Luigi Carfora, presidente di Confimi Industria Campania e del Consorzio Suggestioni Campane Promotion: «Dobbiamo capire quanto della straordinaria domanda turistica si trasformi realmente in valore per le imprese del territorio»

NAPOLI 16 sett. 2026Napoli non ha oggi un problema di domanda turistica. I dati mostrano una capacità di attrazione ormai strutturale

Nel 2025 Napoli ha superato 20 milioni di presenze turistiche, con una crescita del 45% rispetto al 2024. Il 2026 sta confermando questa dinamica: già nei primi due mesi dell’anno i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Urbano indicano circa 1,75 milioni di turisti a gennaio e 1,7 milioni a febbraio, mentre per settembre le stime comunali arrivano a circa 2,2 milioni di visitatori, con una componente straniera prevista intorno al 50%.

Numeri che descrivono una trasformazione ormai evidente: il turismo non è più soltanto una componente stagionale, ma una presenza stabile dell’economia urbana.

È proprio per questo che, secondo Luigi Carfora, presidente di Confimi Industria Campania e presidente del Consorzio Suggestioni Campane Promotion, la discussione deve compiere oggi un ulteriore passo.

«Abbiamo conquistato il turismo. Ora dobbiamo capire quanto di questa enorme domanda si trasformi realmente in fatturato, redditività, lavoro e investimenti per le imprese della città. Perché avere milioni di turisti non significa automaticamente avere milioni di euro che restano nel tessuto produttivo locale» – sottolinea Carfora.

DAL TURISTA AL CLIENTE: DOVE FINISCE LA SPESA?

Il primo passaggio da misurare è quello tra presenza turistica e consumo.

Non è un dato marginale. Se il turista entra nei negozi meno frequentemente e la spesa media rilevata è più bassa rispetto alle altre grandi città considerate, diventa ancora più importante capire quale parte della domanda turistica riesca effettivamente a sostenere il commercio locale.

Un’indagine sullo shopping turistico realizzata da Format Research rileva che a Napoli il 35,8% dei turisti entra nei negozi, mentre la spesa media rilevata è di circa 110 euro. Il dato è inferiore a quello rilevato a Firenze, Milano e Roma, rispettivamente 168, 184 e 162 euro.

L’indagine rileva inoltre che il 57,7% degli acquirenti sceglie grandi marchi del Made in Italy, mentre il 23,8% opta per prodotti dell’artigianato locale.

« Il dato mette in evidenza un passaggio decisivo: la presenza del turista non coincide automaticamente con la presenza di un cliente per il commercio locale. Tra l’arrivo del visitatore e la ricaduta economica sul territorio esiste una catena che va misurata: presenza, consumo, acquisto, fatturato, redditività, lavoro e investimenti. Il turista può arrivare, pernottare, consumare servizi e fare acquisti, ma la sua spesa non raggiunge automaticamente l’intera rete commerciale della città. È qui che si misura la vera capacità del turismo di generare ricchezza diffusa: non nel numero degli arrivi, ma nella capacità di trasformare quei flussi in domanda per una platea più ampia di imprese» – osserva Carfora.

IL CENTRO CAMBIA: CRESCITA TURISTICA E PRESSIONE ECONOMICA

La domanda deve essere letta insieme alla trasformazione che sta interessando il centro di Napoli.

La Relazione di Variante urbanistica del Comune rileva che oltre il 92% dell’offerta di immobili destinati a uso turistico è concentrata nell’area centrale. Lo stesso documento evidenzia inoltre una forte pressione sulla funzione residenziale: a Porto e San Giuseppe gli alloggi coinvolti negli usi turistici raggiungono rispettivamente il 27% e il 26% del patrimonio abitativo. Il documento individua un possibile nesso tra la crescita degli affitti brevi e la crisi della funzione residenziale, con effetti sulla disponibilità di alloggi e sui servizi di prossimità.

Sul versante commerciale, il Documento Strategico comunale rileva che tra il 2018 e il 2024 i canoni di locazione dei locali commerciali sono cresciuti del 32,6% nell’Area centrale, che registra anche i valori di compravendita e locazione più elevati della città.

Questi dati non consentono di attribuire automaticamente al turismo la difficoltà di un singolo negozio o la dinamica complessiva del commercio. Ma pongono una questione precisa: se la domanda turistica è diventata una componente così rilevante dell’economia urbana, quanto della ricchezza generata da questa domanda riesce effettivamente a raggiungere e sostenere la rete delle imprese del centro?

Nel centro aumentano la domanda turistica, la concentrazione degli usi turistici e i costi immobiliari. La questione decisiva diventa allora capire se la spesa generata dai visitatori sia sufficientemente diffusa e remunerativa da produrre una ricaduta economica adeguata sull’intera rete commerciale.

«Non possiamo limitarci a contare i turisti. Dobbiamo capire quanto della domanda che generano diventa fatturato, redditività, occupazione e investimento per le imprese del territorio» – afferma Carfora.

TURISMO E COMMERCIO: DUE DINAMICHE CHE NON COINCIDONO

Anche il quadro della Camera di Commercio di Napoli merita attenzione.

Nel primo trimestre 2026, nell’area metropolitana, il commercio ha registrato 822 nuove iscrizioni, in calo del 13,3%, contro 1.527 cessazioni volontarie, con un saldo negativo di 705 imprese. Nel turismo le nuove iscrizioni sono state 207, in diminuzione del 16,2%.

Nel 2025, inoltre, gli addetti del turismo sono cresciuti del 3%, mentre quelli del commercio sono diminuiti dell’1,4%; le unità locali del turismo sono aumentate del 6,7%, contro l’1,1% del commercio.

Anche in questo caso occorre rigore: questi dati non dimostrano che il turismo provochi la contrazione del commercio, e non possono essere trasferiti automaticamente al solo perimetro centrale oggetto di questa riflessione.

Mostrano però una dinamica che merita di essere spiegata.

«Non è una fotografia del solo centro e non sarebbe corretto presentarla come tale. È però una dinamica che merita di essere spiegata: mentre il turismo cresce, il commercio segue un andamento diverso. La domanda che poniamo è quindi precisa: quali condizioni sono necessarie perché una quota maggiore della domanda turistica si traduca in rafforzamento dell’intero sistema commerciale?» – afferma Carfora.

È anche per questo che intendiamo farci portatori di una questione che non può essere considerata soltanto una riflessione teorica: dietro i numeri ci sono imprese, occupazione, investimenti e attività che chiedono di capire come la crescita turistica possa tradursi concretamente in maggiore domanda e maggiore capacità di restare sul mercato – sottolinea Carfora.

Le istanze delle imprese stanno arrivando direttamente anche a noi. È per questo che intendiamo portare la questione all’attenzione delle istituzioni e aprire un confronto concreto sulla capacità del turismo di generare una ricaduta economica più ampia e più diffusa sul commercio e sulle attività del territorio.

È proprio qui che la questione diventa concreta. Le indicazioni elaborate per il nuovo PUC rilevano che le aree con maggiore concentrazione dei flussi turistici sono spesso caratterizzate da una progressiva contrazione della rete del commercio locale a servizio dei residenti, a favore di attività prevalentemente orientate alla domanda turistica.

Il tema non emerge soltanto dai dati istituzionali. Arriva anche dalle imprese e dalle loro rappresentanze. In una dichiarazione pubblicata da la Repubblica il 3 gennaio 2026, Alfredo Catapano, presidente di Federmoda-Confcommercio Campania, ha richiamato il problema della concorrenza esercitata dalle vendite illegali attraverso le piattaforme social ai danni dei negozi fisici.

«A queste segnalazioni pubbliche si aggiungono le istanze che stanno arrivando direttamente a noi da imprese e operatori del territorio. È questo che rende la questione concreta: non stiamo costruendo un problema a tavolino, stiamo raccogliendo una domanda che arriva dal tessuto produttivo e che ora vogliamo portare all’attenzione delle istituzioni» – sottolinea Carfora.

 È per questo che riteniamo necessario farci portatori di una domanda concreta: se il turismo è diventato una componente così importante dell’economia cittadina, quanto della domanda generata dai visitatori si traduce effettivamente in valore per il commercio e per le imprese del territorio?

«La questione assume ancora maggiore importanza davanti all’America’s Cup.»

L’AMERICA’S CUP: UN’OPPORTUNITÀ CHE NON POSSIAMO SPRECARE

La questione assume ancora maggiore importanza davanti all’America’s Cup.

Le preregate di settembre si inseriscono in una nuova fase di crescita dei flussi: per l’intero mese l’Osservatorio Turistico Urbano stima circa 2,2 milioni di visitatori.  Guardando invece all’America’s Cup 2027, il dossier realizzato dal Ministero del Turismo e dalla Luiss Business School stima un impatto economico di circa 690 milioni di euro nel breve periodo, potenzialmente superiore a 1,2 miliardi considerando gli effetti di lungo periodo, con una previsione di 1,5-1,7 milioni di visitatori. Si tratta, naturalmente, di stime e non di risultati consuntivi.

«L’America’s Cup può rappresentare un’occasione straordinaria. Ma proprio per questo dobbiamo arrivare preparati: le stime sull’impatto economico dell’evento sono importanti, ma dovremo poi essere in grado di misurare quanto di quel valore si tradurrà realmente in ricaduta per le imprese e per il territorio» – afferma Carfora.

Un grande evento può produrre presenze e consumi immediati. La questione, per il territorio, è capire quanta parte di questo impatto si traduca effettivamente in attività economica, occupazione, investimenti e valore duraturo per il sistema produttivo locale.

MISURARE IL VALORE, NON SOLTANTO I FLUSSI

Napoli dispone già di strumenti di monitoraggio turistico e nel 2026 ha rafforzato anche la programmazione commerciale del centro storico.

Il passo successivo non è aggiungere semplicemente nuovi numeri a quelli già disponibili, ma mettere in relazione ciò che oggi viene misurato separatamente: presenze turistiche, mobilità, attività commerciali, aperture e cessazioni, occupazione, valori immobiliari e costi di gestione.

L’obiettivo è costruire una lettura capace di rispondere a una domanda semplice:

quanto valore economico produce il turismo e quanto di questo valore viene effettivamente intercettato dalle imprese e rimane sul territorio?

«Non possiamo più limitarci a celebrare la crescita dei flussi turistici. Dobbiamo misurare ciò che quella crescita lascia realmente alla città: quanta spesa viene generata, quali settori intercetta e quanta parte di quel valore si traduce in fatturato, occupazione, investimenti e ricaduta economica per le imprese locali» – osserva Carfora.

 È da qui che Luigi Carfora intende aprire un confronto con le istituzioni e con il sistema produttivo.

Perché tutelare il commercio non significa difendere indistintamente ogni attività esistente né contrapporsi al turismo. Significa fare in modo che la crescita turistica rafforzi, anziché lasciare indietro, il maggior numero possibile di imprese, attività e posti di lavoro del territorio.

Non per mettere in discussione il turismo, ma per governarne meglio la crescita e aumentarne la ricaduta economica sul territorio.

«Napoli ha conquistato il turismo. Ora deve conquistare la capacità di trasformare quella straordinaria domanda in ricchezza diffusa: più clienti per le imprese, più fatturato, più lavoro, più investimenti e più valore che rimane sul territorio» – conclude Carfora.

Il centro della città rappresenta il primo banco di prova. Una seconda riflessione dovrà riguardare la Napoli periferica, dove la questione è diversa e riguarda soprattutto collegamenti, trasporto pubblico, servizi e capacità di rendere accessibili ai flussi quelle aree che oggi intercettano solo una parte delle opportunità generate dalla crescita della città.

La sfida, in definitiva, non è scegliere tra turismo e impresa. È fare in modo che il turismo diventi sempre più impresa, lavoro, investimento e sviluppo.