La mia interpretazione potrà apparire saccente o ingiusta; me ne dispiacerebbe, perché non nasce dalla presunzione di giudicare dall’alto e da lontano. Ho semplicemente filtrato ciò che il film mi ha lasciato nella mente e provo a esprimerne un giudizio sintetico, per quanto lo consenta la vastità della materia e la ricchezza forse trimillenaria del pensiero critico che l’accompagna.
So bene che ogni trasposizione cinematografica comporta libertà, anacronismi e tradimenti. Lo stesso testo omerico sovrappone epoche, armi e costumi diversi. Posso dunque superare le contraddizioni dell’epos. Fatico assai più a rinunciare a quella «memoria del cuore» nella quale personaggi e figure si sono fissati parola per parola, attraverso la lingua poetica, oggi giudicata inattuale eppure per me insuperata e ineludibile, di Monti per l’Iliade, di Pindemonte per l’Odissea e persino di Annibal Caro per l’Eneide.
Nolan ha realizzato un’opera impressionante: scenografie grandiose, immagini possenti, azione incalzante. La sua è un’epopea fisica, tutta muscoli, sudore, metallo e armi di bronzo, indossate perfino durante la voga; un mondo concepito secondo un realismo visivo estremo e tutto americano. Tutta questa potenza finisce, a mio avviso, per oscurare Omero. Il titanismo dell’immagine prende il posto della poesia; il fragore occupa quello spazio di “umanità” nel quale avrebbe dovuto risuonare la parola.
Accetto senza scandalo la libertà del casting. La scelta delle stesse splendide attrici nere per Elena e Clitemnestra possiede persino una propria logica. Resta però fortissima la dissonanza fra l’Elena omerica «dalle bianche braccia», plasmata da secoli di immaginazione mediterranea, e la figura radicalmente diversa che appare sullo schermo, segnata anche nel volto. Come faccio a digerirlo. Io voglio le bianche braccia di Elena vera. Se no Omero che c’entra? Nessuno riuscirà facilmente a introdurre nella mente di chi l’ha letto un’Elena diversa. Confesso questo mio limite. Alla figlia di Zeus bastano già le contraddizioni dell’Aedo, sospesa com’è fra colpa e innocenza, desiderio e rimorso, donna e apparizione. Non occorre aggiungerle un’altra identità. La questione non riguarda il colore della pelle: nasce dalla frattura fra un’immagine poetica scolpita dalla tradizione e quella reinventata con fantasia solo epidermica dal cinema americano.
Mi sconcerta anche il barbuto Ulisse di Matt Damon. Perché poi chiamarlo Ulisse, nome latino, quando tutti gli altri personaggi conservano i nomi greci? Perché Nettuno e non Poseidone, mentre Zeus e Atena restano Zeus e Atena? Perché non Odìsseo? Sono incoerenze minime, certo; nel mito, tuttavia, i nomi non costituiscono etichette intercambiabili.
Filologi e studiosi hanno insegnato che ogni figura mitica occupa un posto preciso entro un sistema di segni e opposizioni. Calipso è «colei che nasconde»; Penelope vive poeticamente nel tessere e disfare (questo sarebbe il significato del suo nome o qualunque sia l’etimologia); Argo conserva un’eco di rapidità e di luce; Melanto è il «fiore nero». E poi Eumeo, Euriclea, Antinoo, Euriloco: nomi che dicono, evocano, custodiscono. Mutare o confondere quei segni significa incrinare l’architettura invisibile di un racconto padre della letteratura mondiale da trenta secoli. Ancora più grave mi appare la fluidificazione dell’epopea. Drammatica l’assenza di Nausicaa, del re Alcinoo e della regina Arete. Nausicaa è il cuore più gentile dell’Odissea, la tregua luminosa concessa al naufrago prima del ritorno, anche il mistero più oscuro dell’amore. La sua scomparsa apre nel film un vuoto insopportabile, capace di accecare una parte essenziale del poema. Nausicaa…
La forza universale della poesia omerica, che ha contribuito a fondare la cultura dell’Occidente, e a me piace ancora crederlo, può essere racchiusa in due incontri. Nel libro VI dell’Iliade, quando Ettore saluta Andromaca alle Porte Scee, tende le braccia al piccolo Astianatte e vede già incombere la propria morte. Nel libro VI dell’Odissea, quando il naufrago nudo e coperto di salsedine incontra Nausicaa sulla riva. Da una parte un uomo lascia la famiglia per andare incontro al destino; dall’altra un uomo, spogliato di tutto, ritrova attraverso una fanciulla la dignità e la via del ritorno. Due scene quasi prive di azione e proprio per questo immortali. E Nausicaa è già una musica: quella doppia vocale finale si canta, non si pronuncia, così avrebbe dovuto chiamarsi una mia figlia o un mia nipotina… e mi porto dentro questo vuoto.
Cerco invano anche Demodoco, il cantore cieco che, nel libro VIII, narra la guerra di Troia e strappa a Odisseo lacrime tanto profonde da costringerlo infine a rivelare il proprio nome e a raccontare il viaggio. Privare l’opera di Demodoco significa sottrarle l’istante in cui la memoria diviene poesia e l’eroe, ascoltando la propria storia, scopre di essere già entrato nel mito.
Nolan preferisce il fragore: un Polifemo muto, emotivamente non dissimile dalle rocce della sua caverna; un accecamento gelido; persino un superfluo colpo di freccia. Ciconi, Lotofagi e Lestrigoni confluiscono in giganti dalle corazze lucenti, quasi che il mito dovesse essere sbrigato in fretta per raggiungere la battaglia successiva.
Circe non è definita da Omero semplicemente «giovane e bella». È la dea dai bei capelli, dalla voce umana e dal canto melodioso, intenta a tessere una tela sottile e divina. La sua seduzione nasce dall’insieme di voce, canto, bellezza, intelligenza e pericolo. Sorella di Medea ha l’intrigo e il dramma nel sangue. Nel film assume piuttosto il profilo di una vigorosa contadina calabrese, pronta a distribuire razioni e malefici in scene disgustose con la stessa energia. Calipso perde a sua volta la grazia inquietante della creatura che ama, trattiene, nasconde (soprattutto, proprio come il nome dice) e promette l’immortalità.
La sensibilità d’oltreoceano si risveglia pienamente nelle scene d’azione. La resa dei conti con i Proci, trasformata in una scazzottata da taverna, evoca un Bud Spencer giunto per naufragio a Itaca e deciso a rimettere ordine a suon di ceffoni.
Adorno vide in Odisseo il prototipo dell’uomo occidentale che domina il mondo attraverso l’intelligenza e soprattutto la capacità di prevedere gli eventi (ben altro che furbizia da mariuolo), pagando ogni vittoria con una mutilazione interiore. Massimo Cacciari ha ritrovato nel suo viaggio l’inquietudine dell’uomo europeo, sospeso fra isole che non diventano mai una dimora definitiva. Nolan non conosce queste raffinatezze.
Il risultato è un film spettacolare, poderoso, talvolta travolgente. Gli manca quella raffinata vibrazione stilistica cara al cuore di noi mediterranei sicuramente più vicini al sentire antico (e se no che ci stiamo a fare?): il silenzio dopo il canto, la sacralità dell’ospitalità (la “xenia” che pure il regista evoca come la Legge di Zeus, senza secondo me capirne tutta la portata), il pudore delle lacrime, l’incontro sulla riva, il cane che riconosce il padrone e subito muore.
Forse qui si misura la distanza fra due modi di sentire. Noi, gente della Magna Grecia, il mito lo abbiamo sotto i piedi, nei nomi, nelle pietre, nel mare e perfino nella luce. Non abbiamo bisogno di vederlo esplodere per riconoscerlo: ci basta sentirne il respiro. Hollywood, invece, sembra doverlo sottoporre alla prova dello stomaco, inghiottirlo, gonfiarlo di muscoli e restituirlo in forma di spettacolo.
Nolan ci offre un’Odissea da vedere e da consumare. Omero ci aveva dato un’Odissea da abitare da vivere e di cui nutrirci perpetuamente. Perché da lui in poi non facciamo che sviluppare i temi delle sue opere. Il regista ci restituisce il viaggio; il poeta, assai più sommessamente, continua a consegnarci un’anima alla quale non voglio rinunciare per non rinnegare me stesso.