- Aree interne, bioeconomia, bioterritorio e bioetica
Grande interesse, dalle colonne di questo Quotidiano on line, ha suscitato il mio precedente intervento sulle aree interne Quali diritti per le aree interne?. Tra le altre reazioni “a caldo”, mi piace registrare quella del collega e amico Donato Matassino, scienziato e teorico di Conservazione del germoplasma animale nella Facoltà di agraria di Portici, e compagno di tante ricerche di Bioetica animale e di Bioetica del bioterritorio, anche all’interno del CIRB (Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica). Matassino va annoverato tra gli scienziati italiani che ha dato grande impulso all’etica del bioterritorio e – insieme con gli esponenti dell’Accademia dei Georgofili (nel luglio 2026, l’Accademica ha riflettuto appunto su La transumanza come patrimonio culturale pastorale e sviluppo turistico sostenibile delle aree interne) – ha contribuito a portare addirittura, come fu scritto allora ad effetto, la bioetica in stalla: ovvero a unire la riflessione filosofico-teologica sulla dignità della vita con i più recenti protocolli di zootecnia sostenibile. Si andava, già nei primi anni del Duemila, verso la nozione e la realizzazione della cosiddetta stalla etica: un modello integrato di allevamento delle bovine da latte, dove genetica, management, ambiente, salute e nutrizione fossero gestite in modo da assicurare alle bovine il rispetto della loro etologia e per garantire la massima sostenibilità. Ecco, appunto, un altro dei fattori di valorizzazione dei numerosi aspetti che caratterizzano la discussione sulle aree interne.
Del resto, nell’aprile 2024, ben tre Dop italiane, la Casciotta d’Urbino Dop (Marche e provincia Rimini – Emilia Romagna), il Piave Dop (provincia Belluno – Veneto) e il Provolone Valpadana (Lombardia, Veneto, Provincia autonoma di Trento) presentarono, nella sala stampa della Camera dei Deputati, un progetto mirante a sostenere, appunto, i territori a rischio spopolamento (è, questo, un altro nome, declinato dal punto di vista del rischio, delle aree interne): si proponendo il rafforzamento della filiera, dall’allevamento alla tavola, nonché il rilancio di una zootecnica che li vedesse di nuovo protagonisti di un percorso di rivitalizzazione dei territori e delle aree interne, sempre più interessate da desertificazione economica, culturale e sociale. L’unione dei DOP avvenne allora sotto l’egida di Aecis, Associazione Europea di Cultura Innovazione e Sostenibilità, il cui principale obiettivo è, appunto, quello di cogliere la sfida della transizione verso sistemi alimentari sostenibili, come peraltro indicato dalla strategia UE “Farm to Fork” al centro del Green Deal europeo. Di qui azioni, a carattere divulgativo, formativo, scientifico, che hanno, come ottimo denominatore comune, la correlazione tra lo sviluppo del sistema dei regimi di qualità europei e la capacità effettiva delle filiere agroalimentari di implementare principi e pratiche quotidiane di sostenibilità, anche misurandone la relativa attuazione.
È interessante osservare che tutti questi trend critici a proposito delle are interne, prima che in economia e in politica – come si vede puntando particolarmente lo sguardo sulla bioeconomia – si sono sviluppati in campo etico e bioetico. In particolare, all’interno della bioetica degli ecosistemi, si è fatta strada una notevole attenzione a teorie in grado di correlare scienze hard e scienze soft. Ma tutto ciò avviene non senza disappunto da parte di altri Autori, come, negli USA, J. Baron, i quali oppongono, piuttosto, una teoria individualistico-funzionale, addirittura andando in rotta di collisione contro la bioetica e la stessa bioeconomia: mondi, questi, secondo Baron, intesi come tipici di coloro che si limitano a dire dei no a tutto e, di fatto, non fanno che ostacolare soluzioni più vantaggiose sui piani economico e sociale. Di qui, osserva Baron, l’importanza d’innovare il dibattito rispetto alla generazione dei “padri”, di non proporre, cioè, neppure la sensazione di inutili crociate contro i nuovi Copernico ed i nuovi Galileo dell’economia o della bioetica ambientale, o della valorizzazione bioterritoriale, peraltro oggi in dialogo inevitabile con gli approdi della genetica e della tecnoscienza.
Nonostante tutto, però, persiste la necessità di scoprire l’eventuale “resistenza” di valori di riferimento, di norme etiche condivisibili, di istanze morali, alla luce delle quali almeno poter discriminare sulle possibilità tecnoscientifiche che il “mercato”, anch’esso diventato frattanto globale come i mercati economici e finanziari, mette oggi a disposizione di pochi o di molti, per valorizzare territori in spopolamento, oppure assecondarne la scomparsa. Non sottovalutando, dunque, gli aspetti economici e commerciali legati, anche in sede di Unione europea e italiana, ai brevetti ed all’uso farmacologico e di mercato, nonché di opportunità indotte da determinate scoperte ed applicazioni biotecnologiche, per esempio nell’ambito della gestione economica delle scorie e degli scarti.
Di qui la prospettiva di doversi ri-educare a domande come le seguenti, le quali chiamano evidentemente in causa non soltanto teorie e strategie di ordine economico, ma “visioni del mondo”, “prospettive ideali”: quale essere umano ipotizziamo, o andiamo preparando, in un mondo in cui l’entropia non riesce ad eliminare mai del tutto gli scarti della produzione? Quale futuro del cosmo e dei sistemi viventi ci proponiamo di elaborare negli ambiti delle strategie e degli assetti economico-sociali, soprattutto delle aree interne? Quali esiti della ricerca scientifica riteniamo compatibili con la sopravvivenza dei sistemi viventi e non viventi delle aree interne e, soprattutto, dei sistemi viventi umani, quali l’evoluzione attualmente ha prodotto? Quali sono i nuovi criteri di liceità che assegneremo a determinate pratiche, o scelte politico-istituzionali, oltre che economiche e di mercato, relativi a queste aree?
Non sarà un caso, pertanto, che la bioeconomia sortisce grande successo in questo dibattito anche in ambito etico-sociale, se si ricorda, tra l’altro, per quanto concerne l’Italia, come Stefano Zamagni ha più volte invitato ben presto a guardare a soluzioni economiche che mettano al centro la persona, non solo nel momento della distribuzione della ricchezza in un bioterritorio, ma anche nel modo in cui essa viene prodotta. Di qui il generale rilancio del concetto di sviluppo umano integrale (che è primariamente antropologico ed etico), che viene legato a tre fattori, di cui il primo resta significativamente economico: Pil, beni socio-relazionali, beni spirituali.
- La proposta di Carmine Nardone
Di qui la rilevanza della segnalazione, pervenutami attraverso Donato Matassino, circa il nuovo patto tra Stato, territori e nuove generazioni, così come articolato da Carmine Nardone. Convinto che le aree interne non chiedano elemosina, bensì che il loro valore territoriale venga riconosciuto, misurato e remunerato, Nardone lancia l’esigenza di un cambiamento radicale: si tratta di passare da una logica emergenziale a una logica strutturale, da politiche di compensazione a politiche di investimento, dalla misura degli abitanti alla misura del territorio. Serve, insomma, un fondo strutturale e pluriennale, distinto dai finanziamenti occasionali, alimentato da risorse statali ed europee, per finanziare contemporaneamente servizi essenziali, infrastrutture, economia locale, tutela del territorio e politiche demografiche. Non più una somma di piccoli bandi, ma un programma decennale di rinascita territoriale con obiettivi verificabili ogni tre anni. Notevoli appaiono le conseguenze operative di tale strategia: chi decida di vivere, lavorare o investire nelle aree interne, deve ricevere un compenso fiscale per i maggiori costi derivanti dalla marginalità territoriale: non un privilegio, ma una compensazione equa per uno svantaggio strutturale del territorio interno. Così, le regole sulla presenza scolastica nelle aree interne non possono essere determinate esclusivamente dal numero di studenti, come oggi avviene secondo la politica degli accorpamenti tra istituzioni scolastiche: nelle aree interne la scuola è, e deve restare, un presidio territoriale e sociale, per cui servono deroghe strutturali ai parametri numerici, trasporto scolastico garantito, laboratori orientati ad agricoltura, ambiente e tecnologia, e soprattutto incentivi per gli insegnanti. Per i giovani che scelgono l’agricoltura, continua la proposta di Nardone, serve un progetto individuale di vita e di impresa, non soltanto contributi all’insediamento. Ogni giovane costruisce, con un’équipe tecnica pubblica, un piano integrato e personalizzato.
Se le aree interne non sono il passato dell’Italia, ma vogliono esserne il futuro, ne consegue un vero e proprio diritto di restare, al di là e oltre a Programmi europei e nazionali per giovani, imprenditori e agricoltori delle aree interne. Il tutto implica il riconoscimento del valore ecosistemico del bioterritorio, che diviene, come insiste Matassino, una risorsa produttiva, non un peso da assistere. Diritto a restare è anche diritto a ritrovare le radici: non è un caso che, nel dicembre 2024, Social Science and Tourism fu il tema del “Turismo delle Radici”, quale forma di viaggio e soggiorno rilevante per lo sviluppo economico, sociale e culturale, delle comunità che lo accolgono e lo organizzano, soprattutto nelle aree interne. Il “Turismo delle Radici” è, del resto, fatto di persone emigrate e/o loro discendenti che viaggiano verso i propri luoghi d’origine, che spesso oggi sono nelle aree interessate dallo spopolamento. Di qui la rilevante idea dell’Unical di proporre, fin dal 2023, una Conferenza all’attenzione della comunità internazionale di studiose/i di tutte le scienze sociali. Il Centro Ricerche e Studi sul Turismo (CReST) dell’Università della Calabria e dall’Osservatorio Universitario sul Turismo dell’Università Federico II di Napoli, in collaborazione con lo Special Issue della rivista scientifica “Fuori Luogo”, ha offerto, tra gli altri, sul tema anche i notevoli interventi socio-scientifici di Tullio Romita, Antonella Perri, Fabio Corbisiero e Philippe Clairay.
- Il diritto a restare
Le attuali problematiche delle aree interne, soprattutto di montagna, dove i piccoli comuni rischiano l’abbandono per una serie di motivi socio-economici, che vedono il continuo esodo dei giovani e il progressivo invecchiamento delle popolazioni residenti, sono verificabili “dal vivo”. Per esempio, basta far tappa nelle aree interne della Basilicata, dove sorprendenti sono le testimonianze dell’immenso patrimonio di tradizioni, di arte, di artigianato e della difficile vita contadina del passato, come già descritta da Carlo Levi. Il diritto a restare si declina in modo significativo proprio in quei territori – come le aree interne -, attualmente interessati da profonde trasformazioni economiche e produttive. La restanza diviene, anzi, un rilevante fattore anche socio-antropologico, oltre che turistico-sociale, come, peraltro, ha ribadito, nel 2022, Vito Teti (La restanza, Einaudi, Torino 2022). Nei brevi, ma succosi, capitoli del suo saggio – che viene da lui definito testualmente «una sorta di etnografia dell’interno e dall’interno» (ivi, p. 135) -, Teti si domandava sul restare come “pratica etica”, nel senso dell’aver nuova cura del paesaggio, in cui trova fondamento «un’etica del restare», intesa come «ri-guardare» (ibidem). Ecco perché Teti, racconta «del lungo viaggio nella mia restanza nella mia patria culturale» (ivi, pp. 137-138), nel paese del maledetto Sud – in cui egli è rimasto dopo esservi ritornato, auto-assegnandosi, infine, il compito etico di «accogliere la vita che arriva, ricevere quelli che tornano, provare a sostenere quanti non vorrebbero partire. Il nostro compito è camminare, cercare, scrivere sperando che anche questo possa servire a costruire nuove comunità» (ivi, p. 138). Chi una volta è andato via dal piccolo mondo “interno”, quasi creando in un altro mondo come un duplicato della piccola patria da cui proveniva, ha pure «il diritto di restare come principio di libertà, non per isolarsi, ma per inscrivere la propria piccola patria nel cuore del mondo» (p. 139). A un certo punto, infatti, nel racconto di Teti, Carlo gli offre «gustosissime minestre di erbe, patate e legumi. Poi mi porge con rispetto un pane realizzato con diverse farine e mi dice: “Ti ho portato il pane della restanza”… Si chiamava “pane della rispensa”, dal luogo in cui veniva conservato in un sacco… Altre persone lo chiamano “pane della rispensa”, o “della ristenza o anche “della restanza” con riferimento ad un pane che durava, restava, si consumava duro» (ivi, pp. 29-30).
Di qui ci spieghiamo anche il forte interesse dei vescovi, che hanno voluto, da pochi giorni, consegnare una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”, sottoscritta a conclusione dell’annuale Convegno dei Vescovi delle Aree interne. Firmato al momento da 141 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati, il testo resta aperto per ulteriori adesioni, ed è stato consegnato all’Intergruppo Parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili”.
Una delle poche realtà presenti ancora in modo capillare sul territorio nazionale, quella religiosa cristiana, va mettendo a fuoco la questione delle aree interne da un punto di vista più strettamente pastorale. Preoccupati per una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, ritenuti nella sostanza una condanna definitiva, al punto che gli esperti ormai concludono che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive», i pastori chiariscono il senso della loro Lettera aperta e di alcuni suoi passaggi, potenzialmente “esplosivi”, anche in campagna elettorale: «Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: “Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele” (Ez 3,17). Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali. Chiediamo perciò che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne. Sollecitiamo le forze politiche e i soggetti coinvolti a incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo, valorizzando un sistema di competenze convergenti, utilizzate non più per marcare differenze, ma per accorciare le distanze tra le diverse realtà nel Paese. Chiediamo altresì di avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico».
Non vi è, forse, materiale incandescente per questa lunga campagna elettorale a cui ci stiamo preparando?
