- Verso un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto
C’ero anch’io, il pomeriggio dell’11 aprile scorso, come tanti altri italiani e fedeli del mondo intero, alla Veglia di preghiera del santo Rosario per invocare il dono della pace, presieduta da Papa Leone XIV nella Basilica di san Pietro in Vaticano. Inaspettatamente, prima dell’inizio della preghiera corale, papa Prevost ha voluto raggiungere all’esterno tutti coloro che non erano riusciti a trovare posto in chiesa: «Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace».
Mi sono ricordato, ascoltando tali battute, del Papa ottocentesco Leone XIII, di cui Prevost ha detto, nel primo quarto del terzo millennio, di aver voluto consapevolmente prendere il nome. Papa Pecci, nell’Ottocento – oltre all’enciclica sociale Rerum novarum e alla Aeterni Patris per il rinnovamento della filosofia cristiana – pubblicò ben 16 documenti sul Rosario (tra cui 11 Encicliche; 1 Costituzione Apostolica, 3 Lettere Apostoliche). Di fatto Papa Pecci aveva “consacrato”, nel suo supremo magistero, il nome di quegli apostoli del Rosario che, in quel suo periodo di conflitti economici, sociali e religiosi, furono Bartolo Longo (e sua moglie Marianna Farnararo De Fusco), nonché la sua amica Caterina Volpicelli, a sua volta apostola del sacro Cuore e del nuovo santuario di Pompei, nella stagione di fine Ottocento.
Tutti abbiamo particolarmente ascoltato la forza e la serenità dell’omelia di papa Leone XIV, a conclusione delle cinque poste di Rosario. Fermo e deciso, oggi le ha “cantate” a tutti i “signori” della guerra, a partire da quelli più noti – per i conflitti russo-ucraino, israelo-libanese e iraniano, statunitense-iraniano -, fino a quelli meno noti, che comunque imperversano in azioni di guerre in varie zone, per esempio del continente africano, che il Papa incontrerà prossimamente nei racconti degli abitanti di ben quattro Paesi del continente nero.
La voce di Leone XIV si è unita esplicitamene a quella di Giovanni Paolo II (nel contesto della crisi irachena nel 2003) e di Paolo VI (alle Nazioni Unite), entrambi ora richiamati e citati. Con voce ferma, come quella di un leone ruggente, il Papa ha detto cosa è veramente il Regno di Dio, un regno che certamente non s’identifica con nessun potere e nessun regno di questo mondo, anche se avesse il nucleare e un potenziale bellico super-intellgiente: «Un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici». Abbiamo sentito evocare il Faust di Goethe, il dramma in versi pubblicato per la prima volta nel 1808, che impegnò l’autore per più di sessant’anni, dal 1772 al 1832, per i suoi 12.111 versi. Il protagonista di Goethe non siglava un patto con il Diavolo (Mefistofele), ma accettava di partecipare a una vera e propria “scommessa”, fino a sfidarlo: “E che vuoi darmi tu, povero diavolo?”. È un delirio di onnipotenza, quello di Faust, peraltro educato in un orizzonte cattoolica. Un delirio per il quale ci si decide a vendere l’anima al diavolo in cambio di un attimo, un solo attimo, di eternità, da parte di chi ormai non crede più nella possibilità della conoscenza e del progresso umano, pur esibendola in proiettili che colpiscono grandi e bambini, militari e civili, con colpi “intelligenti”.
- Altri spunti dalla preghiera universale per la pace
Non tutti, però – presi dal legittimo grido di pace elevato nell’omelia da papa Leone – hanno forse approfondito le riflessioni che sono state proposte nel medesimo contesto di preghiera (la preghiera mariana e cristologica del Rosario). Ha ricordato il Papa di origini americane: «Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio».
Ora, prima della vibrante omelia pontificia, sono stati, appunto, enunciati i cinque misteri del Rosario del sabato, quelli cosiddetti gloriosi, che percorrono gli eventi dalle resurrezione e ascensione di Cristo fino alla discesa dello Spirito santo ed ai riverberi del mistero pasquale su Maria, Assunta in cielo e glorificata come nostra madre.
Ogni “mistero” è stato prima enunciato, poi commentato con un brano evangelico di riferimento, a cui si è giustamente aggiunta una riflessione dei Padri della Chiesa (la Parola di Dio è, infatti, sia quella biblica, sia quella della tradizione dei Padri della Chiesa). Ed ecco: Agostino, Ambrogio, Cipriano di Cartagine, Cesario di Arles, Giovanni Crisostomo.
Quando siamo arrivati al secondo mistero glorioso, ho cominciato ad ascoltare il commento di Cesario di Arles: «Qual è la vera gioia, fratelli se non il regno dei cieli?…». Era qualcosa di familiare, di letto e tradotto recentemente, per la prima volta in italiano, proprio da me con Luigi Longobardo, per i Sermoni al popolo, e pure con Luca Girello per i Sermoni sulle Scritture: un secondo volume, questo, appena uscito nelle librerie, contenente, tra l’altro anche il Sermone 166, che in quel momento veniva proclamato dal lettore nell’assemblea di preghiera per la pace universale.
Sono subito andato a prendere l’edizione a stampa dei “nostri” Sermoni: in Vaticano stavano usando la nostra versione italiana, oppure ne avevano fatto una ex novo dall’edizione critica, fino ad oggi consegnata solo in latino? Alla prova dei fatti, il testo proclamato in san Pietro non riprendeva letteralmente la nostra prima versione italiana integrale, ma solo alcuni passaggi del paragrafo quinto, e ultimo, del testo cesariano, di cui mi fa piacere, ora, riportare la nostra versione. Essa, mi sembra, amplia e arricchisce l’orizzonte di riferimento della contemporanea preghiera universale per la pace. La pace risulta significativamente identificata, da Cesario di Arles, con Cristo nostra pace, come, peraltro, già sentimmo dalla loggia di san Pietro sulle labbra del Papa Leone, appena eletto.
Così, dunque, testualmente Cesario: «Cos’è la vera gioia, fratelli, se non il regno dei cieli? Cos’è il regno dei cieli, se non Cristo Signore nostro? Che Cristo sia la vera gioia, lo leggiamo nel vangelo. Così gli angeli, infatti, dissero ai e vedete che la vera gioia non è se non Cristo Signore nostro. Lo confermano gli angeli con la propria testimonianza. Infatti, dopo aver detto ai pastori: “Vi annunciamo una gioia grande, che è per tutto il popolo”, subito aggiunsero: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Io so, fratelli, che tutti gli esseri umani vogliono la vera gioia: ma prende in giro se stesso, colui che non vuole coltivare il campo, ma vuole godere del raccolto; inganna se stesso, colui che non vuole piantare un albero, ma vuole raccogliere i frutti. Non si possiede la vera gioia, se non si mantiene la giustizia e la pace. Viene prima la giustizia, come la radice, seconda la pace, terza la gioia: dalla giustizia nasce la pace, dalla pace viene generata la gioia. La giustizia e la pace sono come le buone opere, la gioia è il frutto delle buone opere. Ora, operando la giustizia e mantenendo la pace, ci impegniamo in una buona opera per poco tempo, ma poi godremo senza fine il frutto delle buone opere. Ascolta l’Apostolo che dice di Cristo: “Egli è la nostra pace, che ha fatto di due una sola cosa”. Che Cristo sia la gioia, lo abbiamo detto già prima. E il Signore Gesù Cristo, parlando ai suoi discepoli, li incoraggiava così: “Vi vedrò di nuovo, e gioirà il vostro cuore, e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. Cosa vuol dire: Nessuno potrà togliervi la vostra gioia, se non: Nessuno potrà togliervi me Signore vostro? Le vostre coscienze siano attente, fratelli carissimi: se vi è la giustizia, se per tutti gli uomini volete, desiderate e bramate come per voi stessi; se in voi c’è la pace, estesa non solo agli amici, ma perfino agli stessi nemici: sappiate che il regno dei cieli, cioè Cristo Signore, rimane in voi. Colui che, esaminando la propria coscienza, non vi trova la giustizia, ma l’avarizia; non la pace, ma la discordia; non la gioia per la speranza della vita eterna, ma l’allegria carnale per amore della lussuria, sappia e capisca che in lui non regna come re legittimo Cristo, ma un tiranno crudele» (Cesario di Arles, Sermoni sulla Scrittura, Introduzione, versione e note a cura di Luca Girello, Pasquale Giustiniani, Luigi Longobardo, edizioni Città nuova, Roma 2026, pp. 649-651).
- Un grazie dal cuore al Santo Padre
Sì, all’ascolto del brano di commento al secondo mistero glorioso, un grazie dal cuore è sgorgato al Santo Padre per aver egli voluto far proclamare proprio qualche battuta dal Sermone 166 di Cesario. Quella, del vescovo Cesario, era l’epoca tardo antica, nel corso della quale si andavano costituendo i cosiddetti regni romano-barbarici: periodo di migrazioni di popoli, di guerre burrascose, di sangue e di assassini. Nel contesto dei secoli V e VI, infatti, i popoli della Gallia Narbonense risentono di innumerevoli conflitti di ordine politico, dottrinale, culturale, che comportavano, come in ogni stagione di guerra, dei riverberi nella vita ordinaria e sulla stessa produzione letteraria, nonché sui suoi temi prevalenti. Due anni prima della caduta dell’Impero romano d’Occidente, Giulio Nepote aveva salvato la sede di Arles (quella che sarà la sede episcopale di Cesario) a prezzo di abbandonare l’Alvernia. La Provenza divenne come l’avanguardia dei diversi popoli barbari che, di volta in volta, se ne impadroniranno. Passata nelle mani dei Burgundi, a fine V secolo, vi subentrano, fino al 508, i Visigoti, che esilieranno anche il nostro Cesario a Bordeaux, peraltro proprio agli esordi del suo episcopato. La morte di Alarico II, re dei Visigoti, preluderà, a sua volta, a una migrazione dei Franchi e dei Burgundi, fino a che il re ostrogoto Teodorico, protettore del giovane figlio di Alarico, di nome Amalarico, invaderà la bassa Provenza e la riunirà al regno ostrogoto d’Italia e, con successive missioni militari, egli diviene dominatore dell’intera Viennoise e di tutta la Narbonense II. Giustiniano, a sua volta, nel 535, riprenderà la riconquista dell’Italia, abbandonando di fatto la Provenza nelle mani dei Franchi, sotto il dominio dei quali muore, nel 542, anche il “nostro” vescovo e padre della Chiesa, Cesario.
Le parole di quel santo Padre della Chiesa, vescovo di Arles e ammiratore dell’africano Agostino, oggi sono state riprese in Vaticano a commento del mistero dell’ascensione. Esse suonano davvero come premonitrici dell’attuale situazione di terza guerra mondiale non più a pezzi. Nel corso di essa le parti in conflitto chiamano in causa perfino Dio e Gesù Cristo, per giustificare degli atti di guerra, distruzione e sterminio, indegni dell’umanità. Cesario consente, dunque, di “misurare” non solo il grado di contestualizzazione, nel nascente mondo romano-barbarico, di una modalità tipicamente cristiana di essere e di pensare, ma anche il senso di una nativa mentalità pacifica, perché cristiana. Fondata su Cristo nostra pace, essa voleva, ad Arles. indurre nei cristiani del tempo la traduzione esistenziale delle esigenze battesimali, anche in presenza di persistenti prassi precristiane e barbare, come pure di teorie e dottrine non del tutto coerenti con la fede cattolica.
Oggi, ancora essa ricorda che Dio non può essere il paravento per atti indegni della persona umana! Papa Prevost, quasi facendo eco alle antiche riflessioni del vescovo di Arles, ce lo ha ripetuto, quasi gridato: «Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro».
