1. Avrà la meglio lo scivolamento franoso?

La gravissima situazione geologica di Niscemi (provincia di Caltanissetta, diocesi di Piazza Armerina) ci ha posto drammaticamente davanti agli occhi gli effetti devastanti di una frana, peraltro già presente da decenni e monitorata dagli Uffici competenti. Effetti, purtroppo, ora irreparabilmente acuiti dalle piogge di questi giorni. Sentirsi scivolare l’arenaria sotto i piedi fa, davvero, barcollare tutto e tutti. Non soltanto le nostre case, ma anche quel nostro senso di essere stabili, a terra, radicati al suolo. E col suolo e i pavimenti, possono franare tutte le nostre certezze. 

A tutto si penserà in queste circostanze? A tutto, sul piano degli interventi tecnici, della delocalizzazione, dei risarcimenti e degli aiuti…, a tutto tranne che volgere il proprio sguardo altrove? A Niscemi, nei mesi di maggio e di agosto, era tradizione “fari u viaggiu a Maronna”, cioè percorrere il tragitto fino al santuario della Madonna, sulle orme del pastore di nome Andrea Armao che, nel XVI secolo, secondo la tradizione popolare, andava alla ricerca di un bue smarrito, trovandolo poi inginocchiato accanto a una fonte d’acqua, dove scoprì un’immagine sacra della Madonna. Il viaggio della tradizione popolare si dirigeva vero la cappella eretta nel luogo del ritrovamento, quasi fosse un luogo delle radici della gente e di quel territorio. Neppure il terremoto del 1693, che pure distrusse quel santuario, ebbe la meglio sulla devozione popolare. 

Avrà, dunque, la meglio la frana che trascina a valle le radici degli alberi e pure altre radici? Tra le tante immagini televisive degli sfollati di Niscemi di questi terribili e tristi giorni, abbiamo visto le uniche cose rimaste a chi ha perso la casa, le mura domestiche, i mobili, i beni… tutto, tutto. Abbiamo visto pure delle chiavi, ormai inutili, per le porte di casa, che tuttavia non apriranno mai più ambienti che stanno, ormai. irrimediabilmente franando e che dovranno comunque essere lasciati. Eppure, agganciata a qualche portachiavi, ecco anche un crocifisso, un ciondolo religioso, un’immagine della Vergine del bosco…

In uno dei suoi opuscoli spirituali, redatti dal cardinale Roberto Bellarmino alla fine del Cinquecento – Elevarsi con la mente a Dio, utilizzando come scalini le realtà create (mia versione presso le edizioni Morcelliana di Brescia) – l’insigne teologo e cultore di scienze ricordava che, insieme con le creature del cosmo, noi incontriamo spesso le quattro dimensioni di ogni grandezza fisica: anche quelle che si rivelano come delle forze distruttive terribili: grazie ad esse, si potrebbe, comunque, perfezionare la nostra scala verso Dio, cogliendone, per mezzo di similitudini tratte dal mondo fisico, la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità. II tutto, però, scriveva Bellarmino, sempre con timore e tremore; soprattutto con il senso della provvisorietà e del limite: già a quel tempo, continuava l’Inquisitore e Vescovo santo, di fronte alla forza della natura -quella che era già capace di spostare da un punto a un altro della terra intere montagne, con cataclismi e movimenti franosi -, oltre che spaventare, dovrebbe servire per restare attoniti: di fronte alla forza e alla potenza del cosmo, di fronte a cui potremmo avere, insomma, una lontana immagine della potenza di Dio.

  1. Che fare a Niscemi, che fare per Niscemi?

Già, la potenza terribile di Dio, la fede in lui, pur nel crollare delle cose e degli eventi… Mentre tutto frana a Niscemi, il rischio non sarà quello che franerà anche la fiducia in colui che l’anno sanfrancescano, appena iniziato, continuerà a denominare Altissimo, onnipotente, bon Signore? Da parte sua, lo scorso 17 gennaio 2026, la Curia di Piazza Armerina (nel cui territorio diocesano vi è Niscemi) aveva scritto: «A seguito dell’evento franoso che ha colpito tutto il versante ovest del centro abitato di Niscemi distruggendo completamente la SP12», la Diocesi, attraverso la voce del Pastore mons. Rosario Gisana, esprime «la vicinanza nella preghiera e la solidarietà all’intera Città e in particolare alle famiglie sgomberate per precauzione dagli immobili interessati e a tutti gli agricoltori proprietari dei terreni interessati dal fronte della frana». 

Ora, drammaticamente, quella vicinanza non è più sufficiente; la solidarietà, pur indispensabile, non salverà quel territorio, che, tra l’altro, è tra i tanti – troppi! – a rischio nella penisola Italiana. La Protezione civile, aggiornando i suoi Bollettini di criticità per rischio idraulico alla data 29 gennaio 2026, elencava terre della Campania, Emilia Romagna, Sardegna, Veneto; per rischio idrogeologico, proclamava l’allerta gialla anche per vasti territori della Campania e dell’Umbria. Quanto agli effetti dell’ondata di maltempo, che ha interessato la importante frana di Niscemi, non ha potuto far altro che chiudere alcune strade ed evacuare migliaia di persone. In sintesi, i piani, pur presenti, non sono in grado di fermare l’erosione. Certo, nessuna vita umana (e, sembra, neppure animale) è stata spezzata, come ha detto, fiducioso, il parroco di Niscemi. Ma le piante, il suolo e i loro esseri viventi, sono irrimediabilmente trascinati verso il basso dal movimento franoso. E tutto questo, proprio mentre dalle persone di tutto il territorio franato si elevava, ostinata, la preghiera verso la Madonna del Bosco, patrona di una città che, durante il pranzo della domenica, aveva dovuto, in tutta fretta, abbandonare le case e le cose; anche la Chiesa Maria Ss. delle Grazie (Chiesa S. Lucia), la prima costruita a Niscemi nel 1733, punto iniziale di espansione della città, che custodisce il dipinto con uno degli episodi del martirio di S. Lucia, oltre all’affresco raffigurante le Sante Agata, Ninfa, Rosalia e Apollonia. 

  1. Si potrà fare molto

Molto si sta facendo e si potrà fare per il territorio dilavato di Niscemi e dei dintorni; molto sul piano politico e, soprattutto, governativo (centrale e locale) per la provata terra e per i suoi abitanti. Cos’altro si potrà fare, decidere, stanziare, monitorare, indagare…? Tutte domande legittime, che aspettano risposte dai responsabili e da ognuno di noi.

Ma non possiamo fare a meno di domandarci: cosa significherà quel rapporto, “ostinato”, con Dio e con la Madonna del Bosco, che è  rimasta appesa a un portachiavi di una cittadina di Niscemi? Ruscirà mai a non franare e a non crollare, neppure di fronte allo scivolamento dell’arenaria sotto i propri piedi? 

Quando la terra trema per i terremoti disastrosi, o scivola a valle per le frane irreparabili, non si può fare a meno, tra le tantissime domande e richieste di aiuto e di solidarietà, di ripensare anche a quei segni del sacro, rimasti nelle mani di chi conserva ormai soltanto le chiavi di casa, ma senza più la casa. Che ne sarà della fiducia in un mondo che, frattanto, sembra aver assolutizzato le sole dimensioni di quaggiù e non sa più considerare il creato come un rinvio a qualcosa di altro? Franerà tutto, insieme con una certa mentalità occidentale, che continua a porre al centro dei propri interessi soltanto l’essere umano e le sue esigenze materiali? 

Forse solo un dio “ci può salvare”, titolava Der Spiegel nel suo resoconto del colloquio col filosofo Martin Heidegger, il quale, a quel tempo, rispondeva all’accusa di nazismo nei suoi confronti: “La filosofia non potrà produrre nessuna modificazione immediata dello stato attuale del mondo”. Questo non vale solo per la filosofia, ma per ogni riflessione e per ogni aspirazione degli uomini e delle donne di questi tempi tragici, i nostri, anche quelli in cui ci sentiamo atterriti e solidali con i nostri simili di Niscemi. Da parte sua, “solo un Dio, ormai, può aiutarci a trovare una via di scampo”, dichiarava Heidegger nel momento in cui, da rettore dell’Università di Friburgo, non era riuscito a opporsi al nazismo. Il filosofo vedeva, come unica possibilità e via di scampo, quella di preparare, nel pensiero e nella poesia, una disponibilità e una prontezza, anche di fronte agli eventi: in essi potrebbe accadere sia l’apparizione del Dio, ma anche manifestarsi la sua assenza o il suo distanziarsi. 

  1. Non si può restare inerti di fronte alla dissipazione

No, non si può stare inerti nell’attesa dell’arrivo di qualcosa che potrebbe accadere, ma anche non accadere. Non si può star fermi di fronte alla lava del Vesuvio, fatti simili a una ginestra, quel “fiore del deserto lavico” dell’estrema poesia leopardiana. La via di scampo, se c’è, dipende dagli esseri umani, anche dalle responsabilità civili e penali di chi, colposamente, non ha cercato di fermare un disastro; dipende anche da quelle politiche e azioni sociali che devono trovare i soldi per la messa in sicurezza e la de-localizzazione del paese, ormai inevitabile di fronte a una frana che, a Niscemi, appare eccessiva, terribile, ingovernabile. 

E quelle grazie dal cielo, tante volte richieste dalla gente nella chiesa di santa Lucia a Niscemi? Non potranno almeno arrivarci nell’anima quelle invocazioni, forse per suscitare interrogativi profondi nelle coscienze morali sia di chi è lì, sia di chi sta fuori di lì? 

Quando si registra la dissipazione del patrimonio di memorie, ereditato dagli esponenti di culture sconfitte, diceva in altro contesto Remo Bodei, rischiano di estinguersi o di diventare inintelligibili e frammentari, non solo un pezzo di territorio, ma interi mondi: “Lo sfaldarsi dei sostegni offerti dalle leggi e dalle abitudini, la distruzione dei luoghi a cui gli individui si sentono affettivamente vicini muta e sposta la composizione e l’orientamento dell’identità. Traumi di elevata magnitudine non intaccano però ‘molecolarmente’ solo i ricordi dei singoli: fanno franare massicciamente quelli di famiglie, comunità e stati” (il Mulino, 2/1992).

No, con la frana di Niscemi non può, non deve, franare massicciamente tutto.