La Società Geologica Italiana esprime cordoglio per le vittime della piena del 26 agosto tra Nepal e Tibet e richiama l’urgenza di potenziare il monitoraggio e i sistemi di allerta preventiva
Giovanni Crosta – geologo dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca e della Società Società Geologica Italiana : « Le prime ricostruzioni indicano che una grande massa di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio posto a circa 5100 metri di quota, precipitando per circa 1.400 metri nella valle sottostante. Il collasso ha prodotto una valanga di ghiaccio e detriti e un segnale sismico di notevole energia. La porzione di ghiacciaio coinvolta nel collasso avrebbe avuto una larghezza di circa 600 metri, una lunghezza di circa 400 metri e uno spessore prossimo a 50 metri. Il volume iniziale della massa di ghiaccio mobilizzata può essere stimato in almeno 10 milioni di metri cubi ma a questo va probabilmente associato un grande volume di materiale roccioso staccatosi in parte dalla base del ghiacciaio e dalle zone immediatamente prossime Si tratta di una valutazione preliminare, basata sull’analisi delle immagini satellitari disponibili, che restituisce tuttavia la dimensione eccezionale del fenomeno ».
Rodolfo Carosi – Presidente della Società Geologica Italiana : « Il collasso di circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio, seguito da una caduta di oltre mille metri, libera un’energia enorme. La massa può inglobare acqua, rocce e sedimenti, aumentando progressivamente volume, velocità e capacità distruttiva e propagandosi per decine di chilometri. Dall’elenco delle zone danneggiate si può stimare in circa 80 -90 km la lunghezza del tratto vallivo coinvolto.
L’evento è stato inizialmente associato alla categoria delle piene improvvise da collasso di un lago glaciale, note come GLOF – Glacial Lake Outburst Flood, e che costituiscono un fenomeno comune nelle aree himalaiane e altre aree glacializzate. Tuttavia, dalle informazioni che progressivamente si ricevono, appare più corretto definirlo, allo stato attuale delle conoscenze, come una piena catastrofica generata da una valanga di ghiaccio e roccia e dalla conseguente mobilizzazione di acqua e detriti ».
“La Società Geologica Italiana esprime profondo cordoglio e vicinanza alle popolazioni del Nepal e del Tibet colpite dalla catastrofica piena improvvisa che, il 26 agosto, che ha devastato la valle di Rasuwa e il sistema fluviale Lhende Khola–Trishuli.
Il bilancio, ancora provvisorio e in continuo aggiornamento, è drammatico. La piena, composta da acqua, fango, massi e detriti, ha percorso rapidamente decine di chilometri, travolgendo centri abitati, infrastrutture, ponti, strade e impianti idroelettrici, anche a grande distanza dalla zona di origine.
Le prime ricostruzioni indicano che una grande massa di ghiaccio e roccia si è staccata da un ghiacciaio posto a circa 5100 metri di quota, precipitando per circa 1.400 metri nella valle sottostante. Il collasso ha prodotto una valanga di ghiaccio e detriti e un segnale sismico di notevole energia.
L’evento era stato inizialmente registrato come un terremoto di magnitudo 4,4. Le successive analisi dell’United States Geological Survey hanno invece riconosciuto che il segnale sismico, equivalente a una magnitudo di circa 5,2, è stato generato dal collasso della massa di roccia e ghiaccio e dalla conseguente colata di detriti: non si sarebbe quindi verificato un terremoto tettonico”. Lo ha affermato Giovanni Crosta, geologo dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca e della Società Società Geologica Italiana!
Secondo una prima valutazione del professor Giovanni Crosta, geologo dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, la porzione di ghiacciaio coinvolta nel collasso avrebbe avuto “una larghezza di circa 600 metri, una lunghezza di circa 400 metri e uno spessore prossimo a 50 metri. Il volume iniziale della massa di ghiaccio mobilizzata può essere stimato in almeno 10 milioni di metri cubi ma a questo va probabilmente associato un grande volume di materiale roccioso staccatosi in parte dalla base del ghiacciaio e dalle zone immediatamente prossime Si tratta di una valutazione preliminare, basata sull’analisi delle immagini satellitari disponibili, che restituisce tuttavia la dimensione eccezionale del fenomeno.
Durante la caduta, il ghiaccio si sarebbe frammentato – ha continuato Crosta – e in parte fuso per effetto dell’enorme energia liberata e dell’attrito, mescolandosi progressivamente con acqua, rocce e sedimenti. La massa avrebbe quindi accresciuto il proprio volume e la propria capacità distruttiva lungo il percorso, trasformandosi in una colata estremamente rapida e densa ad elevata capacità erosiva.
Resta da chiarire nei dettagli se il materiale abbia anche formato uno sbarramento temporaneo del corso d’acqua, provocando l’accumulo di un bacino e il suo successivo cedimento. L’evento appare comunque riconducibile a una cascata di processi: il collasso di ghiaccio e roccia, la mobilizzazione di acqua e sedimenti e la propagazione a valle di una piena ad altissima energia”.
Nelle regioni di alta montagna un fenomeno inizialmente localizzato può trasformarsi rapidamente in una catena di eventi!
«La tragedia di Rasuwa dimostra come, nelle regioni di alta montagna – ha dichiarato Rodolfo Carosi, Presidente della Società Geologica Italiana – un fenomeno inizialmente localizzato possa trasformarsi rapidamente in una catena di eventi dagli effetti devastanti. Il collasso di circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio, seguito da una caduta di oltre mille metri, libera un’energia enorme. La massa può inglobare acqua, rocce e sedimenti, aumentando progressivamente volume, velocità e capacità distruttiva e propagandosi per decine di chilometri. Dall’elenco delle zone danneggiate si può stimare in circa 80 -90 km la lunghezza del tratto vallivo coinvolto.
L’evento è stato inizialmente associato alla categoria delle piene improvvise da collasso di un lago glaciale, note come GLOF – Glacial Lake Outburst Flood, e che costituiscono un fenomeno comune nelle aree himalaiane e altre aree glacializzate. Tuttavia, dalle informazioni che progressivamente si ricevono, appare più corretto definirlo, allo stato attuale delle conoscenze, come una piena catastrofica generata da una valanga di ghiaccio e roccia e dalla conseguente mobilizzazione di acqua e detriti.
La ricostruzione definitiva richiederà lo studio integrato delle immagini satellitari precedenti e successive all’evento, dei dati sismici, dei modelli topografici e delle evidenze raccolte sul terreno. Sarà inoltre necessario valutare la possibile presenza di sbarramenti residui lungo il sistema vallivo, che potrebbero determinare ulteriori condizioni di pericolo.
La prevenzione richiede innanzitutto un monitoraggio continuo e multidisciplinare. Osservazioni satellitari ad alta frequenza, reti sismiche, sensori per il controllo dei versanti, misure delle variazioni dei laghi glaciali e delle portate fluviali, stazioni meteorologiche e ricognizioni sul terreno devono essere integrate in sistemi capaci di riconoscere tempestivamente anomalie e possibili segnali precursori.
Particolare attenzione deve essere rivolta alla formazione di nuovi laghi glaciali, all’espansione di quelli esistenti e agli sbarramenti naturali creati da frane o valanghe di ghiaccio. Queste strutture possono formarsi o modificarsi molto rapidamente e devono quindi essere identificate attraverso il confronto frequente delle immagini satellitari e, dove possibile, controllate mediante strumenti installati sul terreno.
Il monitoraggio scientifico, tuttavia, non è sufficiente se non è collegato a sistemi di allerta preventiva realmente operativi. Le informazioni raccolte devono essere elaborate in tempo reale e trasformate rapidamente in segnali di allarme trasmessi alle autorità e alle comunità situate a valle. Sirene, comunicazioni telefoniche e radio, sistemi automatici per il rilevamento delle onde di piena, vie di evacuazione chiaramente individuate ed esercitazioni periodiche possono consentire alla popolazione di raggiungere in pochi minuti aree sicure e sopraelevate. Il livello di rischio connesso a tali fenomeni è infatti reso evidente da questo evento che chiaramente ha impatto catastrofico su tutte le attività umane che tendono a concentrarsi nei fondovalle”.
Anche pochi minuti di preavviso potrebbero salvare vite!
«In eventi caratterizzati da velocità di propagazione così elevate – ha spiegato Rodolfo Carosi – anche pochi minuti di preavviso potrebbero salvare molte vite. Un sistema di allerta è efficace soltanto quando associa tecnologie affidabili, comunicazioni immediate e popolazioni adeguatamente informate. Il monitoraggio, la conoscenza del rischio e la preparazione delle comunità devono costituire un unico sistema di prevenzione».
Il riscaldamento globale sta modificando profondamente gli ambienti di alta montagna, contribuendo alla regressione dei ghiacciai e alla degradazione del permafrost e potenzialmente favorendo l’instabilità dei versanti e l’evoluzione dei laghi glaciali. Non è scientificamente corretto attribuire un singolo evento al cambiamento climatico prima di disporre di studi specifici; è però evidente che la rapida trasformazione delle regioni glaciali, e la loro maggiore sensibilità a piccole variazioni delle temperature, nonché il più rapido riscaldamento delle aree d’alta quota, richiede un aggiornamento continuo delle carte di pericolosità e delle strategie di sorveglianza.
La Società Geologica Italiana richiama infine l’importanza della cooperazione scientifica internazionale e dello scambio tempestivo dei dati, soprattutto nei bacini idrografici transfrontalieri. Un fenomeno originato in una zona remota di alta montagna può attraversare rapidamente i confini nazionali e raggiungere insediamenti situati molti chilometri più a valle.
La conoscenza geologica non può impedire che questi processi si verifichino, ma può permettere di riconoscerne i segnali, prevederne i possibili percorsi e trasformare i risultati della ricerca scientifica in efficaci azioni di prevenzione”.
