Rappresentazione emblematica del passaggio dall’assolutismo alla monarchia costituzionale, in un’Europa caratterizzata da rivoluzioni, lo Statuto Albertino fu concesso dal re Carlo Alberto nel 1848 come risposta alle crescenti richieste di riforme politiche e istituzionali.

Dichiarata la religione cattolica quale religione ufficiale dello Stato — mentre le altre religioni erano meramente tollerate — riconosciute alcune libertà fondamentali ed introdotto un Parlamento bicamerale con Senato di nomina regia e una Camera dei deputati elettiva, lo Statuto Albertino si configurò come una costituzione di transizione tra monarchia e modernità, segnando l’avvio di un progressivo sviluppo delle istituzioni rappresentative.

Lungimirante per il periodo storico in cui fu promulgato, accompagnò anche il processo di unificazione nazionale, divenendo la base costituzionale del Regno d’Italia e contribuendo alla formazione delle prime strutture dello Stato unitario.

Si rivelò però debole come strumento di salvaguardia dei diritti e di repressione degli arbitri e dei soprusi in circostanze nuove e successive al 1848, soprattutto per l’assenza di efficaci meccanismi di controllo dei limiti del potere vigente.

La sua natura flessibile — ossia la capacità di essere modificato con legge ordinaria in assenza di particolari procedure aggravate — lo rese adattabile nel tempo ma anche strumento di controllo a discapito di chi ne aveva fortemente rivendicato la nascita e l’affermazione, evidenziando i limiti di una costituzione priva di adeguate garanzie di tutela dei diritti fondamentali.