Oggi, se Rino Gaetano guardasse Napoli, vedrebbe il trionfo dei pompieri.

1. La “Disneyland” del fritto (Il richiamo delle galline)

Quel “Ti ti ti ti” oggi è il richiamo dei decibel dei “bottegai” che hanno trasformato il centro storico in un mangificio a cielo aperto. È il richiamo per i turisti polli, attirati da un folklore costruito a tavolino, mentre i residenti vengono espulsi. Rino criticherebbe ferocemente questa svendita dell’anima: siamo passati dal lottare per i diritti al correre dietro al “mangime” del turismo di massa, ignorando che la città reale, dietro la vetrina, sta cadendo a pezzi.

2. Gli Incendiari da Salotto

“Partono tutti incendiari e fieri / ma quando arrivano sono tutti pompieri”. Qui la polemica colpisce dritta l’intellighenzia napoletana e i nuovi politici “social”. Quelli che gridano alla “rivoluzione culturale” dai palazzi storici o dai post su Facebook, ma che poi, alla prima vera emergenza — rifiuti, trasporti, ospedali — diventano pompieri del dissenso. Spengono la rabbia popolare con un evento in piazza o un festival, mentre il muro delle disuguaglianze tra Posillipo e le periferie diventa sempre più alto.           3. “A te che lotti contro il muro”: La resistenza dei quartieri  Da una parte c’è il muro di gomma delle istituzioni: quello contro cui rimbalzano i sogni dei maestri di strada e delle associazioni di quartiere. Sono quelli che “prendono il volo” con la mente, cercando di strappare i ragazzini alla strada, ma finiscono per accorgersi di essere rimasti soli. Lo Stato, in questi vicoli, si comporta esattamente come i pompieri della canzone: arriva a sirene spiegate solo quando c’è l’incendio (la tragedia, la stesa, il morto), ma non ha mai il coraggio di essere “incendiario” nella prevenzione, investendo davvero dove serve.

Dall’altra parte, quel muro è diventato una scenografia da esportazione. Mentre c’è chi contro quel muro ci spacca la testa ogni giorno, c’è chi lo ha trasformato in un brand. Il male di Napoli è diventato un prodotto da intrattenimento, una serie TV da guardare comodamente sul divano sgranocchiando popcorn. Questa è l’ipocrisia suprema: si mitizza la criminalità per fare share, trasformando il dolore reale in estetica “pulp”.

Il risultato è un paradosso crudele:

  • I “pompieri” della politica siedono a tavola con il sistema, promettendo di “scassare tutto” mentre firmano protocolli inutili.
  • Gli “sciacalli” della narrazione vendono il degrado come intrattenimento.
  • I “soli” (i veri destinatari della dedica di Rino) restano a lottare contro un muro che non crolla mai, perché a troppa gente serve che resti in piedi, così da poterlo filmare o raccontare.

In questo contesto, il “Ti Ti Ti Ti” di Rino non è più un richiamo per galline, ma il suono di un sistema che banchetta sulla pelle di chi ha ancora il coraggio di sperare. 4. La “Stessa Barca” sul Golfo

La chiusura della canzone è squisitamente napoletana nello spirito. “Giuro che la stessa rabbia sto vivendo / stiamo sulla stessa barca io e te” è il manifesto della solidarietà viscerale della città. Nonostante le feroci divisioni interne, nei momenti di crisi Napoli si riscopre su un’unica barca. È quel senso di “condivisione del danno” che rende meno amara la sopravvivenza: la rabbia di Rino diventa la cazzimma necessaria per andare avanti, sapendo che l’altro, in fondo alla strada, prova lo stesso dolore e la stessa voglia di riscatto.

Se Rino Gaetano cantasse “Ti Ti Ti Ti” a Napoli oggi, lo farebbe probabilmente seduto su un muretto di Mergellina o tra i palazzi di Scampia, dedicandola a chi non si è ancora arreso all’idea che il mondo sia fatto solo di “pompieri” e “mangime per galline”.