- Un Leone in mezzo ai leoni?
Circa tre volte l’Europa per superficie, il Continente africano conta ben 54 paesi a fronte dei 28 dell’Europa (il solo Sudan ha un’estensione più grande del più grande paese d’Europa). Per non dire, poi, degli oltre 2.000 tra lingue e dialetti che lì si parlano.
Papa Leone, nel corso del suo viaggio apostolico in Africa, sta visitando soltanto Algeria, Camerun, Angola (tra i più importanti produttori petroliferi del Continente, insieme con altri), Nuova Guinea equatoriale: tutti Paesi che, dagli economisti, certamente non sono oggi inventariati come a basso reddito.
Già dieci anni fa ci fu ricordato che i leoni africani non sono l’unica specie la cui caccia, e il commercio dei prodotti derivati, ne metteva a forte rischio la sopravvivenza. L’utilizzo zooterapeutico del leone africano (che comprende la medicina tradizionale, la stregoneria, le applicazioni magiche e cerimoniali, nonché la medicina tradizionale asiatica), sono ancora considerati gli utilizzi principali delle parti e delle ossa del leone, e non solo nei Paesi africani. Se in Algeria e in Guinea equatoriale, dove adesso si reca un Papa di nome Leone, non si trovano più degli esemplari di leoni selvatici, il Camerun e l’Angola (spesso in aree di conservazione transfrontaliera), hanno ancora degli esemplari selvatici della Panthera leo (nome scientifico di questo felino, che fa parte della stessa famiglia dei nostri gatti domestici).
Certo, se il leone-animale non umano è sempre meno presente nel continente nero, persiste ancora, e non solo nei Paesi visitati ora da papa Leone XIV, il suo ruggito sotto altre forme. Ce lo ricordano le tante aggressioni feroci dei leoni della guerra, cioè delle lotte tribali e dei colpi di stato, ricorrenti nel continente nero… Nel mondo cattolico, in molti ricordano la figura del Bocconista Francesco Spoto, ammazzato nel 1964 in Congo ex belga, proprio dai Simba (alla lettera, Leoni): seguaci di Pierre Mulele, rivoluzionario congolese, che nel 1964 capeggiava, nella regione del Kwilu, una sanguinosa rivolta, gestita appunto dai Simba (in swahili significa “leone”, in quanto arruolava dei ragazzini fra i 10 e i 14 anni).
Sebbene il continente africano sia oggi in larga misura “pacificato”, ci viene ricordato che, negli ultimi due anni, si sono registrati colpi di Stato in Mali e in Guinea-Bissau, mentre restano focolai di tensione nella Repubblica Centrafricana, oltre che nella Repubblica Democratica del Congo, in Burkina Faso (dove, tra gli altri, operano le missionarie laiche dell’Associazione Tante mani per), in Somalia e nei rapporti tra Sudan e Sudan del Sud. Partendo dal Vaticano, ora un ben diverso Leone (il quattordicesimo Papa che porta il nome di Leone) va toccando, a sua volta, alcune terre africane. Partito in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino per Algeri lunedì 13 aprile, mercoledì 15 egli si è congedato all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”, per trasferirsi in Camerun, spesso definito, come ha voluto ricordare lo stesso Papa Prevost, «Africa in miniatura»: «È mio grande desiderio», ha esclamato nel palazzo Presidenziale (Yaoundé), «raggiungere il cuore di tutti, in particolare dei giovani, chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo».
Un Leone che non ruggisce e non spaventa, insomma, questo Papa, che anzi si autodefinisce esplicitamente «servitore del dialogo, della fraternità e della pace». E ciò, nonostante le grida e le offese che il Presidente Trump continua, invece, a lanciargli contro, con la voce e con i post gestiti dall’intelligenza artificiale. Del resto, il quattordicesimo Papa Leone, ci aveva già avvertito nel corso del volo di ritorno Beirut-Roma, il due dicembre 2025, parlando in inglese, la stessa lingua del Presidente USA: «Il giorno prima di essere eletto, ho detto a una giornalista: “Mi ha beccato per strada mentre andavo a pranzo dall’altra parte della strada agli Agostiniani”, e lei ha risposto: ““Cosa ne pensi?” Sei diventato uno dei candidati!’. E ho semplicemente detto “tutto è nelle mani di Dio”».
Ecco, un Leone che si è messo nelle mani di Dio, non nelle mani dei potenti e delle potenze armate di questo mondo. A un giornalista tedesco, che gli aveva chiesto anche un titolo di libro per capire chi fosse Prevost, lo stesso Papa volle citare il testo di un anonimo, di uno che non gridava nell’età moderna: La pratica della presenza di Dio. Un libro scritto da uno che non dice nemmeno il suo cognome; si chiamava Fratello Lawrence, un carmelitano scalzo del 1600: un vero e proprio leone anche quello, che teorizzava, senza aggressioni e senza ruggiti, cosa deve comportare il vivere sempre alla presenza di Dio. Ogni azione di chi vive alla presenza dell’Assoluto – dal lavoro alla preghiera, dal silenzio alla fatica, dallo stare a Castelgandolfo alla precisazione, come ha detto Leone XIV in Camerun, di voler «dare forma, anche politica, a un mondo più equo»…, ci fa percepire, in modo suadente e non ruggente, la vicinanza di Dio. «Basta volgere il cuore a Dio per un istante, prima di agire e dopo aver agito»: era questo l’invito di Fratello Lawrence, un ex soldato ed ex cameriere che andò a lavorare in un monastero, dove lo misero a fare cose umili, come sbucciar patate. In mezzo alle guerre apparentemente infinite del nostro tempo, chi, come papa Leone XIV, vive, sempre e comunque, alla presenza di Dio, non può che ricordare, in modo mite, ma deciso, la fede nell’equità essenziale di un Dio che continua a reggere l’universo
- Quattro volti diversi di un Continente diversificato
Ora il “nostro” Papa Leone XIV tocca ben quattro regioni africane assai varie e diversificate, sia dal punto di vista socio-economico, che religioso e culturale. «Il vostro Paese», ha detto testualmente nel palazzo presidenziale di Yaoundé, «sta attraversando prove complesse. Le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro. Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite. Di fronte a situazioni così drammatiche, all’inizio dell’anno in corso ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia. Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza».
La Prima Lettera di Pietro parlava di un nemico che «va attorno come un leone ruggente» (1 Pietro 5,8). Ma questo è il leone diabolico, non il Papa. E a sua volta, il profeta Osea vaticinava dell’Altissimo: «Perché io sarò come un leone per Efraim,/ come un leoncello per la casa di Giuda.//Io farò strage e me ne andrò,/ porterò via la preda e nessuno me la toglierà» (Os 5,14). Ma il profeta ebraico voleva soltanto indurre timore in un popolo che stava costruendo la propria distruzione, a motivo della propria infedeltà religiosa.
No, questo Leone qui non grida e non ruggisce, neppure nelle terre di Africa; piuttosto, egli invita e, predica, come già fece dalla loggia di san Pietro il giorno della sua elezione, una pace disarmata (è un no alla paura, alle minacce, agli armamenti) e disarmante. Una pace, cioè, che sia in grado di risolvere senza droni e senza distruzione di civili inermi e di bambini inermi. Una pace che non coincide con il fare l’escalation dei conflitti, distribuendo patenti di buoni e cattivi ai leaders mondiali che stanno pro o contra i signori delle armi e delle guerre.
Prevost, in quanto superiore degli Agostiniani, aveva già visitato personalmente l’Africa orientale, occidentale, meridionale, settentrionale e centrale, prima della sua elezione avvenuta l’8 maggio 2025. Come tutti i prelati e cristiani cattolici, egli ricorda bene che, già all’inizio del terzo millennio, Papa e Vescovi avevano scritto solennemente che «in Africa, la necessità di applicare il Vangelo alla vita concreta è fortemente sentita. Come si potrebbe annunciare Cristo in quell’immenso continente, dimenticando che esso coincide con una delle aree più povere del mondo? Come non tener conto della storia intrisa di sofferenze di una terra dove molte nazioni sono tuttora alle prese con la fame, la guerra, le tensioni razziali e tribali, l’instabilità politica e la violazione dei diritti umani? Tutto ciò costituisce una sfida all’evangelizzazione».
Sono, quelle appena riferite, le parole testuali di Ecclesia in Africa, n. 51. Inoltre, la tragedia delle guerre che dilaniano ancor oggi l’Africa, era stata già ben descritta dai Padri sinodali, con delle parole incisive: «L’Africa è da parecchi decenni il teatro di guerre fratricide, che decimano le popolazioni e distruggono le loro ricchezze naturali e culturali». Un dolorosissimo fenomeno, questo, con diverse cause esterne all’Africa, ma anche con cause interne, quali il tribalismo, il nepotismo, il razzismo, l’intolleranza religiosa, la sete di potere, la spinta all’estremo nei regimi totalitari che deridono impunemente i diritti e la dignità della persona umana… Tante popolazioni, beffate e ridotte al silenzio, subiscono ancora, in tante parti dell’Africa, la sorte delle vittime innocenti e rassegnate all’ingiustizia.
Leone XIV asseconda un processo di trasformazione ormai inarrestabile del Continente nero. Significativamente, in Camerun egli ha voluto ricordare, per così dire, anche le leonesse, cioè le donne e la loro forza trasformatrice: «Vorrei sottolineare con gratitudine il ruolo delle donne. Spesso, purtroppo, sono le prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di pace. Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli abusi di potere. Anche per questo la loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali».
Ci è sembrato di risentire di nuovo l’eco suadente e dolce della Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi (10 aprile all’8 maggio 1994) sul tema: “La Chiesa in Africa e la sua missione evangelizzatrice verso l’anno 2000: ‘Siate miei testimoni (Atti 1,8)”. La missione evangelizzatrice del terzo millennio ha ancora bisogno delle donne africane (tante di loro sono in Occidente, quasi nuova linfa per gli Ordini religiosi femminili, altrimenti dissanguati per la penuria di vocazioni). Sono le donne della speranza! Nella Casa di Accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri (ad Annaba), Leone XIV ha esclamato: «Vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, posso pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme».
- Antiche e nuove speranze dal Continente africano
Ai tempi di papa Giovanni Paolo II, Ecclesia in Africa ci ricordò già la necessità di un’organica solidarietà pastorale nell’intero territorio africano e nelle isole attigue, già a quel tempo attraversati da profondi e rapidi mutamenti delle società e con gli effetti derivanti dall’affermarsi di una civiltà ormai planetaria. Si andavano evidenziando – come delle “sfide” lanciate al mondo intero -, le diverse forme di divisione, soprattutto all’interno di quelle frontiere africane ereditate dalle potenze coloniali, laddove la coesistenza di gruppi etnici, di tradizioni, di lingue ed anche di religioni diverse, incontrava spesso – e ancora incontra – ostacoli dovuti alle gravi ostilità reciproche.
L’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Ecclesia in Africa, pubblicata il 14 settembre 1995, inaugurò, per la Chiesa cattolica, la fase della risurrezione e della speranza, invitando a salire come sulle spalle dei giganti africani del periodo tardo-antico (sant’Agostino era un nord-africano!), allorché si ebbe, appunto, l’evangelizzazione dell’Egitto e dell’Africa del Nord. Oggi le Nazioni visitate da Leone XIV, anzi l’intero continente africano, sono ancora come come quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico di cui parla il Vangelo di Luca (10,30-37)?
In questo continente, infatti, innumerevoli esseri umani – uomini e donne, bambini e giovani – sono distesi, in qualche modo, sul bordo della strada: malati, feriti, impotenti, emarginati e abbandonati. Hanno ancora un bisogno estremo di buoni Samaritani che vengano loro in aiuto, in particolare hanno bisogno di presenza comprensiva e di sollecitudine pastorale. As-salamu alaykom!: questo il saluto di pace interreligioso che papa Prevost ha voluto rivolgere a tutti gli africani, sostando davanti al Monumento dei martiri Maqam Echahid (ad Algeri), lunedì 13 aprile 2026. Quel monumento in cemento fu costruito nel 1982 per onorare il 20° anniversario dell’indipendenza dell’Algeria. Rende omaggio a coloro che hanno perso la vita nella lotta per l’indipendenza dalla Francia coloniale. È un omaggio esplicito alla storia e all’anima di un popolo – quello di Algeria, la nazione che custodisce ancora i resti dell’antica Ippona, la patria di sant’Agostino -. Una nazione che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità.
La dolce e interreligiosa voce del saluto di papa Leone ricorda anche qui a tutti la rilevante presenza dell’Islàm in Algeria e nell’Africa intera. Davanti al rettore della grande moschea di Algeri, papa Prevost ha precisamente voluto sottolineare che, con la Moschea «luogo di preghiera, vi è anche un centro di studio. Quanto è importante che l’essere umano sviluppi la capacità intellettuale che Dio ha dato all’uomo, perché possiamo scoprire quando è grande la creazione, quanto è grande ciò che Dio ci ha lasciato in tutta la creazione e specialmente nell’essere umano! Con lo spirito, con questo luogo di preghiera, con la ricerca della verità, anche attraverso lo studio, e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, noi sappiamo – e oggi questo incontro ne è la prova – che possiamo imparare a rispettarci mutuamente, vivere in armonia e costruire un mondo di pace».
Ecco l’impegno dello studio e della preghiera, da parte degli esponenti di tutte le fedi, allo scopo non della lotta e del conflitto, bensì del dialogo: particolarmente con i musulmani di buona volontà, non dimenticando che molti di loro intendono imitare la fede di Abramo e vivere le esigenze del Decalogo. Lungi dal desiderare di voler essere Colui in nome del quale si uccidono altri esseri, il vero Unico Dio impegna tutti i credenti a mettersi insieme al servizio della vita, nella giustizia e nella pace (ricordiamo il Documento di Abu-Dhabi?). Del resto, Cristiani e Musulmani sono tutt’ora, in Africa e fuori, chiamati di nuovo a impegnarsi nel promuovere un dialogo immune dai rischi derivanti da un irenismo di cattiva lega, o da un fondamentalismo militante: nel levare insieme la loro voce contro politiche e pratiche sleali, così come contro ogni mancanza di reciprocità in fatto di libertà, i monoteismi stanno gridando e inneggiando alla pace come munus Africae, tesoro e risorsa dell’Africa.
Tutto questo fu ripetuto al mondo dalla Chiesa già nel 2009, sotto papa Benedetto XVI, allorché la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, si concluse, appunto, con la pubblicazione del rilevante testo Africae munus. La complessità della realtà musulmana nel Continente africano dove, in alcuni Paesi, regna una buona intesa fra gli esponenti di questi due monoteismi mediterranei in dialogo con l’Ebraismo, non deve far mai dimenticare che, in alcune zone, i cristiani locali non hanno che una cittadinanza di secondo rango, mentre i cattolici stranieri, religiosi o laici, hanno problemi nell’ottenere visti o permessi di soggiorno. Nella Basilica di nostra Signora d’Africa ad Algeri, papa Prevost ha voluto ribadirlo: «Il motto di questa visita sono le parole di Gesù risorto: “La pace sia con voi!” (cfr. Gv 20,21), e in un’immagine tratta dai mosaici di Tipasa si legge: “In Deo, pax et concordia sit convivio nostro”, che potremmo tradurre: “In Dio, possano la pace e l’armonia regnare nel nostro vivere insieme”. Pace e armonia sono state caratteristiche fondamentali della comunità cristiana fin dalle origini (cfr At 2,42-47), per desiderio stesso di Gesù (cfr Gv 17,23) che ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv13,35)».
Pace, non ruggiti di guerra e di odio, insomma. Tutti consapevoli, credenti di varie fedi e perfino non-credenti che, sulla vita umana in Africa, oltre alle guerre e agli atti forza di bande rivali (spesso non ostacolate dagli ex Paesi coloniali) pesano ancora minacce molto forti: dai disastri della droga e degli abusi di alcol, alla malaria, alla tubercolosi e all’AIDS. Si tratta, prim’ancora che di un problema sanitario, di un problema etico, che esige un cambio di comportamento; soprattutto nei confronti dei bambini uccisi prima della nascita, dei tanti piccoli non desiderati, degli orfani, degli albini, dei fanciulli di strada, di quelli abbandonati, dei bambini-soldato, dei bambini prigionieri, dei piccoli forzati a lavorare, di quelli maltrattati a causa di un handicap fisico o mentale, di quelli considerati come stregoni, di quelli venduti anche agli occidentali come schiavi sessuali, o traumatizzati senza alcuna prospettiva di un avvenire…
Conoscono bene tutto questo le persone in Algeria, indipendente dal 3 luglio 1962, dopo aspra lotta armata con la Francia (iniziata nel 1954). Lo ha ricordato assai bene il recente volume della laica missionaria in Burkina Faso (Nella mia tasca sinistra. Una narrazione di vita e di vite, la Valle del Tempo, Napoli 2026), che narra di una giovane donna che ha il coraggio silenzioso di molte altre donne, sullo sfondo del Burkina Faso di Thomas Sankara – tra rivoluzione, patriarcato, tradizione e sogni di libertà. Sono tante le vite ancora in salita, delle donne e degli uomini d’Africa, che stanno conducendo ancora una lotta instancabile per la dignità, per un posto nel mondo, per il diritto a essere se stessi. E non solo nei quattro Paesi toccati dalla visita apostolica di papa Leone XIV.
- Maria, la “mamma singolare dell’Africa”
Ora, donne e uomini attendono il Leone non solo in Algeria, ma anche in Camerun, in Angola e Africa centrale. In particolare, attendono, un Leone non ruggente, nei principali centri della Repubblica della Guinea Equatoriale, ricchi di risorse naturali (in particolare petrolio), ma che presentano differenze significative in termini di dimensioni, storia coloniale, lingua e struttura geografica. La Guinea Equatoriale fu tristemente nota come la “Auschwitz Africana” a motivo del commercio degli schiavi, nonché a motivo del “regno del terrore”, che portò un tempo ad un quasi genocidio della minoranza Bubi. Ma esso resta anche l’unico paese africano di lingua spagnola con una forte identità cattolica che, attraverso i missionari, è stata diffusa un po’ ovunque, per fondersi con le diverse espressioni culturali dell’Africa subsahariana. Tutto questo significa impegno per il confronto tra le classi, che soprattutto i membri degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica continuano a svolgere. Già nel 2004 il vescovo Juan Domingo-Beka Esono Ayang, della diocesi di Mongono, osservò che la Chiesa è ormai entrata in “un periodo di nuove dinamiche” sui passi di Papa Giovanni Paolo II, che aveva visitato anch’egli la Guinea Equatoriale.
Da Parte sua, Papa Leone XIV aveva già incontrato in Vaticano i responsabili politici di quelle zone, discutendo del contributo della Chiesa cattolica nei settori dell’istruzione e della sanità, e per lo sviluppo umano, sociale e culturale della popolazione. Questo Leone vestito di bianco sta ponendo anche l’Africa ispanica e lusofona (di lingua portoghese) in prima linea verso nuovi traguardi nazionali ed ecclesiali. Con dolcezza e pace, senza gridare inutilmente. Per questo la sua visita non è oggi soltanto una “visita apostolica”, ma un segno di comunione e di riconoscimento.
All’inizio del 2026 la capitale è stata trasferita da Malabo, sull’isola di Bioko, a Ciudad de la Paz (nella provincia orientale di Djibloho) sulla terraferma. Nelle fitte foreste pluviali, di quelle zone, in cui il verde non è solo un colore, ma una manifestazione di vita che cresce, l’abito del Leone bianco sussurrerà ancora l’invito alla trasformazione e al rinnovamento incessante. Sarà come la memoria in azione del possibile equilibrio tra natura ed essere umano, tra tradizione e contemporaneità, tra Occidente e sud del mondo.
Il 19 aprile, Leone XIV saluterà il continente africano nella spianata antistante il Santuario di “Mama Muxima” (Muxima). Reciterà il santo Rosario, la catena dolce – diceva san Bartolo Longo nella Supplica – che ci rannoda a Dio e, in Dio, ci rannoda a tutti i nostri fratelli e sorelle. Come aveva proposto il suo Predecessore Leone XIII – chiamato anche il Papa del Rosario -, le Ave Maria del quattordicesimo Leone ci faranno ricordare le sue dolci e persuasive parole, dette in Camerun, nell’Orfanotrofio Ngul Zamba (Yaoundé), Mercoledì 15 aprile 2026: «In un mondo spesso segnato dall’indifferenza e dall’egoismo, questa casa ci ricorda che siamo tutti custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, e che, nella grande famiglia di Dio, nessuno è mai uno straniero o un dimenticato, per quanto piccolo possa essere».
Il Missionario Daniele Comboni – dopo la disastrosa spedizione missionaria del 1857-58, dove aveva visto la morte di tre dei suoi cinque compagni (4 sacerdoti e 1 laico) invocava la Vergine Maria come Regina dei Martiri. Ma la prega altresì come Madre dell’Africa: «O Maria, Madre dell’ Africa, ascoltami./ Tu sei tutto per noi,/ per i Tuoi figli d’ Africa…/ Come gli altri Tuoi figli,/ e più di tutti, i Tuoi figli d’Africa/ hanno bisogno della Tua speranza e della Tua gioia./ Vergine Santa Maria,/ il mio cuore è gonfio di desideri./ Prendili tutti/ nelle Tue mani premurose di Mamma singolare dell’Africa».
