Il Direttore di Svimez, Luca Bianchi, certifica l’ennesima situazione imbarazzante sul fronte della spesa dei fondi europei. Annuncia che, a poco più di un anno dal termine oltre il quale non potranno essere più impiegate materialmente le risorse, il Mezzogiorno non ha ancora speso 15 dei 35 miliardi a suo tempo assegnati per la programmazione 2014-2020. Chiediamo ad Anna Lepre, Dottore Commercialista ODCEC Napoli e Direttore del Centro Studi di Lepre Group, di mettere a fuoco questa situazione critica.
Possibile che negli anni si ripetano sempre gli stessi errori?
I dati purtroppo ci dicono di sì, e fa molto bene il Direttore Bianchi a richiamare l’attenzione su un problema così grave. Stiamo vivendo un periodo di grandi difficoltà, in cui le ristrettezze di bilancio tornano a riproporsi a causa degli impegni continui di spesa provocati dalla guerra e dal caro prezzi. Le risorse, insomma, rischiano seriamente di risultare insufficienti rispetto alle necessità complessive della nostra società.
Eppure, anche quando sono stanziate, non vengono utilizzate!
Appunto. Ed è una contraddizione eticamente oltre che economicamente inammissibile. Nel caso specifico, stiamo parlando di fondi assegnati in un’epoca lontana e che ancora non si è riusciti a mettere a terra. Con paradossi come questo, non possiamo non farci una domanda: come si pensa di impiegare una quantità molto maggiore di denaro, quale è quella disponibile per l’effetto combinato della nuova programmazione comunitaria, dei fondi coesione e del Piano nazionale di ripresa e di resilienza?
E’ una missione impossibile?
Lo è se non si cambia il funzionamento della pubblica amministrazione. Sia a livello nazionale che sui territori, istituzioni centrali e locali continuano a difettare,sia nella capacità progettuale occorrente per indirizzare per finalità di recupero del divario strutturale le risorse in dotazione, sia nella materiale realizzazione e quindi nell’esecuzione delle opere deliberate.
Cosa fare per cambiare?
Innanzitutto dobbiamo avere presente qual è l’obiettivo di fondo. Dobbiamo cioè modificare la tempistica di realizzazione di un’opera pubblica in Italia. Una recente elaborazione dell’Ance ha confermato più o meno un andamento molto negativo già registrato in indagini precedenti. In media,per portare a compimento un’opera pubblica in Italia ci vogliono 1007 giorni. Nel Mezzogiorno questo periodo, già troppo lungo, si dilata per ulteriori 450 giorni. In pratica nel Sud occorrono quattro anni in media, con picchi molto più elevati se l’opera è più grande e complessa. Non possiamo andare avanti così.
Cosa suggerisce allora?
Una prima azione generale è già prevista dal Pnrr, solo che si tratta di dargli concretezza e, a quanto sembra, si tratta di una sfida da far tremare le vene e i polsi. Mi riferisco al potenziamento quantitativo e qualitativo della pubblica amministrazione. Senza la nuova linfa di giovani leve, nativi digitali in grado di stare al passo con l’innovazione, non è possibile dare vita alla necessaria modernizzazione di strutture e servizi. Ma i concorsi pubblici vanno a rilento, tra ricorsi e proroghe, e poi bisogna considerare i tempi necessari a far sì che i nuovi assunti, magari dopo un periodo quanto più rapido possibile di formazione interna, risultino in grado di valorizzare il proprio apporto.
E nel frattempo?
L’unica strada ragionevole è il ricorso a imprese e professionisti. La pubblica amministrazione italiana deve aprirsi molto di più ad apporti esterni di privati qualificati. E’ chiaro che bisogna evitare conflitti d’interesse e qualsiasi pregiudizio per la trasparenza di procedure e progetti. Ma ciò si può fare con controlli in corso d’opera e a valle, rapidi quanto efficaci, che non frenino la realizzazione di interventi assolutamente necessari per la nostra collettività e soprattutto per il nostro Mezzogiorno.

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