Qualche tempo fa ho incontrato per strada un vecchio amico di lunghi dialoghi e di belle passeggiate, con cui non ci si vedeva da un pezzo e, tra le altre cose, inaspettatamente il suo racconto di mille cose fatte si è interrotto chiedendomi: “Ma tu sei ancora religioso?”. Posta così la questione, mi è sembrata una domanda ineludibile da non voler aggirare, a cui andava riconosciuto l’onore di una risposta altrettanto franca ed essenziale: “Certo che lo sono ancora” – ho subito replicato placando così la sua premura, mista ad ansia, per un tema che ci aveva talvolta uniti, tante altre volte opposti su fronti diversi. Ho poi tentato di argomentare qualche riflessione, tra il flusso disordinato di tanta gente casualmente di passaggio, aggiungendo: “E come potrei non esserlo, visto che al tema della morte e del morire nessuno ancora vi ha posto rimedio o ha trovato soluzioni da esportare: le religioni – ho aggiunto – avranno sempre cittadinanza tra gli esseri umani, fino a quando il nostro desiderio di vita sarà misurato dalla durata dei nostri giorni”. 

L’umano sentimento religioso ci appare, infatti, del tutto connaturale, cercando legami eterni oltre ogni apparenza, arginando così l’unica e più vera domanda, quella che le contiene tutte tra nostalgia e disperazione, ovvero: vi è una fine di ogni cosa? Nel corredo genetico ed ambientale di tutti gli adattamenti di sopravvivenza che abbiamo nel pronto soccorso delle umane sicurezze, questo sentimento che domanda eternità è, in prima istanza, una qualità dei nostri giorni a scadenza. Talvolta la questione religiosa sembra trovare spazio, tra i nostri affollati pensieri e ragionamenti, come “una buona idea”, di sicuro come un’ottima idea da metter in circolo appena un dolore ci affligge: “in verità, in verità vi dico”, Dio è proprio una buona idea, ma spesso ha tutto il profilo del nostro disagio, correndo il rischio di rimanere prigioniero di un’idea! Finitezza del tempo, vulnerabilità al dolore, ambivalenza delle nostre condotte, precarietà dei nostri vissuti: tutto questo si confronta con la bellezza che ci rende umani, con la forza delle passioni, con la generosità e la dedizione di cui si è inaspettatamente capaci, intrigandoci di meraviglia e mistero. Le dottrine religiose sul peccato e sul bisogno di purificazione hanno tradizionalmente dato nome a questo precipizio del non-senso, in un pericoloso equilibrio tra disciplina morale e redenzione dal Cielo. Sì, Dio ci appare talvolta proprio come una genialità, come solo può essere una buona idea! Se le religioni da sempre sono generose di ordine e dettami, non basterà, tuttavia, il codice della normalità a risolvere paure ed incertezze; la morale della normalità, infatti, è solo un grande corto circuito, poiché non è libertà di sé stessi, ma solo esteriore adeguamento a regole e principi con cui asfaltare la singolare invenzione di un’interpretazione. 

In verità ad uno sguardo neanche troppo attento, anche ai giorni nostri i sistemi religiosi si danno da fare per mettere tutto in ordine e al proprio posto: insomma, come sempre Dio, Patria e Famiglia! Essi, infatti, si adoperano tanto a rassicurare i cuori, magari quando invocano la protezione divina sul capo di despoti odierni, in cui Dio resta prigioniero degli umani arbitri. Le religioni ci insegnano sempre da che parte stare, soprattutto quando ci invitano a pregare per benedire i nostri potenti arsenali missilistici, affinché uccidano finanche i fratelli del nostro stesso credo nati oltreconfine. Le religioni ci narrano anche di popoli prediletti con alleanze di terre di antiche e divine promesse, da riscattare ad ogni costo con sangue innocente asperso per chilometri di polvere e di cadaveri. Le religioni ci dettano sempre tutto e nascono proprio per essere all inclusive, di qua e di là, senza temere alcuna odierna interpretazione o adeguamento.  Le religioni sono come una roccia ben fondata su tramandate verità dogmatiche, un tempo difese con spada e con fuoco, oggi invece con emarginazione ed esclusione sociale. Si obietterà: ma così si sottovaluta tutto il resto di carismatiche fioriture al vaglio di millenni! È vero e concordo, ma ciò accade quando è possibile credere che la follia di Dio sopravanzi le distinzioni religiose: è sempre il tempo in cui lo stupore abbia la meglio su umane strategie capaci di oscurare il Cielo! Di una buona idea di Dio, così contigua ed addomesticata dall’onnipotenza dei nostri narcisismi, non se ne ha davvero bisogno; nel dramma dei nostri giorni spesso non se ne avverte neanche l’assenza, quando serve a disegnare confini, a determinare tante schiavitù, a distribuire violenza né più e né meno di quanto già avvenuto nella storia e riportato dalla cronaca.  Solo l’avventura di una fede, oltre le delimitazioni di una “buona idea”, può liberare la bellezza della meraviglia che l’ha resa religiosamente prigioniera dell’astuzia di uomini. Sull’altare della storia se questa buona idea è morta, ciò è avvenuto non solo per una questione di cultura secolarizzata o di cattivi maestri dell’ateismo a buon mercato, perché 

“Mi han detto

Che questa mia generazione ormai non crede

In ciò che spesso han mascherato con la fede

Nei miti eterni della patria o dell’eroe

Perché è venuto ormai il momento di negare

Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura

Una politica che è solo far carriera

Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto

L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”.

A distanza di cinquant’anni queste sono parole ancora gravide di sogni e di dubbi. Così, infatti, ci invitava a cantare un brano del 1965, che si deve al talento musicale di un grande compositore come Francesco Guccini: all’età di 25 anni ci regalò l’indimenticabile manifesto canoro di “Dio è morto”. Nel 1967 il gruppo musicale dei Nomadi ne fece immediatamente una hit di successo per tredici settimane in classifica, in un tempo storico e in un’Italia che è giusto guardare come ad un mondo assai lontano.  In un’epoca di frontali rivolgimenti e di utopie del cambiamento, questa canzone sembrò così rivoluzionaria che la Rai la censurò e fu trasmessa – per ironia della sorte o felice gioco della disobbedienza – dall’unica radio privata del tempo, ovvero dalla Radio Vaticana. Guccini, in verità, si ispirò all’incipit di uno dei più grandi poeti statunitensi con Urlo (Howl) di Allen Ginsberg (1926-1997), che lo lesse per la prima volta nel 1955 nella Six Gallery di San Francisco. In un solo titolo si ebbe la celebrazione abbreviata delle riflessioni profetiche di un filosofo d’altri tempi come Friedrich Nietzsche (1844-1900), segnando così l’inizio di una stagione di “lotta continua”, in cui attese di cambiamento e disillusioni repentine divennero compagne di strada. Eppure, quelle parole semplici ebbero la forza di smuovere le montagne dell’ipocrisia, denunciando che questo è “un dio che è morto nei campi di sterminio, coi miti della razza, con gli odi di partito”. La dichiarazione di un cuore appassionato e di una mente ispirata – come solo un giovane venticinquenne può vantare – era solo un atto di liberazione e di morte da “una buona idea di Dio”, perché solo così la sua generazione poteva prepararsi

“A un mondo nuovo e a una speranza appena nata

Ad un futuro che ha già in mano

A una rivolta senza armi

Perché noi tutti ormai sappiamo

Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge

In ciò che noi crediamo, dio è risorto

In ciò che noi vogliamo, dio è risorto

Nel mondo che faremo, dio è risorto”.

In una buona idea di Dio – dispiegata sotto sguardi increduli –  vi è spesso un condensato di oppressione e cinismo, da cui si potrà/dovrà solo compiere un salto nella fede, come sempre umile e mendicante, per accendere le passioni di una comune Speranza: per alcuni di cambiamento sociale, per altri di salvezza, ma, in entrambi i casi, atei ed orfani di sistemi “umani, troppo umani” affinché possa avvenire la libertà dello Spirito.

L’immagine a corredo: Claudio Maria Feruglio  “Venerdì santo” (pastello secco su carta – 2026)

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1. https://www.dizionariodottrinasociale.it/Voci/La_secolarizzazione_e_le_sue_sfide_nel_mondo_contemporaneo.html

2.  Francesco Guccini, Dio è morto (1982) – link

3.  Nomadi, Dio è morto (1967) – link