi ben attingere per trovare altre possibili corde di una dottrina cristiana, finalmente ri-detta al femminile. Si può, in prospettiva storica, esaminare lo sviluppo delle pratiche cultuali, che risultano essere parte integrante della religiosità, della cultura e del sentimento popolare dei cristiani. Si può vedere, così, che la dedizione o attenzione amorosa verso il Cuore di Cristo (cuore trafitto e sanguinante), già presente nella stagione medievale, diviene una vera e propria prassi devota e cultuale in età moderno-contemporanea. E lo diviene in contesti, come quello meridionale, in cui i culti di sangue ribollenti sono tantissimi e così tanto attrae il mito del corpo draculesco, sulla cui ubicazione a Napoli andiamo discutendo in tanti (Vlad, dove sei? Gli indizi del Codice La Nova di Napoli, a cura di Giuseppe Reale, prefazione [di] Syusy Blady, prima traduzione di Cristian Tufan, la Valle del Tempo, Napoli 2025, già tradotto, con aggiornamenti di Tufan, in rumeno). E ciò accade non solo a partire da san Giovanni Eudes (1601-1680), ma soprattutto per la forza di Margherita Maria Alacocque, la mistica di Paray-le-Monial. Margherita Maria può ben essere considerata la vera promotrice moderna della devozione al cuore di Cristo, fino ad approdare all’Ottocento, che potrebbe ben essere denominato il secolo del sacro Cuore.
Sarà questo secolo già moderno, che consegnerà al Novecento il tema del cuore etico, peraltro approfondito, tra gli altri, nell’Ottocento, dal gesuita Henri Ramière (1821-1844). Si ricordi, tuttavia, che padre Ramière ebbe tanta parte nella formazione spirituale di un’altra donna e santa meridionale, anche lei perdutamente innamorata del cuore di Cristo: Caterina Volpicelli, l’apostola partenopea del sacro Cuore, di cui, nell’Archivio della Casa madre di Napoli (in Largo Volpicelli), resta anche qualche biglietto firmato col sangue: ennesimo segno di un amore totale, anche fisico, verso il Cuore sacratissimo di Gesù, che si riverbera nei segni corporei. Sarà proprio la pratica devozionale pubblica e privata al sacro Cuore ferito e sanguinante di Cristo a favorire, in seguito, la diffusione popolare delle idee di riparazione e di consacrazione, che giungono soprattutto da cuori femminili fino al cuore della nostra Teresa Musco, la quale non teme, perciò, di ricorrere all’immagine di un Cristo-colabrodo, nell’intento di arginare le pratiche di peccato e di perversione del suo hinterland e favorire un re-innamoramento del corpo del Signore.
