Una telefonata di rito per gli auguri pasquali; lo scambio di opinioni con il prof. Umberto Grillo – amico di fiduciose confidenze – e subito si dà sfogo al fastidio per il frastuono dei tempi con una sensazione ricorrente: in giro c’è tanto disagio psichico! Ho provato immediatamente a rassicurarlo, dicendogli che probabilmente l’unico vero fattore di accelerazione sta solo nel tracciamento digitale di comportamenti e condotte sociali, che prima dell’epoca della iperconnessione alimentavano solo un resoconto confidenziale. Un apparecchio telefonico a disco – ne ricordo solo di quattro colori: nero, grigio, raramente bianchi o rossi per chi inseguiva le linee del design moderno – era una frontiera di casa invalicabile, a meno che non si fosse stati disponibili alla risposta, alzando l’apposita cornetta. Oggi, invece, vi sono mille modi, per monitorare l’identità del chiamante ed anche per decidere tempi e modi della risposta: si va da quella classica della comunicazione orale – che oggi rischia di apparire banalmente datata ad un giovane nativo digitale o alle leve della generazione alpha/beta – a tutta le variabili delle risposte condivise con i canali di messaggistica sino ai giovanili emoticon o ai video messaggi, senza trascurare le videochiamate. Insomma, davvero tanta acqua sotto i ponti! Lo ricordo ancora, infatti, l’acquisto del primo videotelefonino nel 2003 e i primi commenti del rivenditore di fiducia, che mi raccontava come diversi suoi clienti lo avevano ben presto restituito, scontando il primo problema di privacy, quando qualche moglie attenta chiedeva ai mariti di attivare la telecamera nel corso delle abituali conversazioni nelle “ore di lavoro” e non di certo per tastare il progresso delle comunicazioni. Si dirà: il progresso esige sacrifici! In queste settimane, con il fiuto del marketing, un felice spot pubblicitario ci ripropone la celebre scenetta di come una telefonata possa allungare la vita; questi spot sono andati in onda dal 1993 al 2002 per due ben note aziende pubbliche di utenza telefonica, che vale la pena qui ricordare soprattutto per l’arcaica denominazione della prima, che dall’abbreviata Sip – il cui suono lessicale ricorda un bip – si trasformò nella più moderna ed appetibile immagine della Telecom Italia. Massimo Lopez, volto ben noto della comicità italiana, è il prigioniero che si trova dinanzi allo schierato plotone d’esecuzione della Legione straniera francese: prima di sparare i colpi già in canna, il comandante dall’accento d’Oltralpe gli concede la possibilità di esprimere un ultimo desiderio. La richiesta di una telefonata da condannato a morte gli concede ancora del tempo, come poi di fatto avvenuto lì dove l’intelligente e premiata comunicazione pubblicitaria si è trasformata in un fenomeno di utilità ordinaria e di trasversale costume. Nell’odierno ecosistema digitale, questo spot commerciale ci restituisce con una divertita narrazione le immagini di un tempo andato via velocemente. Quelle immagini, infatti, non hanno solo l’astuzia di un messaggio pubblicitario: hanno il potere di un download della memoria archiviata, che concentra in pochi secondi anni di trasformazione! Lì dove un tempo si rispettava la norma del pudore e della discrezione familiare, tutto è oggi potenzialmente esposto ed ingrandito sotto la lente di una web cam, che non ha confini di privacy o di riservatezza, poiché tutto resta imprigionato da immateriali cloud di archiviazione o semplicemente dalle memorie dei nostri devices. Quando il nostro account di Google ti invia mensilmente un report dei tuoi spostamenti, a cui si è dato – più o meno consapevolmente – il proprio assenso nelle varie fasi di impostazione, vi è un misto di compiacimento per il riepilogo disponibile a buon mercato, ma anche si resta sorpresi rispetto al grande Truman show, nel quale si è coinvolti senza averne fino in fondo intravisto l’ingresso che conduceva sul pubblico palcoscenico. Tra i film che rivedo con piacere vi è un capolavoro pluripremiato di Marco Tullio Giordana – vincitore di sei David di Donatello – che con le belle interpretazioni di Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Jasmine Trinca, Adriana Asti racconta appassionatamente le vicende di una famiglia italiana dagli anni Sessanta fino alla soglia di più di venti anni fa, in quanto la produzione risale al 2003. Le trasformazioni dei due fratelli Nicola e Matteo in La meglio gioventù (2003)ii scorrono come uno specchio della società italiana e ti servono più per ricordarti che solo per vedere. Nello scorrimento della macchina da presa le ambientazioni e gli arredi hanno la meglio anche rispetto al copione come capacità di riassumere plasticamente passaggi d’epoca. Ho sempre desiderato trarne spunto per un seminario formativo, magari accompagnando le esplorazioni tematiche, da esporre alle osservazionidi giovani studenti, con una mostra di oggetti di modernariato, in cui l’apparecchio telefonico fosse collocato al centro delle ambientazioni temporali. A titolo d’esempio, a chi oggi ha in mano un dispositivo smartphone, che cosa suggerirebbe la ritualità della ricerca di gettoni per fare una telefonata, magari in coda in un’affollata attesa dinanzi ad una cabina? Sì, nelle nostre piazze e strade erano dislocate ovunque nella Penisola, come dei quadrilateri di libertà alti e stretti con porte da ghigliottina, sostituendo telefoni a muro che in qualche oscuro corridoio da bar – solitamente in zona WC – quasi mai consentivano conversazioni private. La possibilità di utilizzare semplici monete o addirittura di avere schede telefoniche fu salutata come un’ora rivoluzionaria e liberatoria. In tutti questi casi le conversazioni dovevano essere brevi ed essenziali, poiché la fila impertinente volutamente premeva, con sguardi attenti ed orecchie aperte, sulle spalle di chi finalmente aveva guadagnato l’ambito trofeo della telefonata serale. La comunicazione telefonica era concentrata sulle informazioni importanti e non vi era spazio per altro che non fossero le parole da dire e da ascoltare. Infatti, quando da studente universitario vidi per la prima volta a Roma, nella patriottica piazza Venezia proprio dinanzi all’Altare della Patria, la pubblica ed ostentata esibizione di un mattone con antenna da collocare tra l’orecchio e la bocca, le mie giovanili attese di futuro furono una sola cosa con quest’alba di “un sol dell’avvenire”, che entrarono in conflitto con la memoria di ben altre adunanze che drammaticamente si tennero sotto quel celebre balcone “di destra”.iii L’emancipazione del telefono fisso – dalla costrizione di una parete o semplicemente adagiato su di un tavolino – a dispositivo mobile ha portato il mondo in tasca, allungando così ogni comunicazione, verbale e no, di un racconto emozionale, che prima era troppo contratto dallo scorrere della sua durata. Il grande salto è stato incoraggiato dalla sottoscrizione di contratti telefonici con utenza “flat”, ovvero con tariffa fissa e forfettaria indipendentemente dall’utilizzo del servizio: da quel momento in poi, le nostre vite ed il loro racconto telefonico sono divenuti compagni di vita in una perenne diretta con streaming live senza sosta. In tal modo telefonate e vita si sono allungate perché reciprocamente contagiate in un patto d’amore e d’amicizia inossidabile: siamo davvero una trasversale generazione di imperituri iperconnessi! È questo spazio comunicativo di un tracciamento digitale, che ri-specchia tanto di ciascuno di noi, che evidenzia omissioni o manomissioni, che magari dietro ad una mancata spunta blu di WhatsApp lascia intendere qualcosa dei nostri mondi interiori e della considerazione di pubbliche relazioni. Più che informazioni da trasferire, spesso vi sono modalità di relazioni che emergono, che si evidenziano, che vengono inconsapevolmente poste tra te e l’interlocutore, anche senza una diretta riflessione, che valgono ancor più di quanto si vorrebbe a parole trasferire al destinatario della comunicazione. Insomma, la comunicazione emotiva – e non solo per emoticon! – ha allungato lo spazio delle nostre vita e vi ha aggiunto la profondità umana e psichica del non-detto delle nostre semplici parole. Questo mondo è entrato a gamba tesa nelle nostre relazioni sociali, insieme ai selfie, ai reels e agli esordienti tiktoker, che un tempo erano magari solo silenziosi vicini di casa. Scorrendo i video su TikTok, il tuo vulnerabile algoritmo prima o poi ti ricondurrà a qualcuno dei tuoi contatti della rubrica e ti farà scoprire doti da performer, che, fino a quel momento, avevi trascurato incrociando sommessamente gli sguardi sul pianerottolo di casa o nell’angusto avvicinamento di un ascensore condominiale. Lo sguardo sulla vita si è davvero così allungato da includere tanto di ciascuno di noi, che prima eravamo abili a contenere nelle nostre “buone maniere” senza l’odierno sconfinamento tra tinello di casa e strada. Resta da chiedersi: questa pubblica esposizione creerà socialità di una qualsiasi community o alimenterà solo il nostro disappunto per quelle che ci appaiono come esasperazioni e dilatazioni di un Sé digitale? È difficile dirlo nel bilanciamento di dinamiche tanto liquide e fluttuanti, ma sicuramente le comunicazioni di messaggistica istantanea ed i nostri profili social alimentano, incautamente o di proposito, le nostre autobiografie emotive e magari è giunto il momento in cui le prime nostre diagnosi psicoterapeutiche ci potrebbero essere così restituite, come in uno specchio digitale, quando scegliamo di essere inesorabilmente pubblici sia con tante parole ma anche con enigmatici silenzi.
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1. https://www.youtube.com/watch?v=C06yBDu7tKU
2. https://www.raiplay.it/programmi/lamegliogioventuiii
3. https://www.youtube.com/watch?v=fIjAWToSoyk
