Le prime settimane di maggio ci ricordano un paio di significativi anniversari sul cambiamento – o l’evoluzione, come è anche lecito pensare – delle leggi italiane sulla famiglia, che val la pena ricordare. D’altra parte, non possiamo non accogliere la casuale coincidenza con l’annuale Eurovision Song Contest 2026 (12-16 maggio), a cui l’Italia partecipa con una voce della tradizione melodica partenopea tanto amata nel mondo: chi se non Sal da Vinci! Insomma, sarà un weekend all’insegna della famiglia declinata in tutte le lingue, augurando chiaramente allo “scugnizzo napoletano” di tornare vincitore.
Sul mega palco tecnologico dello Stadthalle di Vienna sarà, infatti, Sal che, dopo le glorie sanremesi del febbraio scorso, porta con sé simpatia e talento musicale da vendere, per far cantare e ballare tutti sulle note di un motivo musicale, che ha innescato un fenomeno che dovrà essere motivo di analisi. Vi arriva forte di un successo stratosferico – è il caso di dire! – come solo alcuni dati possono riassumere: 25.560.661 di visualizzazioni dal 25 febbraio 2026 per l’Official Video sanremese, piazzandosi così al primo posto tra i video musicali più visti; sono virali le versioni plurilingue – inglese, spagnolo, francese, giapponese, tedesco, rumeno, turco, latino, greco, portoghese e arabo – e tra queste quella in latino e in giapponese sono davvero un omaggio alla creatività del villaggio digitale; infine, ultimo dato, la sua esibizione nella competizione europea ha collezionato 887.422 visualizzazioni nel giro di un solo giorno sul canale di YouTube, dedicato alla rassegna canora. Si è già detto e scritto tanto sul brano musicale con un netta polarizzazione delle opinioni di gradimento e anche questo è un grande successo di partecipazione, poiché, al di là delle legittime analisi, Sal Da Vinci ha avuto il merito di accendere una pubblica discussione non solo sul ripetuto tema sanremese dell’amore, ma anche sollecitando le comuni opinioni a confrontarsi sullo sviluppo sociologico del concetto di famiglia e delle sue forme.
In questi mesi un po’ di domande me le sono poste. Va da sé, innanzi tutto, che presumibilmente non è per tutti accennare sotto la doccia a qualche nota di “Zitti e buoni” dei Maneskin, vincitori nel 2021, men che meno canticchiare le “Due vite” dell’acclamato Marco Mengoni nel 2023. Di sicuro non sono mancati successi e performance teatrali, in cui l’amato “scugnizzo napoletano” non abbia dato prova spettacolari delle sue capacità artistiche con brani live, a cui non ha dovuto far ricorso a qualche aiutino da autotune. Mi hanno piuttosto sorpreso, a dire il vero, i toni rabbiosi del disaccordo social di chi non trovava godimento dall’ascolto del brano sanremese, come può legittimamente avvenire: ma perché con tanta veemenza?
Un capitolo a parte andrebbe riservato ai critici musicali dei nostri quotidiani e dei mezzi di informazione, che prima dell’inatteso successo, esploso mediaticamente in poche ore, si sono affrettati a cambiare i loro voti di pagella per non collezionare brutte figure: della serie non ci abbiamo capito nulla! Su tutte queste domande sospese, tante dotte analisi ci hanno parlato, non sempre benevolmente, di “napoletanità” e di “italianità”. Eppure, sul versante internazionale non c’è analisi al vetriolo che tenga, poiché un tale consenso trasversale ci ha restituito quella diffusa percezione, che vede nella melodia della musica italiana – leggera o colta – note distinguibili di un genere e di una cultura, che prescindono da un fenomeno festivaliero del momento.
In realtà, credo che l’eccesso della contesa dica tanto anche della condizione attuale del Paese e mette in luce un dato niente affatto trascurabile per chi ci governa. Capita spesso, infatti, che parlando dei nostri giorni si debba ricorrere ad uno dei termini più diffusi e forse abusati: ovvero, siamo dinanzi ad una situazione complessa! Il riconoscimento di una travagliata transizione sociale è stato a lungo studiato, come una generale teoria, dall’ultracentenario sociologo e filosofo francese Edgar Morin. A mio modesto avviso, questo incoraggiante invito a pensare criticamente il nostro tempo, si è talvolta ribaltato anche in un indiretto e diffuso bisogno di leggerezza e di evasione, che non coincide necessariamente con la banalità, ma suona come l’invito a sospendere, o almeno ad attenuare, la morsa di un tempo sospeso. Proprio la considerazione dell’ora e del momento storico, che ci interroga e preoccupa, ci induce a cercare quella liberazione della leggerezza, che ci aiuti a surfare l’onda delle paure del futuro. Basta, infatti, andare in giro o sintonizzarsi su un canale “all news”, per riflettere sulla competizione che ci arruola e le guerre che uccidono.
Considerato, dunque, il tema, ci sarebbe da chiedersi: ma qual è allora nel nostro Paese lo stato dell’amore matrimoniale e unitivo? All’inizio di queste mie “Navigazioni” ho fatto riferimento a due anniversari singolari: il primo riguarda il referendum sul divorzio, che fu indetto nel nostro Paese il 12 e 13 maggio del 1974. Fu promosso dal senatore Amintore Fanfani della Democrazia Cristiana e si proponeva di abrogare la legge istitutiva del I dicembre 1970 (legge Fortuna-Baslini – primi firmatari delle proposte di legge furono infatti il socialista Loris Fortuna e il liberale Antonio Baslini). Fu il primo atto di una convinzione non più censurabile, ovvero il sacramento del matrimonio della Chiesa cattolica non era più sovrapponibile al contratto matrimoniale di una Repubblica costituzionale, che deve rispondere a universali diritti di cittadinanza e non all’adesione di quanto richiede una fede con la sua legittimità pubblica. Ben 33.023.179 di elettori si recarono alle urne, di cui 19.138.300 (pari al 59,26%) votarono contro l’abrogazione della legge; i voti, invece, favorevoli furono 13.157.558 (ovvero il 40,74%). Più tardi questa differenza essenziale – dinanzi a Dio o dinanzi allo Stato – divenne ancor più chiara con la riforma del Concordato tra Stato e Chiesa, siglato nel 1984, che abolì il riconoscimento del cattolicesimo come religione esclusiva a partire dai Patti Lateranensi (1929). Per la Chiesa cattolica si trattò di un’ora drammatica e verrà ricordata come il momento simbolico che la costringeva a considerare conclusa un’epoca, come i decenni a seguire avrebbero poi reso visibile; per lo Stato italiano fu un mandato popolare ad accelerare il passo riformistico sul piano di quei diritti comuni di cittadinanza, che non potevano essere declinati solo per i fedeli cattolici. Il sigillo dell’eternità di un legame affettivo, è sicuramente una qualità dell’amore da incoraggiare, ma questa tensione di fede e di etica non può trasformarsi in una prescrizione proibitiva nel quadro della disciplina di una laica normatività. Si dirà che questo concorre alla stabilità dell’essere famiglia, su cui si fonda, per dettato costituzionale (artt. 29-30-31), l’equilibrio della vita sociale, ma introdurre una possibilità non significa che si debba trasformare in un dovere costringente. Le leggi non sono atti irriformabili di fede, ma solo offrono a tutti una libera possibilità, se e quando si riscontrino motivi di un’imprevista necessità.
Che cosa è avvenuto a distanza di più di cinquant’anni da questa evoluzione – o involuzione? – del diritto di famiglia? A questa ulteriore domanda vi si può rispondere ancora per numeri e statistiche con l’ultimo rapporto aggiornato dall’ISTAT su “Matrimoni, unioni civili e separazioni”, pubblicato il 19 gennaio di quest’anno con rilevazioni riguardanti il 2024. Si dirà che i numeri non riassumono tutto, poiché la vita dei cittadini è anche altro rispetto alle statistiche: in ogni caso, fotografano delle linee di tendenza. E, infatti, andando a spulciare tabelle e percentuali si hanno alcune risposte. Nel 2024 sono stati celebrati in Italia 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023. I dati provvisori dei primi nove mesi del 2025 mettono in luce un’ulteriore diminuzione (-5,9%), a conferma di un ridimensionamento della nuzialità, che non ha conosciuto soste negli ultimi quarant’anni. Anche i matrimoni religiosi presentano un calo consistente rispetto all’anno precedente (-11,4%), accentuando una tendenza alla diminuzione in atto da tempo. La scelta del rito civile va però diffondendosi sempre più anche tra i primi matrimoni (50,2% nel 2024). A influenzare il calo delle nozze è, in primo luogo, la riduzione della consistenza numerica delle generazioni più giovani, da attribuire alla denatalità persistente. La diminuzione tendenziale dei primi matrimoni si trasforma nella progressiva diffusione delle libere convivenze, che possono costituire sia un’alternativa stabile al matrimonio sia una forma di convivenza che anticipa le future nozze. Le libere convivenze, infatti, sono quasi quadruplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2023-2024: da circa 440mila a più di un milione e 700mila.
In esordio ho fatto riferimento ad un’altra casuale e significativa coincidenza: infatti, il 20 maggio del 2016 la cosiddetta Legge Cirinnà, dopo altrettanti disegni legislativi impantanati, con cui si è introdotta anche in Italia la possibilità di riconoscere giuridicamente le unioni civili tra cittadini dello stesso sesso e le semplici convivenze (sia eterosessuali che omosessuali). A conferma che le possibilità di legge non diventano necessità obbliganti e costrittive, il medesimo rapporto ISTAT ci dice che nel 2024 sono state 2936 le unioni civili costituite con un calo del -2,7% rispetto all’anno precedente, che nei primi nove mesi del 2025 riguarda il -3,1%. Nel nostro Paese si sono avute 5 nuove unioni civili ogni 100mila residenti.
Quali considerazioni sono, dunque, plausibili? La più evidente costatazione è la mobilità di un quadro generale, che coinvolge la composizione demografica del nostro Paese e, quindi, il bisogno di interpretarlo, con tutele doverose, senza che l’accelerazione dei cambiamenti diventi assenza di garanzie. Un secondo aspetto a mio parere centrale è un’attenzione diversa – e non più religiosamente peccaminosa – della comunicazione psico-affettiva e sessuale, riconoscendone responsabilmente l’umana legittimità come una modalità relazionale.
Dunque, per sempre sì? Dico: auspicabilmente sì, in forma libera e responsabile come per ogni scelta individuale, ma garantendo sempre uscite di sicurezza da situazioni che potrebbero trasformare una bella promessa in un’impossibile prigionia. Perché – si sa! – un conto è la liberazione di un sogno e la leggerezza di una melodia, che ti porti nel cuore come l’augurio affettuoso che tanti di noi rivolgiamo a Sal Da Vinci; altro ancora è impegnarsi affinché tutti si possano sentire a casa e in famiglia nel nostro bel Paese.
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- Sal Da Vinci, Per sempre sì
- Linko qui a versione in latino https://youtu.be/S3Co7XLnIJM?si=6xWQ1lPK2u–9xX6 e quella in giapponese https://youtu.be/wcVb7KpHv28?si=EznOR_nNzXLi0uPk
- Sal Da Vinci – Per Sempre Sì (LIVE) | Italy | First Semi-Final | Eurovision 2026 – YouTube
- Immagini di repertorio – https://www.youtube.com/watch?v=NdeIL7CEXhY – Testo della legge sul divorzio –
- https://www.istat.it/comunicato-stampa/matrimoni-unioni-civili-separazioni-e-divorzi-anno-2024/
