- Il dibattito sulle cosiddette “aree interne”
Tra i vari temi in agenda – su cui le forze politiche vorranno certamente indugiare nel lungo dibattito pre-elettorale ormai in corso -, emerge particolarmente quello delle cosiddette aree interne. Si tratta di aree geo-culturali segnate da spopolamento, emarginazione, antagonismo tra Comuni, mancanza di infrastrutture e, in molti casi, da danni provocati dai terremoti (come recentemente va mostrando il terremoto recente nelle aree del bradisismo, che ha provocato anche l’effetto di migliaia di sfollati, alla ricerca di nuovi insediamenti abitativi).
Come garantire l’efficacia e la sostenibilità della esistente strategia nazionale per lo sviluppo delle aree interne, in coerenza con l’Accordo di partenariato 2021-2027? Si tratta, come si ricorderà, di un Documento di orientamento strategico per la programmazione dei fondi FESR (Fondo europeo per lo sviluppo regionale), FSE+ (Fondo sociale europeo plus), Fondo di coesione, JTF (Just transition fund) e FEAMPA (Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura).
Le Aree di progetto del ciclo di programmazione della Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento per le politiche di coesione 2021-2027) includono oggi ben 56 nuove Aree interne 2021-2027. Esse complessivamente coinvolgono 764 Comuni (dato al 2020), e in cui risiede una popolazione pari a 2.056.139. Tali Aree si aggiungono alle 37 Aree già identificate nel 2014-2020, che sono state confermate senza alcuna variazione del perimetro iniziale: si tratta di ben 549 Comuni, in cui risiede una popolazione pari a 977.279 abitanti. Esse si aggiungono alle 30 Aree identificate nel 2014-2020 che presentano un nuovo perimetro rispetto alla configurazione originaria a seguito dell’annessione e/o esclusione di comuni: in questo caso si tratta di 556 Comuni, in cui risiede una popolazione pari a 1.324.220 abitanti. Per non citare un “progetto speciale Isole Minori”, che coinvolge i 35 Comuni sui quali insistono le Isole, con una popolazione totale di 213.093 abitanti.
Nel recente resoconto della Cabina di Regia governativa per lo sviluppo delle Aree Interne (riunita il 14 aprile 2026), si legge che anche il Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ha illustrato la situazione di ben 7 aree strategiche interne campane, segnalando la presenza di circa 98 milioni di euro di finanziamento a supporto, divisi per le 7 aree interne campane. Lo stesso Fico evidenziò, tuttavia, delle difficoltà legate sia alla fase progettuale, sia a situazioni di mancato accordo tra i Comuni, comunicando l’adozione di una delibera di giunta per istituire un Comitato di governance rafforzata: l’obiettivo è, insomma, quello di avvicinare gli uffici regionali alle aree strategiche e supportare le procedure di progettazione e spesa.
In Campania, in particolare, aree interne sono oggi considerate quella del Fortore Beneventano, dell’Alto Matese e Sele Tanagro, ma tante altre sono le aree interne nelle altre Regioni del Bel Paese: una questione nazionale e non soltanto regionale, insomma, che non può non attirare l’interesse delle forze politiche.
Perfino i vescovi delle “Aree interne” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), già lunedì 8 novembre 2021, vollero perciò incontrarsi con Enrico Giovannini, allora Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, già a quel tempo preoccupati delle cosiddette “Aree interne” del Paese: sempre più segnate dallo spopolamento, dall’emarginazione, dalla mancanza di infrastrutture e, in molti casi, dai danni provocati dai terremoti degli ultimi decenni.
I presuli ne hanno voluto di nuovo discutere nel recente incontro del 31 agosto-1 settembre 2026, quasi nel periodo degli “scampoli delle ferie”. Come ha detto, nella relazione introduttiva, mons. Mariano Crociata: «Non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità». Il comunicato finale del primo settembre 2026, presentando le esperienze di L’Aquila, Forlì e Cagliari, ha ribadito che esse «hanno mostrato, da prospettive differenti, come la ricostruzione del tessuto comunitario, la corresponsabilità dei laici, la collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro possano dare risposte alle fragilità delle Aree interne. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità».
Insomma, aree interne sempre più fragili, anche sul piano socio-religioso, e perciò necessità di avviare dei nuovi processi. L’obiettivo pastorale, che incrocia gli obiettivi governativi, è quello della ricostruzione del tessuto comunitario, della corresponsabilità dei laici, della collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro. Da anni, peraltro, i vescovi italiani delle cosiddette aree interne vanno condividendo esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità. Da poco hanno anche designato un gruppo di tre Vescovi (Mons. Felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno; Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico; Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti), in rappresentanza delle diverse aree geografiche del Paese, col compito di individuare, insieme alla CEI – che in questi ultimi anni si è sempre mostrata attenta alla problematica, con la presenza costante e con il progressivo coinvolgimento di alcuni suoi Uffici –, temi, forme e luoghi del prossimo Convegno sulle aree interne. Il 17 luglio, il Presidente della CEI, card. Zuppi, intervenendo al Convegno sulle aree interne, ha potuto affermare: «Tutte le comunità sono importanti, anche quelle più piccole; le aree interne non sono il passato. Sono il presente e ci indicano il futuro». In questo senso, “non si tratta di accanimento terapeutico, ma di un discorso di fiducia e di futuro”».
Ha perciò potuto scrivere, in ottica di storia socio-economica Elia Fiorenza – docente all’Unical e autore, tra l’altro del volume Fiscalità, territorio e lavoro nel Fondo archivistico del Catasto Onciario Borbonico. Il caso dell’Apprezzo di Pazzano tra economia agraria e filiera siderurgica calabrese (ed. Laruffa 2026) -: “Non esiste un centro forte circondato da una periferia marginale da assistere. Esiste una periferia maggioritaria che dovrebbe fare da tessuto portante, ma che si trova invece priva delle infrastrutture minime per reggere quel ruolo”. Elia svolge, appunto, le sue considerazioni a proposito del 78% dei comuni calabresi e di circa il 58% della popolazione, che rientrano nelle categorie delle cosiddette “aree interne”, lontane dai grandi centri di servizio e dalle linee ferroviarie veloci.
E mentre i governi puntano sulle linee ferroviari veloci e ponti avveniristici sullo Stretto, ecco che, dal 2015, Amodo (Alleanza per la mobilità dolce), attraverso delle vere e proprie maratone ferroviarie, va difendendo attivamente l’antica rete ferroviaria, chiedendo investimenti e ri-aperture di linee e, in qualche caso, il ritorno del treno come modalità strategica di recupero delle aree interne: «Seduti nei vagoni delle linee regionali si potranno così incontrare altri viaggiatori, osservarne le tipologie – gli studenti, i pendolari, i turisti, le famigliole, gli immigranti» (cfr. Massimo Bottini-Massimo Ferrari, Oltre 10 anni di Maratone ferroviarie. Ricognizioni sul Trasporto Pubblico Locale, a cura di Flavia Corsano, CulturMaggioli, Santarcangelo di Romagna 2026, Introduzione, p. 13).
- Risvolti pastorali del dibattito sulle aree interne
Le Province – disse a suo tempo Gandolfi, accompagnato dal responsabile UPI (Unione Province Italiane) per le Aree interne – raccolgono e fanno proprio l’appello lanciato dai Vescovi, che molto lucidamente indicavano all’inizio del primo ventennio del Duemila, la necessità di fondare le politiche a favore delle aree interne sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali. In altri termini, occorre valorizzare le specificità preziose di questi territori, rilanciando e integrando gli interventi speciali e aggiuntivi nel quadro più generale delle politiche di sviluppo. Nel Comunicato stampa del 2024, da parte sua l’Istat aveva, peraltro, precisato che «le Aree interne… sono costituite da piccoli Comuni (Intermedi, Periferici e Ultraperiferici), connotati da scarsa accessibilità ai servizi essenziali, opposti ai Centri (Poli, Poli intercomunali, Comuni di Cintura) dotati, invece, di infrastrutture che garantiscono tali servizi essenziali». Nell’analisi dei fenomeni demografici il territorio è, infatti, un fattore determinante: le sue caratteristiche condizionano la distribuzione spaziale della popolazione e costituiscono un elemento di attrazione/repulsione dei flussi migratori (oggi molto interessante anche nello studio del Roots Tourism dell’Unical, sotto il coordinamento del prof. Tullio Romita): nei processi di spostamento di persone dal sud del mondo verso il Mediterraneo, gli spazi attigui e con caratteristiche omogenee mostrano degli effetti demografici simili, ma possono anche diventare delle enclave segregate rispetto ai grandi centri. La delimitazione di un territorio, infatti, può avvenire attraverso dei confini che possono essere definiti naturali (corsi d’acqua o catene montuose), politici (confini amministrativi di Comuni, province e regioni), ma anche sociali (assenza o presenza di servizi, prossimità a infrastrutture), e perfino religiosi.
Spostare l’attenzione dall’analisi macro-territoriale a quella locale permette, in ogni caso, di mettere a fuoco temi e problemi che il concetto di macro-regione poneva in secondo piano. A partire dal nuovo paradigma delle aree interne, le classificazioni funzionali rendono, così, più “visibili” i territori e le popolazioni che li abitano nelle loro specificità, potenzialità e fragilità, e nei loro bisogni. Appena nel 2020, sempre l’Istat aveva osservato che una parte preponderante del territorio italiano si connota per un’organizzazione spaziale fondata su ‘centri minori’, spesso di piccole dimensioni che, in molti casi, sono in grado di garantire ai residenti soltanto una limitata accessibilità ai servizi essenziali. Le specificità di questo territorio possono essere riassunte utilizzando, appunto, l’espressione “Aree Interne”.
La Mappa delle Aree Interne è, perciò, uno strumento socio-statistico che guarda all’intero territorio italiano nella sua articolazione a livello comunale e identifica i Comuni con un’offerta congiunta di tre tipologie di servizio – salute, istruzione e mobilità – denominati Poli/Poli intercomunali. Tale Mappa rappresenta anche tutti gli altri Comuni in base alla loro distanza da questi Poli (in termini di tempi medi effettivi di percorrenza stradale), classificandoli in quattro fasce a crescente distanza relativa – Cintura, Intermedi, Periferici, Ultraperiferici – e, quindi, con un potenziale maggior disagio nella fruizione di servizi. I Comuni classificati come Intermedi, Periferici e Ultraperiferici rappresentano l’insieme delle Aree Interne del nostro Paese.
La Mappa delle Aree Interne 2014, puto di riferimento per la Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI) e inclusa nell’Accordo di Partenariato (AP) 2014-2020, è stata realizzata in un percorso metodologico, che ha visto coinvolti anche l’Istat, la Banca d’Italia e le Regioni. Di qui le implicazioni socio-pastorali del processo, che le forze politiche non potranno prendere sotto-gamba.
E tutto ciò non può non avere ricadute socio-religiose e pastorali. Ecco anche perché, sempre il 17 luglio scorso, ancora il cardinale presidente della CEI aveva definito «le aree interne “un’indicazione per tutta la Chiesa, in quanto in esse vediamo problemi che esistono anche nel resto d’Italia, come ad esempio la questione delle unità pastorali». Non dimenticando la questione degli anziani: «Viviamo di più, la speranza di vita è aumentata. Ecco perché dobbiamo far sì che la pastorale degli anziani non sia solo di contenimento o palliativa, ma aiuti la loro valorizzazione in un’ottica di evangelizzazione e arricchimento intergenerazionale». “C’è – ha osservato sempre Zuppi – una dimensione di collegialità e fraternità: abbiamo tutti gli stessi problemi e le stesse difficoltà». Per questo, insistono i vescovi, le «aree interne sono indispensabili per capire l’insieme: cerchiamo di trovare insieme soluzioni, che poi avranno delle declinazioni diverse, nelle specificità dei diversi territori».
- Fervet opus
Il Consiglio Provinciale di Campobasso ha approvato, nel luglio di quest’anno, l’istituzione dell’“Osservatorio sulle Aree interne e urbane delle Province molisane” e il relativo Regolamento che ne disciplina l’organizzazione e il funzionamento. Istituito presso la Provincia di Campobasso, vuol essere un organismo permanente di natura tecnico-consultiva e scientifica, finalizzato a rafforzare la capacità di conoscenza, analisi, pianificazione e programmazione delle politiche territoriali. Tra le principali attività previste, figurano la raccolta, l’elaborazione e la condivisione dei dati statistici relativi alle aree provinciali, la costruzione di archivi aggiornati e storici, il monitoraggio delle politiche territoriali e il supporto tecnico agli Enti locali nella definizione dei propri strumenti di programmazione. È un segnale assai rilevante sul piano politico, ma anche su quello socio-religioso.
Da parte della Conferenza Episcopale Italiana, Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara e Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, si è interrogato, tra l’altro, sempre nel corso dell’incontro dei Vescovi delle “aree interne” (Benevento, 16 e 17 luglio) sulla presenza della Chiesa sul territorio delle aree più interne: «La drammatica diminuzione del clero, il diffuso spopolamento delle zone isolate e lontane dai centri più grandi. Il cambiamento della figura di Chiesa s’impone, a diverso titolo, per la presenza della Chiesa su tutto il territorio del paese, ma l’attuale situazione chiede soprattutto un’attenzione particolare per le aree interne, perché proprio per esse si aggrava il duplice fenomeno poc’anzi rilevato, che sottopone il destino della fede a una condizione particolarmente depressiva e impoverente». I membri del clero, ormai ridotti a mosche bianche, che devono assicurare il servizio sacramentale a sei-sette parrocchie sparse sul territorio, vanno ormai integrati con i ministeri laicali del popolo di Dio (ministeri, da papa Francesco in poi, affidati non solamente a uomini, ma anche a donne). È una questione non soltanto politica, ma socio-religiosa, come scrisse, nel 202 il monaco Enzo Bianchi, da poco scomparso (Dove va la chiesa?, San Paolo, Cinisello Balsamo [Mi] 2023, II parte): occorre ripensare e affinare, diceva, gli “strumenti per il viaggio”: dall’omelia domenicale che, seppur per poche mosche bianche, «resta l’unica occasione di ascolto e di meditazione della Parola» (p. 50), alla narrazione biblica (pp. 57-59), che resta pur sempre l’unico filo di comunicazione intergenerazionale in un’ora in cui la Chiesa italiana «è chiamata soprattutto a interrogarsi sulla trasmissione della fede» (p. 61); dal rinnovamento liturgico, soprattutto della celebrazione eucaristica (cf p. 64), al superamento dell’attuale deriva deistica della spiritualità dei cristiani cf p. 67), foriera di gravi problemi: «Il venir meno della qualità “fontale” della liturgia nella vita dei cristiani provocherà a mio avviso debolezza della fede per molti e fagociterà appartenenze culturali per altri» (p. 68).
Fervet opus, insomma. Il tema delle aree interne è un vero e proprio laboratorio socio-politico e socio-religioso, su cui è bene facciano un pensierino le forze politiche e non soltanto gli studiosi di turismo delle radici e di strategia socio-econmiche. Grazie alla loro propensione alla tutela dell’ambiente e alla capacità di creare quei legami di solidarietà che spesso suppliscono a carenze strutturali, le ‘Aree interne’ hanno, infatti, straordinarie carte da giocare e risorse da mettere in campo, forse a servizio di tutta Italia. Serve, però, insistono da un quinquennio i vescovi, una progettualità profetica.
