1. Amicizia, cioè?

Quando sentiamo il termine amicizia, chi viene dalla cultura classica può pensare subito al trattato di Marco Tullio Cicerone, De amicitia, che riferiva il discorso che Lelio aveva tenuto sull’amicizia, in presenza di Scevola e dell’altro suo genero, Caio Fannio, pochi giorni dopo la morte dell’Africano: “L’amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no. Senza l’affetto, l’amicizia perde il suo nome, alla parentela rimane. Tutta la forza dell’amicizia emerge soprattutto dal fatto che, a partire dall’infinita società del genere umano, messa insieme dalla stessa natura, il legame si fa così stretto e così chiuso che tutto l’affetto si concentra tra due o poche persone. L’amicizia non è altro che un’intesa sul divino e sull’umano congiunta a un profondo affetto. Eccetto la saggezza, forse è questo il dono più grande degli dèi all’uomo”. 

Ma il tema dell’amicizia, dal mondo classico, è approdato più volte anche nel nostro terzo millennio: si può andare da L’amica geniale (edizioni e/o), romanzo bestseller di Elena Ferrante, del 2011; a L’amico ritrovato di Fred Uhlman, contenuto nella Trilogia del ritorno (Guanda, traduzione di Bruno Cesare Armando e Elena Bona): è il racconto di un’amicizia spezzata, però mai dimenticata, tra un ebreo di famiglia borghese e il nobile Konradin von Hohenfels. E ancora, la nostra memoria contemporanea può correre da Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini (Feltrinelli, traduzione di Mariagiulia Castagnone) – che è anche il racconto di un’amicizia: quella tra Amir e Hassan, divisi dal trasferimento di Amir negli Stati Uniti in seguito all’invasione russa dell’Afghanistan. Non senza approdare, poi, alla Trilogia dell’amicizia di Luis Sepúlveda (Guanda, traduzione di Ilide Carmignani, illustrazioni di Simona Mulazzani), i cui racconti sono tutti incentrati sulla solidarietà e sul superamento dei propri limiti attraverso l’amicizia. 

Oggi, però, possiamo scoprire che l’amicizia non solo è un legame e un valore morale, ma è anche una terapia medica, oltre che sociale e interumana.

  1. L’amicizia genera salute e benessere

«Gli Atti che il lettore ha tra le mani nascono dal convegno dedicato al tema “L’AMICIZIA – genera salute e benessere”, promosso dal Forum delle associazioni sociosanitarie con l’intento di riportare al centro del dibattito pubblico una dimensione decisiva della vita individuale e collettiva: la qualità delle relazioni». Ecco delineati gli intenti, anche scientifici e sanitari, nella sintesi felice del Convegno, redatta da Aldo Bova, i cui Atti completi possiamo leggere ora nel volumetto che abbiamo tra le mani: L’Amicizia genera salute e benessere. Atti del Convegno Napoli, 28 marzo 2025 (a cura di Aldo Bova, con il contributo non condizionante di Massimiliano Vagelli, Fideuram, coordinamento editoriale Center, Napoli). 

Aldo Bova – che è Presidente del Forum delle Associazioni Sociosanitarie (un Forum che promuove e tutela la vita e la salute, nonché la giustizia, in contrasto alle diseguaglianze nella salute e nella cultura, oltre a tutelare il creato e la bellezza della natura, agendo in rete e dialogando con le istituzioni e con il “sentire comune”) – coordina, in queste godibilissime pagine, i contributi non soltanto di medici e specialisti della salute, ma anche di imprenditori, amministratori, industriali, e perfino di teologi, filosofi e pastori. Ecco la lista degli Autori: Aldo Bova, Giuseppe Procaccini, Alessandra Alfieri, Antonio Falcone, Carlo Crispino, Carlo Bova, Stefania Brancaccio, Gbattista Buonamano, Giuseppe Giuliano. Tutti concordano su un punto: intesa come reciproco affetto costante e operoso tra persona e persona, non senza una specifica connessione fisio-neurale, l’amicizia diviene oggi un vero e proprio antidoto medico, piscologico e sociale, ma altresì aziendale e imprenditoriale. 

Si domanda, in ottica aziendale, Stefania Brancaccio: «Cosa rende un’azienda forte? La tecnologia? Il capitale? Certo, questi elementi sono importanti. Ma nulla è più prezioso di un team unito, di un ambiente di lavoro dove le persone si sentono valorizzate. Perché quando un collaboratore si sente ascoltato e rispettato, lavora meglio, dà il meglio di sé. E questo non è solo un vantaggio per l’impresa, ma è un modo per restituire dignità al lavoro… Oggi c’è bisogno di imprenditori che sappiano essere amici. Amici dei loro collaboratori, dei giovani che cercano un’opportunità, di chi ha bisogno di un sostegno. Perché il lavoro non è solo produzione, è anche crescita umana, è anche speranza» (pp. 25-26). 

Tuttavia, come puntualizza il dr. Bova, l’amicizia oggi non è soltanto uno stile e un atteggiamento, oppure un suggerimento per aziende e imprenditori; ma è davvero una medicina, che contrasta episodi «frequenti di aggressività e prevaricazione: violenze tra giovani, conflitti nei luoghi educativi, fratture nella convivenza civile, tensioni tra gruppi e comunità, fino a contrasti che attraversano territori e popoli. A questo si aggiunge un disagio profondo, particolarmente evidente nella popolazione adolescenziale, dove emergono sofferenze esistenziali e difficoltà di dialogo tra generazioni» (p. 4). In questo senso, l’amicizia diviene oggetto di riflessione dei medici cattolici, essendo una vera risorsa di salute per i nostri tempi, in quanto è dimostrato che «incide su dimensioni profonde della persona: lo spirito, la vita interiore, l’equilibrio emotivo e la motivazione a prendersi cura di sé» (ivi). 

Alessandra Alfieri, Medico Neurochirurgo, nel suo intervento su Amicizia e Meccanismi Neurobiologici, presenta, appunto nel volume citato, recenti studi sul connettoma, tra cui «un lavoro veramente interessante… eseguito da Parkinson et al. e pubblicato nel 2018 su Nature Communication, dimostrando l’esistenza di una FIRMA NEURONALE alla base dell’amicizia» (p. 17). Insomma, risultano dimostrate delle vere e proprie analogie strutturali dell’encefalo di coloro che sono tra loro amici. Esse consentono, mediante il connettoma, di praticare l’amicizia, ovvero di stabilire delle relazioni, non solo neurali ed emotive, ma pure spirituali che, come scrive il frate minore conventuale P. Gbattista Buonamano, caratterizzavano già il Santo di Assisi, di cui è in corso, nel 2026, l’anno centenario della morte: «Francesco d’Assisi ha vissuto per tutta la sua vita tenere amicizie personali, che le fonti francescane non hanno trascurato di riportare, come quella con messer Giovanni di Greccio o con la nobildonna romana Jacopa de’ Settesoli, che considerava tanto vicina da essere solito chiamarla “frate Jacopa”» (p. 28). Pure un vescovo, mons. G. Giuliano, riconfigura nel volume dell’AMCI, il Pastore ecclesiale nella linea dell’amico fedele di Cristo: «Penso che il vescovo non sia tanto lo sposo della Chiesa, come talvolta viene presentato. Il vescovo è piuttosto l’amico fedele dello sposo che è Cristo: il vescovo deve preparare e favorire l’incontro dello Sposo con la Sposa, ma poi deve curare la saggezza di farsi da parte» (p. 32).

  1. Evidenze scientifiche

Dal punto di vista neuro-scientifico-psicologico, è insomma chiaro che, oltre a una base neuro-fisiologica, avere degli amici ha un effetto benefico sulla nostra salute psicofisica. Passare del tempo con gli amici, rilascia, tra l’altro, un cocktail ormonale, che ci fa davvero sentire bene. Sostanze quali ossitocina, dopamina, endorfina e serotonina risultano presenti in maggior quantità in seguito all’interazione con amici. Uno studio dell’Università di Leiden in Olanda ha analizzato, tramite fMRI, l’attivazione delle aree cerebrali di un gruppo di giovani (un’orchestra studentesca), all’interno della quale erano presenti forti amicizie, ma pure delle mere conoscenze e antipatie. Tuttavia, quando veniva chiesto ai partecipanti di pensare a coloro che consideravano amici, risultava una maggiore attivazione delle aree cerebrali, come lo striato ventrale, l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia prefrontale ventromediale: tutte zone cruciali nei circuiti detti di ricompensa del cervello. 

Meglio insieme che da soli, insomma. Eppure, sul piano delle condotte, prima in Giappone e poi in tante altre parti del mondo, come nella nostra Italia, si assiste a un fenomeno opposto –  detto hichikomori (dai verbi giapponesi hiku – tirare indietro – e komoru – ritirarsi-) -. In sintesi, la pressione e il disagio spingono alcuni, soprattutto giovani, all’isolamento sociale, che ha assunto proporzioni drammatiche anche nella nostra Penisola. Hichikomori Italia ha pubblicato, nell’aprile 2026, un Report europeo, basato su un lavoro qualitativo (sei focus group realizzati in cinque Paesi: Italia, Romania, Austria, Spagna e Irlanda), che hanno coinvolto oltre 85 professionisti tra insegnanti, psicologi scolastici ed educatori, con l’obiettivo di raccogliere esperienze dirette per comprendere meglio le difficoltà incontrate nel gestire degli studenti a rischio di ritiro sociale. Nel complesso, il Report propone una lettura del ritiro sociale come un fenomeno sistemico, che richiederebbe, di conseguenza, interventi coordinati tra scuola, famiglia e servizi. Non basta, insomma, agire sul singolo ragazzo a rischio di chiusura a riccio: è necessario intervenire anche sui contesti educativi e relazionali, perché l’amicizia vinca, infiee,  sull’isolamento. Per quanto riguarda l’Italia, «dal 2012, il “Consultorio Gratuito per gli adolescenti ritirati che abusano delle nuove tecnologie”, della Cooperativa Minotauro, offre percorsi psicologici gratuiti rivolti agli adolescenti con difficoltà psicologiche e ai loro familiari. Nel 2014 sono stati presentati dei dati clinici su ragazzi ritirati in carico al Consultorio o seguiti negli ultimi dieci anni all’interno di attività cliniche precedenti alla nascita del Consultorio… Dei 139 casi totali seguiti dal Consultorio, il 48-55% viene preso in carico dal servizio perché adolescenti isolati, ritirati da scuola, chiusi in casa, in conflitto con i genitori, dipendenti da internet e con un’età media di 16,5 anni (range di età: 11-24 anni). Tuttavia, dal report non è chiaro se queste difficoltà fossero contemporaneamente presenti o meno. Le analisi condotte per esaminare la presenza di differenze psicopatologiche tra gruppi di adolescenti isolati e adolescenti che non presentavano ritiro sociale erano non significative dal punto di vista statistico, sebbene non risultasse chiaramente descritta la numerosità dei gruppi utilizzati per queste analisi» (https://www.rivistadipsichiatria.it/archivio/3635/articoli/36153/ ).

  1. Chi trova una sana amicizia, trova sempre un tesoro!

Papa Leone XIV, mercoledì 14 gennaio 2026, all’udienza generale in Aula Paolo VI, si soffermò sulla Costituzione dogmatica conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione, osservando che anche il Dio della Bibbia è uno che tesse relazioni di amicizia con le sue realtà create: «Le parole del Signore Gesù… “vi ho chiamato amici” – sono riprese proprio nella Costituzione Dei Verbum, che afferma: “Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr. Col 1, 15; 1 Tm 1, 17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33, 11; Gv 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3, 38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro (cfr. Dei Verbum, 3); e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere».

La questione dell’amicizia ritorna, insomma, particolarmente viva, anche nella prassi pastorale e catechistica della Chiesa. Lo leggiamo in un recente volume di Giuseppe Puglisi, parroco a Catania, che riflette sui risultati di un’indagine, da lui stesso condotta, tra i giovani di scuola secondaria superiore del territorio di Ventimiglia-Senigallia (Sequela e servizio. Per una nuova evangelizzazione dei giovani, edizioni La Valle del Tempo, Napoli). Questa notevole ricerca – partita da un sondaggio quali-quantitativo su 1208 studenti delle scuole del territorio della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo –, s’inserisce autorevolmente in un più ampio movimento sociologico e teologico-pastorale, che caratterizza l’attuale apertura e attenzione della Chiesa cattolica nei confronti delle giovani e dei giovani contemporanei, che sono, peraltro, sempre di meno rispetto a una popolazione oggettivamente invecchiata. I dati biblico-teologici della sequela e del servizio, opportunamente ri­pensati e sintonizzati con le nuove attese del mondo giovanile, potrebbero diventare davvero, è questo l’auspicio del volume di Puglisi, una leva per disegnare un originale percorso pastorale di nuova evangelizzazione dei/con i giovani: dopo i millennials (nati all’incirca tra il 1981 e il 1996), gli zoomers e la generazione Alpha, bisogna prendere atto che è ormai iniziata la stagione della generazione Beta. A questo mondo giovanile – spesso rammaricato di aver ereditato dagli adulti un mondo lacerato da guerre e sfigurato dalle ingiustizie sociali – la teologia pastorale può/deve ripetere che c’è speranza di amicizia; e c’è speranza proprio dentro i ragazzi e i giovani delle ultime leve; essi hanno un dono che tante volte agli adulti sembra ormai sfuggire. Diatti, essi hanno speranza, ma soprattutto sono ancora in grado di coltivare le amicizie sane che, anche dal punto di vista medico, sanificano. Scrive bene il dr. Bova nella sua Introduzione al volume già citato: «perché l’amicizia – intesa come atteggiamento relazionale stabile fatto di ascolto, lealtà, prossimità e responsabilità – incide concretamente sul benessere delle persone, sulla tenuta delle comunità e sulla capacità dei sistemi (sanità, scuola, lavoro, territorio) di prendersi cura delle fragilità» (p. 4).